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Considerazioni e bilanci al termine di una stagione ricca di emozioni

di Stefano Mecenate | 30 Agosto 2012

Neppure la pioggia, giunta improvvisa al termine del secondo atto di Tosca, nell’ultima replica a conclusione del Festival, è riuscita a offuscare il positivo trend di questa edizione che si è contraddistinta, più delle altre, per un livello più omogeneo ed elevato.

Una pioggia che ha però costretto i coraggiosi che sono rimasti nel foyer del teatro a seguire, in forma di concerto, l’ultimo atto dell’opera. Accompagnati al pianoforte da Elisa Montipò, Oksana Dyka (Floria Tosca) e Warren Mok (Cavaradossi) , sotto l’occhio vigile del M° Alberto Veronesi, hanno eseguito con bravura quest’ultima parte dell’opera riscuotendo meritati e caldi applausi che si sono aggiunti a quelli già conquistati sul palcoscenico nei due atti precedenti.

Nel frattempo, sul palcoscenico una tromba d’aria ha causato danni alle scene di La Bohème e di Tosca valutati in diverse migliaia di euro, per fortuna senza compromettere le parti scenografiche di Tosca che tra pochi giorni partiranno alla volta di Macao per le rappresentazioni nell’ambito dell’International Music Festival.  Grande lavoro dei tecnici e di tutto il personale della Fondazione Festival Pucciniano per mettere in sicurezza spettatori e materiali e per organizzare  questo happening  fuori programma che non sembra aver messo a disagio i presenti.

Un ultimo “colpo di coda” andato a vuoto per questa 58° edizione del Festival che ha dovuto affrontare sisifiche prove di tenuta e di volontà per riuscire a partire e a garantire degli standard quantomeno degni del livello che questa manifestazione ha raggiunto negli anni.

Ne abbiamo già parlato ed abbiamo ascoltato anche le opinioni del nuovo Presidente, Giuseppe Ferrazza, e del direttore Artistico, Alberto Veronesi: così com’è attualmente strutturato (specie per quanto riguarda i partners che lo sostengono) non può più garantire la sua funzionalità. Troppa precarietà nella garanzia dei contributi, tra l’altro decisamente insufficienti per tenere in piedi un Festival che, giustamente, ambisce a collocarsi tra i maggiori in Europa ed una struttura che ha sulle spalle un pesante fardello com’è il Teatro, opera di pregevole valore e di grandi potenzialità ma oggettivamente sfruttato per un tempo troppo breve per ripagarsi. Le scarse risorse si traducano inevitabilmente, e nonostante l’impegno degli organizzatori a mettere in gioco le “buone relazioni” con cantanti e agenzie, in una difficoltà di garantirsi cast di buon livello con sostituzioni altrettanto valide per dare la necessaria omogeneità, ma anche in una impossibilità a pianificare per tempo la “campagna acquisti” con evidenti rischi. Stesso discorso per la realizzazione o la coproduzione di nuovi allestimenti che impegnano non poche risorse e dei direttori d’orchestra, altro elemento importante per gli appassionati di questo genere musicale.

Insomma, a guardare al futuro prossimo vengono le vertigini anche se il neo presidente sembra ottimista, almeno in termini di possibili strategie «…le idee ci sono e la capacità di attuarle anche; si tratta ora di vedere chi davvero è intenzionato a sostenerle e quali “volontà politiche” guideranno le scelte per il 2013. Di fatto è a mio avviso necessario un cambio di passo che coinvolga l’intera “area pucciniana” : in un mercato mondiale presentarsi separati non solo non paga ma rischia di vanificare l’enorme sforzo che viene fatto. Il Festival Pucciniano è una risorsa preziosa per l’economia dell’area e può diventarlo ancora di più se ci si sforza di imitare i modelli nazionali e internazionali che hanno saputo fare business con la cultura e con la musica in particolare…»

In attesa di vedere quali saranno i possibili scenari futuri, non ci resta che fare il punto su questa edizione che ha presentato la grande novità di un “ritorno” di un’opera non pucciniana sulle rive del lago. Il pretesto dell’anteprima dei festeggiamenti per il 200° della nascita di Verdi è certamente un’occasione per «…dare alla manifestazione maggiore interesse e, conseguentemente, conquistare nuove fette di mercato… Affiancare a Puccini artisti che con lui hanno affinità “temporale” come Catalani, Mascagni, Leoncavallo, o di cui, in qualche modo, si è “nutrito” nella sua formazione come Verdi o Wagner, potrebbe essere un’esperienza importante anche per il festival che potrebbe utilizzare anche durante l’anno per approfondimenti critici con convegni o appuntamenti tematici…» come ci ha detto Veronesi nel corso di una intervista.

