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Cordova e Crispi: due ministri del re e un’Allegoria dell’Italia

Originale e straordinario ritrovamento di un affresco in casa Crispi in via della Scala a Firenze. E’ questa un’opera inedita, da attribuire al catalogo del pittore Annibale Gatti, il più in voga nel periodo di Firenze capitale, per evidenti analogie stilistiche.

di Guglielmo Adilardi Carlotta Lenzi Iacomelli | 8 Aprile 2019

Ha fornito la notizia di un ritrovato affresco nella casa che fu di Francesco Crispi, l’ amico e avv. Giuseppe Cardillo.

Dovendo provvedere alla decorazione della nuova dimora dalla severa facciata neorinascimentale nel rinnovato quartiere di via della Scala, dove agli antichi edifici se ne aggiungevano di nuovi costruiti secondo i contemporanei precetti di funzionalità, il Crispi non poteva che rivolgersi al pittore più in voga dell’età di Firenze capitale, colui che da anni affiancava l’architetto e ingegnere Giuseppe Poggi (1811-1901) intento a conferire alla città un’immagine ‘moderna’: il forlivese di nascita, ma fiorentino di adozione – e formazione – Annibale Gatti (1827-1909).

E’ questa un’opera inedita, la cui acquisizione al catalogo del pittore per evidenti analogie stilistiche costituisce grande rilievo: un’Allegoria dell’Italia dalla complessa simbologia, la cui attenta lettura svela particolari affascinanti con colte citazioni del passato che si legano indissolubilmente al presente (FIG. 1).

Figura 1.jpg

La personificazione dell’ ‘Italia turrita’ presenta la consueta iconografia dettata allo schiudersi del XVII secolo dall’abate perugino Cesare Ripa, che nella sua Iconologia (1603) aveva creato un elenco di immagini allegoriche, fonte insostituibile di ispirazione per gli artisti.

E’una donna bellissima, dai lunghi capelli scuri, che «ha coronata la testa di torri e di muraglie» su cui rifulge una stella a cinque punte, lo Stellone d’Italia alludente a Espero, l’astro consacrato a Venere che gli antichi greci vedevano a occidente dopo il tramonto e avevano per questo associato alla penisola italica.

Quella corona altro non è che il simbolo della Civitas Romana, fondata e costituita da persone libere che appartengono a culture e a tradizioni diverse, ma che scelgono di assoggettarsi allo Ius Italicum. Ed è proprio all’antica Roma che sottintendono le due figure maschili sulla destra, il guerriero con lancia e scudo, ammantato di giallo e con elmo crestato di crini di cavallo, personificazione di Enea, e l’anziano, presumibilmente Nettuno con in mano un remo, in riferimento all’arrivo dell’eroe greco nel Lazio sul mare che si vede sullo fondo. Fanno invece da contrappunto sul lato opposto le alte vette alpine, un’allusione alla varietà paesaggistica dell’Italia, qui abbigliata con una veste verde profilata da una bordatura d’oro e con un manto di seta rossa cangiante. Il braccio destro è levato al cielo, lo sguardo è deciso, la mano sinistra tiene saldamente una catena appena spezzata, un cui margine è rimasto ancorato alla roccia su cui una donna inginocchiata sta incidendo con uno stilo il motto “UNA E INDIVISIBILE”, coniato dallo stesso Crispi e ripreso poi dall’articolo 5 della Costituzione Italiana.

L’Italia ha il piglio di una novella Minerva attorniata da altre figure, quelle che appaiono personificazioni di Muse delle Arti. A Tersicore, musa della Danza vestita di azzurro, col seno scoperto, rimanda l’antico strumento a corde che alza al firmamento – la cui forma a triangolo potrebbe pure essere un riferimento, non troppo velato, alla squadra massonica; la donna, coronata di lauro, pare coprirsi con il manto di Italia e accogliere sotto di esso un’altra Eliconia dall’atteggiamento timoroso. Sotto quel manto si cela un’altra giovane, bruna, dal volto largo e gli occhi distanti, il naso dritto e la bocca piccola, dallo sguardo acuto e diretto, che torna più volte nelle opere di Annibale Gatti, quasi che quelle sembianze costituissero il ritratto di una donna a lui cara: eccola nella coeva decorazione di palazzo Morrocchi (1868-1870) a Firenze ispirata al melodramma (FIG. 2), dove personifica la Martha dell’omonima opera di Friedrich von Flotow, e, ancora, in quella baccante intenta a danzare al ritmo del cembalo nel Trionfo di Amore di villa Mimbelli a Livorno (FIG. 3).

affresco crispi 2.jpg

Figura 3.jpg

 

Pare meditare, seduta come una Sibilla di michelangiolesca memoria, la donna seduta in basso a sinistra con lo sguardo ‘perduto’ volto verso il basso, così come Psiche davanti a Venere (Fig. 4) nell’affresco di una sala della villa sul lungarno di Fiorella Favard de l’Anglade. E’ nella stessa direzione che si volge Urania, musa dell’Astronomia, incarnata dalla figura con gli avambracci posati sul globo stellato, quello stesso che costituiva anche un altro attributo di Italia già per il Ripa, il quale poneva tale personificazione seduta «sopra il Globo per dimostrare come essa è Signora et Regina di tutto il Mondo».

