L’usanza dell’ “inchino” non sarebbe possibile se in Italia fosse fissato per legge un limite di distanza per la navigazione sotto costa, limite che incredibilmente non c’è. Tutto è demandato alle Capitanerie che hanno a disposizione sistemi di controllo elettronici. Il comandante ha sbagliato ma occorre vedere se sia punibile anche l’inerzia dei controllori, che alla fin fine non possono cavarsela soltanto urlando tre o quattro volte cazzo.

Il comandante Schettino è stato gettato in pasto alla pubblica opinione come una belva: l’unica belva. Probabilmente è vero – e si potrebbe togliere anche il probabilmente – che ha sbagliato l’accostamento all’isola andando troppo vicino ad una zona scogliosa e pericolosa. Sempre probabilmente non è riuscito a gestire le fasi del salvataggio come impone la norma, ma vorrei vedere al suo posto anche chi ha scritto la norma. Certamente è la punta più visibile e più esposta della complessa manovra che ha portato al disastro, ma non è detto che le responsabilità siano tutte sue; e soprattutto le sue sono limitate a questa particolare evenienza, mentre altre situazioni vengono da lontano e se non saranno adeguatamente individuate, punite e rimosse continueranno a costituire un rischio anche per il futuro.
Occorre partire dal cosiddetto “inchino”. Al Giglio era una consuetudine che di tanto in tanto navi da crociera passassero di là per rendere omaggio alla popolazione o a qualche ex collega e ne restavano tutti anche contenti, come ingenuamente ha ammesso anche il sindaco, per l’importanza che veniva data alla località e per i possibili risultati promozionali da conseguire tra i viaggiatori della crociera e non solo: in effetti l’isola è bellissima, rustica e selvaggia il giusto ed un passaggio ravvicinato costituisce sempre uno spot efficace che agli operatori turistici locali non costa nulla.
L’inchino non è solo un fatto privato dell’Isola del Giglio, ma un’usanza in voga in tante pregiate località costiere italiane, da Camogli a Sorrento, da Ischia alle Isole Eolie e ne abbiamo viste di foto in questi giorni di giganti del mare sostare in prossimità della costa e finanche nel cuore di Venezia. Per il piacere degli abitanti? Ne dubito. Più probabile per il vantaggio degli armatori che usufruiscono di uno strumento promozionale, una vetrina, che costa poco o quasi nulla in confronto al ricavo d’immagine che ne ritraggono.
L’usanza però non sarebbe possibile se in Italia fosse fissato per legge un limite di distanza per la navigazione sotto costa, limite che incredibilmente non c’è, come può constatare chi ha la pazienza di scorrere i 1331 articoli del codice della navigazione. Invece la competenza in materia è rilasciata alle disposizioni delle capitanerie di porto e dei circondari marittimi, ai quali è demandata anche la sorveglianza. E qui entriamo in un terreno spinoso. Le capitanerie di porto e molti degli loro uffici decentrati della guardia costiera, come anche quello di Porto Santo Stefano, hanno a disposizione un sistema di controllo elettronico già attivato da anni, detto AIS, a mezzo del quale è possibile individuare in ogni momento e movimento la dislocazione di qualsiasi natante si trovi nel campo di competenza. Perciò le domande che bisogna porci sono se questo sistema era in funzione, se al momento qualcuno aveva rilevato la forzatura del tracciato compiuta dalla Concordia e, se sì, perché nessuno sia intervenuto per ordinare alla Concordia di riprendere la rotta normale.
Perciò – a parte l’esito scontato dell’inchiesta nei confronti del malcapitato Schettino, scaricato in quattro e quattr’otto anche dalla sua compagnia – urge sapere se non si possano ravvisare altrettante gravi infrazioni da parte degli armatori, ma soprattutto se sia punibile anche l’inerzia dei controllori, che alla fin fine non possono cavarsela soltanto urlando tre o quattro volte cazzo.

La tua analisi Silla, è lucida e per molti versi condivisibile. Troppo semplice riconoscere il comandante come l’unico responsabile senza farsi troppe domande ma evidentemente i tempi imposti dalla spettacolarizzazione della tragedia e gli interessi in gioco non consentono di esaminare il fatto con il dovuto scrupolo.
Il nostro è un paese dove, senza scomodare René Girard, per un verso si è costantemente alla ricerca del capro espiatorio mentre, per altro verso, il comune sentire rivendica il bisogno di individuare l’eroe dei nostri tempi.