E la Traviata che si è proposta al Gran Teatro Giacomo Puccini è quella del nuovo allestimento realizzati in coproduzione tra il Teatro Verdi di Pisa, il Giglio di Lucca, il Goldoni di Livorno con la collaborazione di Maggio Formazione. Essenziale (scena unica realizzata da Poppi Ranchetti aiutata da ottime luci di Valerio Alfieri), elegante (molto belli i costumi realizzati  da Floridia Benedettini e Diego Fiorini per la Fondazione Cerratelli), ben cantata (più che buona la perfomance di Silvia Della Benedetta come quella di Mimma Briganti – Violetta – ottima per intensità e vocalità quella di Stefano Antonucci – Giorgio Gernont – accettabile quella di Massimiliano Pisapia – Alfredo – e con loro tutte le altre voci che si sono alternate nel corso delle 4 repliche in programma), con una regia attenta e convincente di Paolo Travisi che ha lavorato bene con ognuno dei protagonisti per renderli davvero partecipi del loro ruolo e quindi capaci di renderlo non solo attraverso le perfomances canore ma anche con quelle attoriali, così importanti in opere come queste dove ogni sfumatura è sostanza e dove, troppo facilmente, si scivola nel nello sciatto. Convincente la direzione del M° Fabrizio Maria Carminati: troppo esperto e troppo attento per cadere nella trappola della direzione di routine, ha cercato e trovato le nuance giuste, affinando la sensibilità degli orchestrali e guidando i cantanti nei passaggi più difficili portandoli fuori dalle secche dell’ovvio e del banale.

Dalla Parigi di Verdi a quella di Puccini con un Boheme “storica”: senza tema di smentita, si faticava a decidere se immergersi nella piacevolissima atmosfera dell’opera o guardare il dialogo fatto di gesti, parole, sguardi, emozioni tra il grande Daniel Oren e l’Orchestra del Festival che ha dato una prova magistrale delle proprie possibilità. Davvero un direttore “speciale” Oren: sensibilità, entusiasmo, rigore, ricerca delle emozioni più profonde (non quelle delle facili retoriche sdolcinate) sono espresse ai massimi livelli e, ovviamente, tutti ne giovano.

L’allestimento è quello dello scorso anno che porta la firma, per le scene di Maurizio Varamo, per i costumi di Anna Biagiotti e per la regia di Maurizio Di Mattia. Interessanti e piacevoli tutte le voci:

Maria Agresta è stata una Mimì capace di regalare emozioni intense; Alida Berti, una Musetta di temperamento; Stefano Secco un Rodolfo struggente e misurato; Gabriele Viviani un Marcello vocalmente potente e agguerrito; Domenico Colaianni, un pirotecnico Schaunard; Carlo Struli,  un compito Colline.

Una grande emozione l’ha regalata anche la Madama Butterfly nell’allestimento di Kan Yasuda, primo tra i grandi artisti ad aderire, nel 2000, al progetto “Scolpire l’Opera”, con la regia di Vivien A. Hewitt e i costumi di Regina Schrecker.

Quella alla quale abbiamo assistito, è stata una serata “magica” che ha rapito il pubblico e lo ha avvinto in una spirale di sensazioni davvero notevole; merito di quelle scene, di quelle luci, delle voci che hanno davvero trovato il giusto equilibrio tra tecnica e pathos: Donata D’Annunzio Lombardi («…mi sento molto legata a questo personaggio per la sua capacità di vivere silenziosamente e pur tuttavia esprimendo al massimo la sua energia positiva. Proprio come la Natura, la cui forza è capace di dar vita a foreste e a montagne in un silenzio totale. “noi siamo gente avvezza alle piccole cose, umili e silenziose…” dice Butterfly» ci ha detto nel corso di una breve intervista. E poi ancora: «Di Ciò Ciò San mi colpisce la sua straordinaria capacità di amare e un’altrettanto grande capacità di sacrificarsi per amore; ciò non significa che sia debole o vittima di questo sentimento come potrebbe apparire: è che non può che viverlo fino in fondo perché ci crede, senza mediazioni né ripensamenti, con tutto quello che può derivarne. Puccini, in fondo, è come lei: crede nell’amore, crede nella musica e nella sua capacità di esprimere emozioni e sensazioni universali e per l’amore per la musica, in qualche modo, sacrifica anche se stesso…») e Silvana Froli nei panni di Butterfly; Annunziata Vestri è stata un’eccellente Suzuki. Pinkerton è  stato Aquiles Machado, mentre al giovane baritono turco, Kartal Karagedik,  è andato il ruolo del Console Sharpless. Alla direzione il giovane versiliese Valerio Galli che ha saputo regalare della stupenda partitura pucciniana, le suggestioni più autentiche destreggiandosi egregiamente dal rischio di impaludamenti melodrammatici che talvolta appesantiscono e sviliscono questa musica nata proprio sulle rive del Lago.

