Le ”Assise generali” dell’industria italiana di Verona si sono tenute senza politici, ma non certo senza politica. Anzi, il presidente di Confindustria Boccia ha avuto molto da dire ai partiti e soprattutto alle coalizioni, non bastando talora fidarsi del programma di un singolo partito, se questo è alleato con chi lo contraddice nell’interpretazione effettiva.
Una distinzione ineccepibile, da ascrivere alla qualità di questa presidenza e del lavoro coordinato dal Centro Studi, ma non senza paradossi, perché da un lato l’assemblea ha sposato in toto il programma di governo del centrosinistra, ma gli umori di fondo erano di centrodestra, come da tradizione – si osserverà – ma facendo finta di non sapere che la guida di Berlusconi non è più salda come un tempo, e i contenuti li detta un Salvini che aspira innanzitutto a prendere un voto più del leader di Forza Italia.
Agli industriali, così come agli italiani tutti, – peraltro molto scettici – sono arrivati in questa campagna elettorale messaggi molto flautati. Miliardi e miliardi, mai di tagli ma sempre di elargizione graziosa.
Certo è che in questo momento di ripresa, a Verona gli industriali hanno detto chiaro che talune scelte macroeconomiche, tipiche delle fasi elettorali, rischiano di far perdere di vista la priorità di rafforzare quello che già c’è: un primato del manifatturiero (da 7 anni al top), secondo solo alla Germania, una grande spinta dell’export, nonchè i primi germi di innovazione 4.0 che consentano di cogliere l’occasione del digitale e non subire la sua forza potenzialmente destabilizzante, se non accompagnata da adeguata formazione. E’ confortante che il 38% delle imprese investano in innovazione, ma è poca cosa l’8,3% di lavoratori che frequentano la formazione (media UE, 10,8%).
Gli imprenditori sanno bene che tutto si tiene. Se si mettono in discussione l’euro, anche solo a parole, salta lo spread, sale il costo del denaro che a breve non avrà più la protezione di Francoforte, si sente tutto il peso dell’immenso debito pubblico. Di quest’ultimo nessuno parla, mentre evocare dazi in un Paese esportatore fa venire i brividi a interi distretti industriali, soprattutto a quelli del Nord lombardo e veneto (vedi paradosso di cui sopra).
Se, via reddito di cittadinanza, il sistema tornasse poi ad essere assistenziale, e abrogando la Fornero tornasse a mettere in crisi i conti prospettici del Paese, le imprese sanno che saranno loro a pagare il conto immediato e le nuove generazioni quello in prospettiva.
Come rilevato dal rapporto BEI proprio in questi giorni, 7 imprese italiane su 10 indicano l’incertezza del futuro come l’elemento di più grande preoccupazione. Sarà anche per questo che vogliono tenersi strette almeno le cose buone del passato più recente: jobs act su tutto, riduzioni fiscali per Irap, super ammortamenti e incentivi del piano 4.0.
Il presidente Boccia è stato drastico anche su talune contraddizioni che vengono dai “colleghi” delle imprese pubbliche, influenzabili da fattori politici. E’ il caso ACEA, il cui “padrone” con casacca 5Stelle ha sottoscritto un contratto che ripristina l’articolo 18. Non era più capitato un simile scollamento dai tempi dei contratti Intersind in dumping rispetto ai contratti privati. Le grandi aziende a partecipazione statale sono entrate in Confindustria proprio per mettersi al riparo da invasioni di campo della politica.
A Verona, dunque, una Confindustria preoccupata e sulla difensiva rispetto all’ondata di promesse e al libro dei sogni messo in campo dalla logica del proporzionale. Ma al tempo stesso una Confindustria molto propositiva, con un piano articolato da 50 miliardi anno per mettere a posto una ripresa da non strozzare in culla. E profittare per aggredire il debito, abbassare la disoccupazione, investire, anche se la parte assegnata a se stessa, cioè ai privati, è ancora un po’ timida. Il tutto, comunque, evitando cataloghi dell’impossibile.
Il messaggio delle Assise di Verona si sposa comunque bene con il recente Manifesto congiunto Calenda-Bentivogli, una coppia inedita, forse temprata dalla ricerca di un po’ di buon senso nei conflitti pugliesi su Taranto e sull’oleodotto TAP, palestra di tutte le demagogie e delle italiche pulsioni autolesionistiche.
Ribattezzato Manifesto della “ragione”, ha il pregio di ricordare che in questo 2018 ci giochiamo ben più di una improbabile maggioranza parlamentare, ma la scelta tra rafforzare o indebolire il Paese, in un momento chiave del riposizionamento mondiale delle forze economiche. Bastano i titoli del Manifesto: sviluppo delle competenze digitali, crescita degli investimenti industriali, nuove forme di contrattazione, gestione dell’innovazione. Temi di cui non sentiremo parlare negli ultimi comizi, ma l’Agenda è proprio questa.
…Sempre che le sorti dell’impresa in quanto tale interessino ancora a qualcuno.
Beppe Facchetti

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