Figura 4.jpg

Figura 6.jpg

Ma i confronti con l’opera di Gatti, attivo nelle più importanti residenze dell’agiata borghesia fiorentina si moltiplicano e ancora alle decorazioni (Fig. 5) nella villa della baronessa Favard, dalla misteriosa ricchezza, rimandano le grottesche e le decorazioni antichizzanti che attorniano questa allegoria italica, un soggetto che il pittore aveva affrontato nel 1861 negli Appartamenti della Meridiana a Palazzo Pitti destinati al re Vittorio Emanuele II di Savoia (Fig. 6).

Figura 5.jpg

 

 

 

Il ritrovamento di grande rilievo storico e artistico ci offre l’occasione per ricordare un frammento del nostro Risorgimento così bene “intessuto” dall’abile conte di Cavour, il quale non si peritò di nominare nel 1857 Filippo Cordova direttore dell’Ufficio Statistica del Ministero delle Finanze. Allora si procedeva per meriti e costui ne aveva veramente molti, sia nella sua Sicilia prima di essere costretto all’esilio, sia in seguito nell’Italia unita, divenendo ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel primo governo Ricasoli (1861-1862) e in seguito ministro di Grazia e Giustizia col primo governo Rattazzi (1862).

Poco importava a Cavour che fosse massone, anzi: sebbene il conte non risulti che sia mai stato iscritto ad alcuna loggia, egli si contornò e si servì sempre di massoni capaci, a iniziare proprio da Cordova, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, e dallo stesso Costantino Nigra, che non volle accettare tale carica dopo la morte di Cavour.

Non vi è alcunché di strano nel fatto che Cavour usasse anche i canali non ufficiali per raggiungere i propri scopi politici: anzi, consapevole dell’importante storia delle società segrete nella penisola si servì anche di esse, sebbene – ripetiamolo – egli non risulti associato da alcun documento. Una schiera di personaggi politici accanto a lui era affiliato ed egli ne era conscio.

La stessa Società Nazionale, nata col segreto patrocinio di Cavour per iniziativa del fidato Giuseppe La Farina e di Daniele Manin, la quale aveva dato il via alle iniziative di ribellione a Modena, nelle Marche, nelle Romagne, a Parma e, naturalmente, in Toscana, fu ricolma di massoni.

A suo tempo Napoleone aveva fatto lo stesso con la costituzione del Rito Antico e Accettato Scozzese sotto la denominazione di Grande Oriente in (non d’) Italia. Bonaparte intendeva farsi incoronare re d’Italia, ma avendo poco tempo da dedicare vi destinò il figlio adottivo Eugenio di Beauharnais con il rango di viceré: in realtà era un ruolo di Missus Dominicus senza vera autonomia, neppure nelle scelte minute quali l’eventuale sostituzione della tappezzeria della camera da letto.

Il principe Eugenio aveva ventiquattro anni e aveva bisogno assoluto di un “partito” a proprio sostegno. Fu pertanto creato a Parigi il Supremo Consiglio del RSAA sedente in Milano.

A differenza di quanto si legge nel volume degli Annali della storia d’Italia (Einaudi) sulla Massoneria, egli non fu affatto un “rivoluzionario”: al contrario, doveva addomesticare i massoni repubblicani e giacobini. A tale motivo il 20 maggio 1805 vennero arrestate varie personalità di spicco, colpevoli di “discorsi imprudenti” sull’imminente incoronazione dell’imperatore a re d’Italia. Fra questi, come scrive Aldo M. Mola, vi era il massone e già abate Francesco Saverio Salvi, un tempo di sentimenti giacobineggianti e ancora quanto meno repubblicano.

Filippo Cordova fu anche un ottimo Gran Maestro, intuendo che la vocazione della massoneria italiana era incline verso la massoneria inglese, alla quale chiese nel 1862 il proprio riconoscimento, così come farà successivamente anche il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni nel 1877. Ambedue le richieste andarono a vuoto, in quanto la Gran Loggia di Londra non gradiva riconoscere un’istituzione politicizzata quale era la massoneria italiana, tutta protesa al coronamento degli ideali risorgimentali e successivamente nel tempo intrisa di ateismo e libero pensiero.