Tosca, nell’allestimento che porta la firma di Riccardo Canessa per la regia e  Antonio Mastromattei per le scene, con la graditissima novità della Fondazione Cerratelli che ne ha curato i costumi, ha aperto e chiuso questa edizione. Un allestimento tradizionale e nel complesso elegante, un cast di ottimo profilo che ha saputo conquistarsi il pubblico che ha seguito le quattro repliche: l’ucraina Oksana Dyca,  al suo debutto a Torre del Lago, e la sipontina Francesca Rinaldi, si sono alternate nel ruolo di Tosca; il coreano Rudy Park e il cinese Warren Mock hanno vestito i panni del pittore/patriota Mario Cavaradossi, mentre Alberto Mastromarino e l’argentino Leonardo Lopez Linares si sono dati il cambio in quelli del Barone Scarpia, persecutore di Cavaradossi e bramoso di conquistare l’appassionata Flora Tosca, per un puro piacere di conquista. Una lettura di assoluta fedeltà alla partitura è stata data dal M° Alberto Veronesi che ha inteso cercare più che le tinte forti del dramma, le sottolineature più sottili e preziose delle diverse anime dei protagonisti nei loro ruoli all’interno di una storia che vive pagine di grande importanza della grande Storia.

Un evento, che ci auguriamo possa non rappresentare un’occasione “spot”, è stato L’International Opera Awards, gli Oscar della Lirica, organizzato in collaborazione con la Fondazione Verona per l’Arena. Ideato da Alfredo Troisi, Segretario Generale della Confederazione Italiana Associazioni e Fondazioni per la Musica Lirica e Sinfonica nonché riconosciuto promoter di Verona e del suo territorio. Da molti anni, infatti, opera per promuovere l’immagine della città scaligera nel mondo, attraverso il suo spirito creativo, aperto alla realizzazione di progetti innovativi e allo stesso tempo molto concreti. La sinergia con la Fondazione Festival Pucciniano potrebbe quindi costituire per entrambi un interessante strumento destinato a rafforzare le rispettive immagini sui mercati turistici e culturali europei e mondiali.

La presenza, in qualità di conduttore, del giornalista e anchor man Alfonso Signorini ha garantito la sua diffusione anche al di fuori dei circuiti dei melomani, mentre il nome di Andrea Bocelli, venuto a premiare alla memoria un grande tenore che è stato anche suo maestro, Franco Corelli, è stato il trade union tra lirica e mondanità, raccogliendo, pur senza cantare, una valanga di applausi che lo hanno accompagnato anche fuori dal palco.

Due prime donne hanno accompagnato questa serata di gala: la direttrice d’orchestra Elisabetta Maschio e la regista della serata, Giovanna Nocetti.

«Il melodramma racconta emozioni, sentimenti e fa vibrare corde che non hanno età; abbiamo bisogno di farlo meglio apprezzare dai giovani che spesso non lo conoscono o ne conoscono solo gli aspetti più mondani e più lontani dalla musica. Queste possono essere occasioni importanti per avvicinarli, offrendo loro la possibilità di conoscere da vicino coloro che, per meriti e per impegno, hanno saputo conquistare il cuore del pubblico venendo da esso premiati…» ha detto Signorini in apertura della serata; da “melomane incallito” come ama definirsi, il problema del ricambio generazionale, o meglio, il problema di un sistema che sembra ignorare l’importanza di una cultura musicale di base da far partire fin dalle scuole elementari ed alimentare attraverso iniziative dedicate e adeguatamente promosse, è molto sentito e lo dimostra tornando più volte sull’argomento nel corso della serata che vede la scultura Premio, opera dello scultore orafo Alberto Zucchetta, consegnata a Fabio Armiliato per la sezione “Opera al Cinema” quale protagonista rivelazione del film di Woody Allen “To Rome with Love”. Dopo di lui, ad aggiudicarsi l’Oscar della lirica, sono stati il tenore spagnolo Celso Albelo, la mezzosoprano Sonia Ganassi, il baritono Gerald Finley, la soprano Dimitra Theodossiou, il basso Ildar Abdrazakov.

