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Contrordine tedeschi!

di Giuseppe Mele | 12 Ottobre 2015

Il dumping salariale è stato finora uno degli strumenti del successo economico tedesco ed è dura rinunciarvi per cui l’aggiramento della norma è sempre più frequente.

 

Al 13° congresso del sindacato europeo, nel trionfo dell’esponente Uil Visentini divenuto segretario generale, una Cgil opaca ha cercato il suo protagonismo. Ha presentato la proposta di un salario minimo europeo contraddicendo la sua tradizionale posizione contraria in Italia. Il ragionamento voleva armonizzare l’istituto ormai presente in tutto il continente tranne che in Italia, Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia e Cipro. E’ stato un flop. Uil e Cisl non hanno sostenuto la proposta in quanto tale e i sindacati scandinavi si sono detti contrari alle armonizzazioni che a casa loro significherebbero abbassamenti degli importi. In Polonia per esempio il minimo è di 2,10 €. Eppure dopo da quest’anno la Germania, su spinta del sindacato Dgb, ha introdotto il salario minimo orario di 8,50 € per tutti i lavoratori, sembrerebbe maturato il tempo per un nuovo grande accordo che magari presto Visentini e Marcegaglia in nome del lavoro e capitale europeo potrebbero firmare tornando alle grandi convergenze di più di un decennio fa. L’esistenza di rapporti di lavoro legali a 2 o 3 euro l’ora è indubbiamente una ferita aperta. Il problema è che l’istituto, se non fissato in modo ferreo fa acqua da tutte le parti, anche in Germania. Qui ci sono aziende che hanno preso a distinguere tra reperibilità ed effettivo lavoro, pagando solo il secondo con il salario minimo orario. Altre imprese segnano meno ore di lavoro di quelle effettuate motivando l’impossibilità di reggere i conti con il nuovo costo del lavoro. Molti contratti sono passati dai genitori ai figli minorenni cui il salario minimo non si applica. Altri dipendenti sono stati costretti a licenziarsi per lavorare come freelance che non godono di minimo garantito. Idem per i soci delle cooperative. Altri ancora hanno proprio perso il posto soprattutto nel settore turistico, mentre i camionisti stranieri fanno strani giri per evitare il territorio tedesco. Il dumping salariale è stato finora uno degli strumenti del successo economico tedesco ed è dura rinunciarvi per cui l’aggiramento della norma è sempre più frequente. Il centralino messo a disposizione dal sindacato Dgb è incandescente per le denunce di abuso. Alla fine il governo ha ammesso che dopo una una fase di transizione, il salario minimo sarà a regime solo tra 4 anni, nel 2019. Contando in una diversa congiuntura. Per ora il salario minimo tedesco è solo una bandiera formale che probabilmente verrà rivisto al ribasso. Come ha puntualizzato il segretario Uil Pirani, per funzionare il salario minimo deve garantire l’abbassamento del salario e non il suo rialzo.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, conti, costo del lavoro, danimarca, disposizione, euro, genitori, germania, governo, italia, la germania, lavoro, minimo garantito, regime, sindacati, stranieri

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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