Cordova faceva parte dell’ala moderata e monarchica della massoneria, la quale lentamente ad ogni Costituente perdeva peso fino alla sua sconfitta. Infatti nelle elezioni del marzo 1862 era stato sponsorizzato dai monarchici Govean, Buscaglioni e altri, prevalendo su Garibaldi per quindici voti contro tredici – il Generale venne poi compensato con la nomina a “primo massone d’Italia” e con una medaglia commemorativa -; prenderà la sua rivincita nel maggio 1864.

La carriera massonica di Garibaldi ebbe un salto di qualità quando il Gran Consiglio del Rito Scozzese di Palermo, sedente in Torino, con Francesco Crispi officiante, gli conferì tutti i gradi scozzesi dal 4° al 33°, nominandolo nel contempo Gran Maestro e Gran Commendatore del Rito Scozzese. La risposta del Garibaldi fu immediata:

«Torino, 20 marzo 1862 E:. V:. Ill:. ffr:. Assumo di gran cuore il supremo ufficio di capo della Mass:. It:. costituita secondo il rito scozz:. rif:. ed accet:. Lo assumo perché mi viene conferito dal libero voto di uomini liberi, a cui devo la mia gratitudine non solamente per l’espressione della loro fiducia in me nello avermi elevato a così altissimo posto, quanto per l’appoggio che essi mi diedero da Marsala al Volturno, nella grande opera dello affrancamento dallo straniero».

Il deputato Cordova continuò a servire lo Stato e il Re anche nella Firenze capitale quale presidente della Commissione di inchiesta sul corso forzoso. Mentre si recava a votare l’abolizione della legge, il 2 giugno 1868 fu colpito da un infarto che lo porterà alla morte sopraggiunta alle 4 del mattino del 16 settembre nella sua casa di via Sant’Egidio al civico 8, una semplice palazzina di quattro piani compresa tra le più imponenti facciate dei palazzi Ferrucci da Fiesole e Martellini della Cerva.

“La Nazione” lo ricordava il giorno seguente con un trafiletto:

«Anch’egli fu di quella eletta schiera di patrioti, che nei Parlamenti e nei libri, colla parola e coll’opera, in patria e fuori, cooperarono al Risorgimento di questa Italia divisa, e serva, e la costituirono all’onor di nazione, una, indipendente e libera.

Coperse molti ed importantissimi pubblici uffici; fu deputato e ministro in Sicilia nel 1848; poi direttore della Statistica in Piemonte; segretario generale delle finanze a Torino; procuratore generale e consigliere di luogotenenza a Palermo; ministro d’agricoltura e commercio nei due gabinetti Ricasoli; consigliere di Stato ecc. ecc …

Nel Parlamento Italiano era uno dei più eloquenti e dei più dotti oratori; e fra i suoi colleghi godeva di quella grande autorità che conferiscono i servigi resi alla patria e il vasto sapere. La sua perdita sarà considerata come un lutto nazionale.

Il trasporto funebre avrà luogo a ore 2 pomeridiane, muovendo dalla casa del defunto».

Il suo non fu un funerale solenne quale quello riservato nel luglio 1869 al patriota Giuseppe Dolfi, che aveva combattuto per la liberazione di Firenze dai Lorena nel 1859, e si celebrò nella chiesa parrocchiale di San Michele Visdomini.

Un anno prima della morte del Cordova, il 20 luglio 1867, a Firenze era stata costituita la loggia denominata da Giuseppe Mazzoni Universo. Avevano firmato la bolla di fondazione numerose personalità quali Asproni, Cannella, Curzio, Giuseppe De Luca, Facci, Frapolli, Gavarrone, Mantese, Mordini, Mussi, Pelagalli, Pianciani, Plutino, Giacomo Rattazzi, Regnoli, Romeo, Sacchi, Toggio, Vaglieco; poco dopo la sua creazione dodici dei diciannove membri erano stati eletti deputati.

Ma l’uomo di punta di tutta la sinistra di quel periodo fu Francesco Crispi, mazziniano fin da giovanissimo e perseguitato politico in mezza Europa. Lo accompagnava la fosca fama di essere stato colui che a Parigi aveva lanciato la seconda bomba, al posto di Orsini, contro Napoleone III, il cui volto era stato sfregiato dallo scoppio del primo ordigno. Di certo si sa che egli abbandonò precipitosamente la capitale dopo l’attentato. Era stato anche con Nicola Fabrizi l’artefice del via alla spedizione dei Mille millantando la “rivolta” di Palermo che Garibaldi attendeva per partire da Quarto. Era il deputato che agli uomini della Destra nell’emiciclo parlamentare minacciava: «L’abbiamo fatta una volta (la rivoluzione del 1848-‘49) possiamo farla ancora».