In questa vicenda apparentemente ci sono tutti gli ingredienti citati ma siamo proprio sicuri che Schettino sia quell’incapace che tutti descrivono e De Falco l’irreprensibile ufficiale che non guarda in faccia a nessuno? Di sicuro il primo ha dimostrato un imperdonabile dose di irresponsabilità forse tanto grande quanto quella di chi doveva vigilare pur in assenza di norme specifiche.
E’ vero che il rito dell’inchino fa parte del malcostume italiano ma, da quello che mi raccontano amici croceristi, non è estraneo da sempre anche a molti altri paesi europei ed anche d’oltreoceano.
Non è, inoltre, una prerogativa di comandanti italiani né solo di armatori del nostro paese come potrebbe apparirie dalla connotazione nazionale che alla notizia molte testate internazionali hanno dato.
Sembra una tragedia interamente attribuibile al nostro paese dimenticando però che è pur vero che Schettino è un nostro connazionale ma buona parte degli uomini di vertice dell’quipaggio provengono da altri paesi.
Non mi pare poi che su nessuno dei giornali che ho potuto leggere sia stato dato il dovuto risalto al fatto che Costa non è altro che un marchio di una compagnia di navigazione multinazionale americana per la quale il mediterraneo non è altro che un mercato importante ma pur sempre ai confini dell’impero.
Quando Carnival acquisì Costa Crociere la pagò poco meno del costo di una delle numerose imbarcazioni della sua flotta.
A fronte di una speculazione di queste dimensioni che tante soddisfazioni ha dato al gruppo, quali sono stati gli investimenti che Carnival ha fatto nella sicurezza e nella formazione dell’equipaggio? E l’attività di controllo degli audit preposti? Siamo proprio così sicuri che la società non abbia imposto al comandante di adottare quel comportamento cercando di limitare i costi per l’azienda anche rischiando qualche vita umana?
Non vorrei che al termine dell’inchiesta emergesse che tutto quanto accaduto sia stato condizionato da regole che niente hanno a che fare con il mare, le navi, i comandanti pavidi, gli ufficiali coraggiosi ma che si misurano con la fredda logica del profitto.
Forse è una lettura retorica dell’evento che in ogni caso rimane, a mio avviso, l’ennesimo triste segno dei tempi.
E torno a chiedere: quanti sommozzatori hanno operato 24 ore su 24 e secondo i turni alla ricerca dei superstiti nei primi due tre giorni. Il numero, occorre sapere il numero dei sommozzatori per dare un giudizio sulla qualità dei soccorsi. Ma si sa, fin dai primi minuti il naufragio faceva solo spettacolo.
Certo Nicola, resteremo un paese tutto anema e core, bricolage e chiesa.
Mi domando con ancora piu di 20 cadaveri da recuperare, come sia baluginato nella testa dei soccorritori di portare a riva una statua kitch di una Madonna, decoro tra altri mille su navi come quelle! Immagino già il seguito, pellegrinaggi all’Isola del Giglio perché la Madonna ha fatto il miracolo, ha salvato piu di 4000 passeggeri!
Questa é l’Italia caro Nicola, quella che non vuole crescere, non vuole la verità, ma vuole le Madonne sulle quali piangere.
Quando questo Paese farà piazza pulita di “inchini” , “reverenze”, scaramanzie, credenze, e comincerä a cercare la verità che non esce mai, a cominciare dal rapimento di Emanuela Orlandi, passando dall’abbattimento del volo Itavia ad Ustica e finendo con il Capitan Schettino e i suoi “inchini” all’Isola del Giglio, allora, forse, l’Italia diventerà un paese normale.
Non vorrei mai essere nei panni dei familiari delle vittime che vedono i sommozzatori perdere il loro tempo per “salvare”e imbracare una statua kitch, e in queste tragedie appare ancora piu’ evidente persino per i credenti che persino la statua kitch non ha fatto il suo lavoro quella sera di gennaio.
Questo è il video del GPS che è stato reso noto in queste ultime ore. Sempre sperando che non sia un falso, da qui si può desumere che le autorità marittime, compreso il De Falco dalle grandi reprimende, potevano [o dovevano?] essere a conoscenza delle anomalie della rotta almeno fino dalle 20,30. Superfluo trarre conclusioni
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=H5kwozlPpt8#!
Salve, finalmente qualcuno che la pensa come me… solo che Lei ci è arrivato a pochi giorni dal disastro.. io ci ho messo un po’ di più…
Caro Paolo,
le colpe del comandante, pur se bisognerà attendere la fase dibattimentale del processo, sembrano evidenti anche a me.
