
Berlusca, chi era costui? Parafrasando Don Lisander, molti si staranno ponendo questa domanda, sulla cresta dell’onda emozionale che tra un “Santo subito” e un “che vergogna il lutto nazionale” sta saturando i nostri sensi in un’orgia mediatica che non ha eguali nella storia patria, almeno fino a questo momento. Il Cavaliere (decaduto, se la memoria non inganna) milanese è stato prima di tutto un personaggio divisivo travestito da unificatore. E, mi vogliano perdonare se desiderano i miei 25 lettori, non mi unisco ai peana di giubilo e agli inni sperticati alla memoria di un uomo che ha fatto i miliardi dal presunto nulla ma che ha lasciato un armadio pieno di scheletri che non si vogliono guardare, o non si possono guardare. Si potrebbe ad esempio provare a capire le origini della sua ascesa da aspirante palazzinaro di provincia a grande imprenditore nel campo prima dell’edilizia, poi dei mass media. Ci si imbatterebbe in tutta una serie di circostanze curiose, a volte strambe. Il ruolo della Banca Rasini, tanto per dirne una, un piccolo istituto di credito meneghino nel quale don Tano Badalamenti e i suoi delfini Riccobono e Bontade amavano ripulire il denaro delle loro attività illecite. Banca in cui Luigi Berlusconi, padre di Silvio, non era un semplice impiegato come lui cercò di far passare, ma il direttore generale al culmine di una carriera in crescendo. Poi. continuando l’excursus, Il ruolo della P2, di cui Silvio era l’affiliato numero 1816. Anche in questo caso, come suo costume, minimizzò. Ma chi conosce il disegno di Licio Gelli, sa che quella loggia massonica non era un tranquillo circolino in cui attempate signore cotonate passavano i pomeriggi a giocare a canasta. Gelli era una sorta di caudillo nero, signore dell’antistato, con il pallino di trasformare la Repubblica Italiana in una dittatura morbida abrogando la Costituzione antifascista. E il sogno di cambiare la carta costituzionale, Berlusconi non lo abbandonò mai nella sua lunga esperienza politica. Per fortuna, non gli riuscì. I rapporti con la mafia non sono nemmeno da mettere in discussione. Uno che si tiene in casa per un anno e passa un capo bastone del calibro di Vittorio Mangano, non può non sapere, per usare un’espressione cara al compianto dottor Borrelli, che di Berlusconi conosceva diversi segreti ma che non riuscì mai ad incastrarlo. Ci stava provando Borsellino (una sua famosa intervista alla tv francese si può trovare ancora in rete) ma saltò in aria su 300 chili di tritolo. Gli altri peccatucci del senatore di Arcore sono roba da rotocalco, la nipote minorenne di Mubarak (per la quale giurarono e votarono in Parlamento i suoi poveri accoliti, in primis l’ex presidente del Senato Casellati Alberti Viendalmare) che in realtà era una escort reclutata da Emilio Fede per i sollazzi del sultano, lo scippo di Villa San Martino con truffa annessa alla ereditiera Casati Stampa, anche lei minorenne. E questa impresa merita di essere raccontata, per far capire il cinismo e la furbizia del personaggio. Il conte Casati Stampa, rampollo di una delle più ricche e aristocratiche famiglie lombarde fu al centro di una scabrosa vicenda di cronaca nera nei primi anni ’70. Sorprese la moglie a letto con l’amante, li uccise entrambi e con lo stesso fucile si tolse la vita lasciando una figlia quattordicenne a un tutore legale su cui Lombroso avrebbe speso un intero trattato: il famigerato avvocato Cesare Previti. Ex esponente della Roma postfascista, Previti aveva dei rapporti di lavoro con Berlusconi e non appena mise le mani sul patrimonio della contessina, gli propose l’affare. Un palazzo patrizio del ‘700 ad Arcore, residenza invernale degli Stampa, con annesso immenso parco, alla modica cifra di 570 milioni di lire dell’epoca. Il valore appurato era di più di 10 miliardi. Ma non solo. I 570 milioni vennero liquidati in azioni di aziende nemmeno quotate in Borsa, tradotto non si potevano convertire, nessuno le avrebbe comprate. A dir la verità uno si offrì di comprarle, si chiamava Silvio Berlusconi, a metà del prezzo di costo ovviamente. La ragazza che era giovane ma non sprovveduta, compiuta la maggiore età provò a intentare causa, ma commise l’errore di scegliere a perorare la sua causa l’avvocato Vittorio Dotti, altro sodale berlusconiano che anni dopo fu uno dei fondatori di Forza Italia. Oltre il danno, quindi, la beffa. Ma tutto ciò non rappresenta il vulnus più grande, la colpa insanabile del Cavaliere. Tutto ciò verrà giudicato dalla storia. C’è di peggio. Disse una volta Giorgio Gaber, che è stato uno degli intellettuali più fini di questa Italia del dopoguerra “Io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Questo è il punto. Il berlusconismo è il cancro che ha rovinato l’Italia bella e ingenua figlia della ricostruzione e dei successivi anni di piombo. Un’Italia povera, se vogliamo, provinciale, ma ferma sui principi, sull’etica. Arrivò la legge Mammì, arrivò il ciclone Fininvest: una tempesta perfetta che ha macinato le menti di almeno due generazioni di connazionali. Tutti i valori fino a quel momento condivisi, vennero messi in discussione. Il vincente non è più l’onesto, ma il furbo. Evadere le tasse non è un furto, ma un atto di autodifesa. I ricchi, i padroni, non sono i nemici, la lotta di classe è una baggianata, tutti possono partire dal nulla e farcela. L’apparenza conta più della sostanza. Balle spaziali, bombardate da quei tubi catodici ogni giorno, ogni momento. E gli italiani, piano piano, si sono assuefatti. Non solo loro, a essere precisi. Canale 5 si riceveva anche in Albania, grazie ai ponti radio del geometra Galliani (altro miracolato sulla via di Arcore) e dopo qualche tempo gli albanesi si erano convinti che nel Belpaese erano tutti o presentatori o belle fighe, e arrivarono in massa. Danni collaterali, come amava chiamare le sue azioni di guerra contro vittime innocenti il buon George Bush sr. Il berlusconismo ha messo e mette tuttora in discussione le basi della nostra educazione, del sentire comune. Probabilmente lui non avrebbe voluto arrivare a tanto, gli sarebbe bastato risolvere i propri interessi, mettere al sicuro le sue aziende, salvarsi dalla galera (questo si, un vero miracolo italiano) ma l’effetto domino ha stravolto la sua vita e, purtroppo, la nostra. Questa è la sua colpa più grande, che non merita perdono. E nemmeno funerali di Stato. Ma siamo in Italia, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, giusto per concludere in linea con l’incipit. E tutto si dimentica.
Davide Stefanoni

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