
Alla COP28 di Dubai l’ambizione della vigilia si è tramutata in frustrazione e rabbia: la bozza di accordo proposta dagli Emirati Arabi archivia il ‘phaseout’ – l’eliminazione graduale dei combustibili fossili – sostituendolo con la “riduzione del consumo e della produzione” di idrocarburi per raggiungere “l’azzeramento delle emissioni nette entro, prima o intorno al 2050”. Un compromesso al ribasso che è una concessione alle ricche petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, ma che non soddisfa né il fronte favorevole allo stop ai combustibili fossili né l’Alleanza degli Stati insulari, i più vulnerabili all’emergenza ambientale: “È semplicemente irricevibile. Per noi delle Isole Marshall si tratta di una condanna a morte. Non possono chiederci di firmarla”, ha dichiarato il ministro delle Risorse naturali dell’arcipelago, John Silk. Anche Europa e Stati Uniti hanno definito la bozza “deludente” e chiesto di rafforzare il capitolo sul contrasto alle fonti fossili. Nel tentativo di raggiungere un consenso si profila dunque una maratona non-stop di incontri a porte chiuse e mini-vertici che andrà ben oltre la conclusione formale della Conferenza, fissata per oggi. Il rischio è veder fallire anche il primo bilancio globale – il cosiddetto “Global stocktake” – sugli impegni presi per rispettare gli accordi di Parigi e delineare la rotta per il prossimo decennio. Quello cruciale, insistono gli scienziati, per un’inversione di tendenza che consenta di contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C per la fine del secolo.

Una resistenza coordinata?
Nella città emiratina gli occhi di tutti sono puntati sull’Arabia Saudita. Sarebbe il team della monarchia infatti, secondo diverse indiscrezioni, a guidare la cordata che rema contro l’eliminazione dei combustibili fossili. Negoziatori e ministri di paesi diversi hanno accusato Riad – tra i primi esportatori di petrolio al mondo – di esercitare pressioni su Sultan al-Jaber, presidente della COP28 e capo della Compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, affinché ‘annacqui’ il testo di qualsiasi accordo uscirà dalla Conferenza. Teresa Ribera, vicepremier spagnola e co-head della delegazione europea, lo ha detto senza mezzi termini definendo “disgustoso il modo in cui i paesi Opec stanno spingendo contro chi cerca di mantenere la barra dritta”. La vera novità di Dubai rischia di essere proprio questa: “Sta emergendo una coalizione proattiva sui fossili – ha affermato un negoziatore senior dell’UE dopo la pubblicazione della bozza – e laddove in passato c’era chi faceva una resistenza più silenziosa e nell’ombra, ora questa spinta sembra più consapevole, più concentrata e più coordinata”. Nell’ultimo anno l’Opec è diventato molto più aggressivo nell’opporsi a qualsiasi minaccia alla produzione di petrolio e gas e ha accusato l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) di destabilizzare i mercati energetici e di mettere il mondo sulla buona strada per una futura crisi energetica.
Questione di vita o di morte?
Anche se sarà rafforzato, il testo finale dell’accordo raggiunto alla COP non sarà vincolante per i paesi aderenti, dato l’approccio volontario adottato nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, un linguaggio forte in materia di riduzione dei combustibili fossili creerebbe grandi aspettative per il prossimo ciclo degli obiettivi climatici per il periodo 2025 – 2035, che i paesi dovranno presentare alle Nazioni Unite. In vista della COP28, gli esperti delle Nazioni Unite hanno mostrato infatti che gli attuali impegni di riduzione delle emissioni sono ben al di sotto di quanto necessario per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Un riscaldamento superiore a tale livello, che molti scienziati del clima ritengono sia già virtualmente certo, potrebbe portare conseguenze persino più disastrose, compreso lo scioglimento delle calotte polari. Per alcuni non è niente di meno che una questione di vita o di morte, ha detto sabato ai delegati Silk, ministro delle Risorse naturali e del Commercio delle Isole Marshall. “Non ce ne andremo in silenzio nelle nostre tombe acquatiche” ha detto, riferendosi all’innalzamento del livello dei mari determinato dallo scioglimento dei ghiacciai che minaccia moltissimi piccoli stati insulari.
COP e greenwashing?
Che la strada per ottenere un accordo ambizioso alla COP di quest’anno fosse tutta in salita non è una sorpresa. In molti avevano criticato la scelta di organizzare il vertice in un paese che è tra i principali esportatori al mondo di idrocarburi, e che a sua volta ha nominato presidente della Conferenza nientemeno che il CEO della compagnia petrolifera di bandiera. Visti i risultati ottenuti sinora, forse si trattava di riserve più che legittime e, anche per questo, l’annuncio che la COP29 del prossimo anno si terrà in Azerbaijan ha provocato nuovi e diffusi malumori. L’Azerbaijan è infatti uno dei membri dell’Opec+, il gruppo allargato dei paesi esportatori di petrolio e un paese in cui non c’è piena libertà d’espressione. La scelta è stata dettata da una serie di veti incrociati, superati proprio sul nome di Baku. Le Conferenze delle Parti (dette COP appunto) sono organizzate a turno in uno dei paesi delle cinque macroregioni in cui sono suddivisi i paesi Onu. Le candidature sono generalmente approvate senza un voto formale ma all’unanimità. Alle nazioni Unite, una volta raggiunto il consenso, non resta che approvarlo. La COP30, nel 2025, sarà organizzata a Belem, in Brasile il cui sottosuolo ospita le seconde riserve petrolifere più grandi del Sud America. Segnali inquietanti che rendono sempre più difficile respingere l’accusa – rivolta all’intero processo – di essere stato cooptato dall’industria dei combustibili fossili ed essere vittima di conflitti d’interesse, corruzione e greenwashing.
Il commento
di Matteo Villa, Senior Research fellow ISPI
“Le ipocrisie stanno tutte qui: in molti lamentano che nella bozza di accordo della COP28 sia sparita la richiesta del “phase out” dei combustibili fossili, e in pochi si accorgono che si tratta di una dichiarazione dal valore politico e di dubbia utilità pratica. L’unico modo per fare a meno dei fossili è accelerare la transizione. E una sensibile accelerazione, quel “triplicare la capacità di produzione elettrica rinnovabile entro il 2030″, nel testo odierno c’è. Il dubbio è che i Paesi siano meno convinti di riuscire a mantenere quella promessa di quanto vogliano far credere.”
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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