
L’opposizione assalta una manovra da 18,7 miliardi per fare casino, non perché sia sbagliata. È il solito tanto peggio tanto meglio: bloccare il paese per racimolare consenso al volo, senza una proposta seria con coperture vere. I conti non sono un talk show, sono voragini che non si chiudono a slogan.
L’Italia si mangia circa metà del PIL in costi strutturali. Pensioni, sanità, interessi sul debito, macchina pubblica. Questi problemi non li risolvi con la bacchetta magica. Se vuoi stabilità devi lavorare di fino, tenere la barra dritta sui saldi, scegliere poche priorità e difenderle. Una manovra prudente serve a questo: meno effetti speciali, più ordine, soprattutto quando il mare è mosso.
Sul piano economico il punto è semplice. Il disavanzo va tenuto sotto controllo e portato stabilmente sotto il tre per cento. Serve un avanzo primario vero, non la fiammata di un trimestre. Dentro la spesa ci sono blocchi che nessuno ha il coraggio di toccare. Gli interessi ti mordono appena alzi la testa. Il debito è lungo e in gran parte a tasso fisso, bene, ma se non alzi il potenziale del paese ogni punto di tasso ti ruba margini. E il potenziale lo alzi tagliando il cuneo fiscale in modo strutturale, perché oggi quasi metà del costo del lavoro evapora tra tasse e contributi. Così i salari netti non respirano e la produttività resta ferma. Gli investimenti pubblici devono diventare cantieri consegnati, non conferenze stampa. Altrimenti il moltiplicatore resta sulla carta.
I mercati non vivono più in apnea, lo spread non sta in allarme. Segnali di fiducia, non applausi da studio. Chi governa prova a invertire la rotta con disciplina di bilancio e scelte selettive. Fa poca scena, ma è così che si raddrizzano i numeri.
Poi c’è il braccio operativo della sinistra, la CGIL. Con un segretario che guarda più alla politica che ai lavoratori, parla come un partito e sciopera come fosse campagna elettorale perenne. Un sindacato dovrebbe stare nei reparti, non fare da megafono ideologico. Oggi sembra una barca alla deriva: piazze piene di pensionati, sempre meno lavoratori, zero idee praticabili su produttività, contrattazione di secondo livello, formazione. Più comizi che risultati.
Il centrosinistra intanto campa di indignazione a gettone. Ogni giorno una conferenza, ogni sera un salotto. Nessun piano credibile su pensioni, sanità, scuola, fisco. Si attaccano alla cifra della manovra come fosse uno scandalo, quando il problema vero sono le rigidità che drenano risorse anno dopo anno. Se davvero avessero a cuore il paese, porterebbero testi, costi e coperture. Invece è caccia al like.
E c’è un’altra verità scomoda. La politica dovrebbe prendersi l’onere di educare la cultura del paese, smettere di svendere elemosina pubblica in cambio di voto di scambio. Farlo davvero significherebbe portare all’estinzione un intero emiciclo del Parlamento, ma è l’unica via per rialzare l’asticella. Quando avremo più senso dello Stato, più rispetto per la collettività e per le leggi, quando smetteremo di trattare lo Stato come una mucca da mungere ad libitum, quella sarà la vera conquista di modernità.
Qui sta la differenza. O lavori per la stabilità oppure giochi alla scossetta quotidiana per tenere acceso il riflettore. L’opposizione ha scelto la seconda. Segno che delle sorti dell’Italia importa poco. Le opinioni sono sempre opinabili, i numeri sono sentenze.
Piero Terracina

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