Ma condivido il significato e la lettera dell’articolo di Silla Cellino. Inchini e “riverenze” sono state tollerate. L’eccessiva vicinanza alle coste non è stata mai sanzionata, nemmeno attraverso un semplice richiamo. Vogliamo limitarci a punire Schettino e lasciare le cose come stanno? E vogliamo anche lasciare che nelle navi, negli alberghi, nelle scuole, nei pubblici uffici, le evacuazioni in caso di necessità siano affidate sempre alla generosità di chi è capace di atti di eroismo?
Insomma, vogliamo esaurire tutto con la punizione di Schettino, dimenticare tutte le insufficienze e improvvisazioni, la nostra totale impreparazione di fronte alle emergenze? Insomma, vogliamo restare un Paese tutto cuore e bricolage?
Caro cariglia, non so se esiste per la marina lo stesso sistema come per l’aviazione civile dei controllori di volo, in questo caso del mare, mi domando anche se questi alberghi di lusso a 10 piani siano dotati di strumenti che, laddove il fondale sia troppo basso, non richiamino con allarmi stridenti e ripetuti l’attenzione del comandante di bordo, esattamente come avviene negli aerei.
Ovvio che se questi strumenti esistono anche per i transatlantici, bisogna capire perché non abbiano funzionato, e allo stesso tempo capire se la capitaneria di porto aveva sui suoi schermi il radar con la posizione della nave e se si perché non ha immediatamente dato l’allarme, come sempre in queste circostanze la colpa non é MAI una solka, ovvio, ma una maggiore colpa resta quella del comandante di bordo!
Le dichiarazioni a “Porta a Porta” dell’ex ministro Matteoli facevano un po vomitare, la sua tesi era che il comandante aveva salvato la maggioranza dei passeggeri, che si fa , gli diamo una medaglia?!?
Purtroppo, dispiace sottolinearlo, credo che sebbene il rischio zero non esista mai, un episodio del genere non sarebbe successo altrove, solo gli italiani potevano inventarsi “inchini” e “riverenze”, che mi sanno di mafioso e camorrista.
La tecnologia ci fa credere ad una perfettibilità infinita dei contesti e quindi a un trasferimento di responsabilità dal soggetto al contesto stesso. Questo accade anche nell’indagini per delitti contro le persone dove i contesti sono le ipotesi sulle motivazioni. Con ciò qualsiasi reato viene implicitamente depotenziato di responsabilità oggettiva, e se si escludono i rei confessi, ogni delitto contro persone e cose scivola nel preterintenzionale, ciò proprio contro le più recenti reazioni all’andazzo miranti per esempio a includere l’omicidio stradale nell’omicidio volontario. Poi una digressione sulla tragedia della Costa Concordia. L’alto numero di dispersi esigeva che nel giro di due o tre giorni al massimo la nave, parte sommersa e emersa, fosse puntualmente ispezionata in ogni pertugio. Per fare ciò occorrevano squadre di specialisti che, considerando i turni, dovevano contemplare qualche centinaio di addetti, numero che i nostri esigui corpi militari e della protezione non potevano coprire. Perché non si è avuto il coraggio di chiedere l’aiuto di personale specialistico estero, francese e spagnolo in particolare? Per non ammettere la miseria della nostra forza armata? E a Napolitano canterino quanto occorreva per una doverosa presenza al Giglio in elicottero? Mezzo pomeriggio, andata e ritorno. A questo punto il mento di Totò si allunga in un “ ma mi faccia il piacere!”
Silla Cellino frequenta l’isola del Giglio da tempo immemorabile e ne conosce ogni segreto: dell’isola e del mare che la circonda. E nel suo documentato e puntuale articolo pone un problema molto preciso: il ruolo di chi deve vigilare.
Ferme le colpe del Comandante, nessuno aveva da ridire di questi continui “inchini”, cioè del continuo passare a poche decine di metri dalla riva di questi immensi transatlantici? Non se ne era accorto mai nessuno? Nè a occhio nudo nè tramite gli strumenti? Esistono le tracce di questi passaggi?
Crocefiggere l’indifendibile Schettino, significa spengere la marea montante della giusta indignazione. Rispondere alle domande poste da Silla, significa prevenire altre disgrazie. Ne vale la pena. O no?