Ma, come giustamente evidenzia Signorini, il mondo della lirica non è fatto di soli cantanti; ecco quindi che la statuetta viene consegnata anche al direttore d’orchestra Michele Mariotti, allo scenografo Richard Peduzzi e al regista Daniele Abbado.

Questa è la cronaca, fedele ed onesta, di questa estate lirica torrelaghese. Così come promesso in apertura di questa “avventura” da corrispondente, ho cercato di raccontare i fatti e le emozioni, talvolta i retroscena, più spesso gli echi delle voci che incontravo. Dovere di cronaca, ma non solo: quando si ama qualcosa, si cerca di offrire i mezzi a disposizione perché questo “qualcosa” sia sempre all’altezza delle aspettative e possa essere apprezzato e aiutato adeguatamente. Non amo la critica per la critica, il gossip gratuito, lo scoop sensazionalistico. A mo’ di Buzzati (mi si perdoni l’accostamento assolutamente indegno) preferisco entrare silenziosamente nei fatti, ascoltare e capire, prima di parlare o di scrivere, comprendere più che giudicare, cogliere tutte le ragioni prima di esprimere giudizi e lasciarmi sempre una possibilità di ripensamento, affinché eventuali intemperanze possano trovare la giusta compensazione. Come il grande scrittore-giornalista bellunese, credo che in ogni fatto ci siano molteplici interferenze, più o meno consapevoli, che ne determinano l’esito finale e che questo non è che una delle miriadi di possibilità che ci sarebbero potute essere al mutare, anche infinitesimale, di un solo parametro.

Ecco perché da questo reportage dal Festival Pucciniano ho preferito portare tanti elementi e pochi giudizi: perché, spettatore tra gli spettatori, ne ho visto i volti e ne ho letto le mille diverse sensazioni che quelle serate hanno regalato loro, anche quelle “tecnicamente” meno riuscite. E allora, se a Dio bastavano meno di 10 giusti per salvare Sodoma dalla distruzione, a me bastano quegli sguardi rapiti dal connubio tra le scene e quei luoghi, tra il ricordo e la rievocazione, tra il silenzio loquace del lago dove Puccini ha dato vita e voce alle sue eroine e il canto di quegli artisti che ogni sera si mettono in gioco “dal vivo”, senza paracadute, per mettere da parte i panni del “critico musicale” ed indossare quelli dell’amante incondizionato della lirica e dell’altrettanto innamorato di quel microcosmo d’inestimabile valore che è Torre del Lago e il Festival Pucciniano. E con quei panni addosso, anche se le considerazioni sono fatte con la testa, il cuore da’ loro diversa destinazione, divenendo per taluni un richiamo, per talaltri un’indicazione, per altri ancora un “memento” per non lasciare che un così importante patrimonio vada perduto solo per squallidi motivi di potere o di politica.

Come hanno detto, durante questi anni nei quali ho seguito il Festival, tantissimi cantanti chiamati a prestare la loro voce nelle opere in programma, cantare qui dove Puccini è vissuto, dove ha composto molte delle sue opere, dove le sue spoglie mortali riposano accanto ai cimeli della sua vita nella villa sul Lago, è qualcosa di indescrivibile, emozionante, commovente, entusiasmante.

Pensiamoci, tutti, e regoliamoci di conseguenza: il futuro del Festival e della Fondazione è nelle mani di coloro che possono deciderne le sorti in un senso o in un altro: ciò che finora è stato fatto dimostra come ci siano potenzialità e volontà di far crescere questa realtà. Ma c’è bisogno di programmi, di certezze, di sostegno e, principalmente, della convinzione che questa realtà è decisamente qualcosa in più di una kermesse estiva e che quindi deve essere valorizzata e sostenuta adeguatamente pensandola come un luogo dove far vivere Puccini 365 giorni l’anno, grazie anche a quel teatro voluto da tanti ed ora lasciato in balia di pochi.

Pubblicato in : 58° Festival Pucciniano

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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