Ma Crispi fu anche il politico che comprese prima di altri che senza l’esercito e la diplomazia l’Unità Italiana sarebbe rimasta un sogno decretando:  «La monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide» ( 1864).

Nel 1876 fu l’artefice, insieme al gruppo dei democratici, della famosa rivoluzione parlamentare che portò la Sinistra storica al governo con il primo ministro Agostino Depretis, anch’egli affiliato alla loggia Universo.

Dopo l’unificazione della penisola italiana, durante la Gran maestranza del mazziniano Adriano Lemmi (1885-95), in quella che è considerata l’epoca d’oro della massoneria italiana, «il governo presieduto da Crispi tra il 1887 e il 1891 fu quello a più alto tasso massonico della storia d’Italia»: vantò, tra le altre cose, il primato dell’abolizione della pena di morte, della trasformazione delle opere pie in enti pubblici e dell’elettività dei sindaci e dei presidenti delle deputazioni provinciali, prima direttamente controllate dai prefetti, e l’inizio della conquista coloniale.

Giosuè Carducci, chiamato da Lemmi nella loggia Propaganda massonica, fu il tramite fra i mazziniani-garibaldini e i reali d’Italia e nell’arco di vari decenni la massoneria contò quattro presidenti del Consiglio – Depretis, Crispi, Zanardelli e Fortis -, centinaia di ministri, parlamentari, ufficiali militari e civili, artisti, scrittori, imprenditori.

Ma il progetto di Crispi di ergersi a ‘partito’ dello Stato rimase irrealizzato, anche se con lui in veste di Primo Ministro e quale oratore si ebbe l’inaugurazione il 20 settembre 1895 del monumento al Gianicolo di Giuseppe Garibaldi alla presenza di Lemmi, dei rappresentanti delle logge con i loro labari, del re e della regina (Mola).

Crispi a Firenze poté godere di una stabilità economica che non aveva avuto fino ad allora, sempre costretto alla fuga quale perseguitato politico. Gli era a fianco la moglie Rosalie Montmasson (1825-1904), che nei momenti tragici della loro vita si spendeva, soltanto lei, quotidianamente per la sopravvivenza della coppia. Agostino Bertani ricordava che a Parigi i coniugi Crispi avevano campato letteralmente di pane e della cicoria che Rosalie la mattina presto andava a cogliere nei campi della periferia, ma a mano a mano che Ciccio, come lei lo chiamava, acquisiva successo e denaro la lavandaia dalle umili origini era divenuta un peso per il predestinato a guidare le sorti della Nazione. Già in Firenze la crisi matrimoniale era compiuta, nonostante che Rosalie non avesse alcuna intenzione di divorziare. Inoltre il trasferimento della capitale a Roma nel 1871 aveva fatto crollare i valori immobiliari nella città del Giglio e Crispi ancora una volta si era trovato in difficoltà che minarono definitivamente i rapporti fra i due. Il matrimonio si concluderà legalmente con una denuncia di bigamia contro Crispi, poi assolto.

Rosalie terrà sempre sotto una teca di vetro l’atto matrimoniale dichiarato nullo dalla Magistratura, allora sotto controllo del potere esecutivo, esibendolo ai sempre più esigui visitatori, fra i quali la regina Margherita.

Ormai indigente, colei che era stata l’unica garibaldina iscritta nei registri dei Mille espresse come ultimo desiderio che sulla sua tomba fosse iscritto il suo nome completo: «Rosalie Montmasson Crispi».

 

Guglielmo Adilardi e Carlotta Lenzi Iacomelli

Pubblicato in : ArteTag: 1861, 20 settembre, anni, ateismo, chiesa, commissione, costituzione, costituzione italiana, crisi, De Luca, dichiarato, elezioni, europa, fiesole, figlio, finanze, fiorentina, firenze, garibaldi, Giuseppe Garibaldi, governo, grande oriente, italia, la repubblica, livorno

Info Guglielmo Adilardi Carlotta Lenzi Iacomelli

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giacomo Cordova

    11 Aprile 2021 alle 00:32

    Articolo molto interessante, con spunti di riflessione storica artistica e patriottica

    Rispondi
  2. Teresa

    9 Aprile 2019 alle 14:38

    Splendida ricostruzione artistica e storica: una scrittura piena di bellezza!

    Rispondi
  3. Giuseppe

    9 Aprile 2019 alle 05:55

    Pagine meravigliose molto belle e straordinarie.Bravissimo

    Rispondi

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