Certamente le responsabilità sono molteplici,come ben annota ed elenca Silla .Ma quelle del “capitano” sono le più eclatanti ,dato che non era un “rappresentante” della Compagnia , od un maestro di ballo o di cerimonia , ma avrebbe dovuto essere un marinaio e Comandante di quel bestione sfavillante . Evitiamo che la disgrazia diventi l’essere sotto accusa per aver provocato e permesso un disastro del genere…
Dato per appurato che questo capitano ha le sue colpe, cerchiamo di capire da chi era affiancato. Se il “capitano” perde la testa cosa fanno gli altri ufficiali? Si prendono la responsabilità di sostituirsi a chi non ragiona e visto il disastro si dannano l’anima per mettere in sicurezza i passeggeri. Sembra invece che sia il capitano che altri ufficiali abbiano lasciato subito la nave e la romantica figura di chi lascia per ultimo la nave o muore con la sua nave va a farsi benedire.
Non siamo noi quelli che vogliono per forza un colpevole, ma il comportamento ignobile di questo omunculo indifferente al punto di ordinare la cena quando tutto crollava sulla sua nave, ci porta a chiedere che torni in galera, possibilmente in compagnia di quegli ufficiali che dallo scoglio guardavano la nave. Complimenti per la bella figura, ma la Costa quando seleziona i suoi uomini di fiducia in base a cosa lo fa?
Quindi sul banco dei colpevoli Schettino per primo, i dirigenti Costa e altri ufficiali al suo fianco.
La ricerca capello dopo capello delle responsabilità porta a un polverone senza colpevoli come ormai d’uso nell’italica giustizia tremebonda nell’emettere sentenze e nell’eseguirle. Allora resta un solo dilemma: meglio l’inchino all’isola o l’inchino alla storiella della trave nell’occhio?
Penso che tu abbia colto proprio nel segno.
Ma e’ tipico dell’Italia, e ancor più nell’Italia di oggi, questa cialtroneria diffusa che trova tanta maggiore responsabilità quanto più si sale nella gerarchia del potere. E fa parte di questa cialtroneria trovare sempre un Malaussene di turno sul quale scaricare tutta la colpa ( che pure certamente esiste ).
Purtroppo la consuetudine dell’inchino non è opera sua, di questo guascone irresponsabile che con una ponentata epocale, il 17 dicembre, ha deciso contro ogni buon senso di buttarsi in mare, a Marsiglia, con tutti i passeggeri che chissà cosa avranno pensato, perché magari si son divertiti fidandosi del Comandante.
Purtroppo per 15 minuti il transponder della Concordia ha mostrato che la nave puntava ll’isola, e l’ha mostrato sui monitor di coloro che erano deputati a controllarne la rotta; risultano richieste di spiegazioni? risultano autorizzazioni richieste e/o concesse, qualcosa che possa spiegare il perché in quei 15 minuti circa a nessuno è venuto nessun dubbio di nulla?
E’ troppo indifendibile Schettino, troppo ghiotta la tentazione di gettargli addosso anche colpe non sue.
Che lui le colpe ce le ha tutte, intendiamoci. Nessuna attenuante, per carità. Nemmeno un bambino – se non uno di quelli deviati e vagamente demoniaci usciti da un romanzo di Stephen King – avrebbe mai potuto concepire di andare a 15 nodi a 150 metri dalla costa del Giglio, ma io mi chiedo dov’erano coloro che dovevano fermarlo.
Mi chiedo dov’erano gli altri ufficiali, sulla nave e sulla terra, dov’erano tutti, dov’era tutto il resto del mondo, mentre un pazzo portava a compimento il suo scellerato disastro.
Oggi è Schettino, domani un folle, o un terrorista. Chi controlla la nostra incolumità, se chiunque si trovi al timone di un tale mostro del mare può arrivare a un passo dalla catastrofe totale senza che nessuno muova un dito?
Sicuramente le colpe sono anche della compagnia, meno a mio avviso quelle delle capitanerie di porto. La colpa della compagnia é quella di tollerare simili imbecillaggini e quella di mettere a capitano di un transatlantico un individuo sprovvisto di qualità umane, tecniche, emozionali, insomma in poche parole un INETTO! Chi lo ha messo in quel posto, dovrebbe incorrere nelle stesse pene!
Questa mania campalinistica cosi puerile e italica, gli”inchini” , le “reverenze” sono roba da terzo mondo.
Questo qua é “Capitan Macchietta” , mi pare solo capace di brindare e fare il guappo coi passeggeri per i brindisi, ma al momento del grave errore da lui e da lui solo commesso, ha collezzionato gaffes e errori che hanno portato alla morte decine di persone!
Speriamo che le indagini accertino le sue colpe, come quelli degli armatori o di altri marinai a bordo (dovrebbe valere la stessa regola dell’aviazione civile, se il comandante sbarella, il co-pilota DEVE prendere le redini dell’aereo e disobbedire a ordini che se eronei porterebbero l’aereo a schiantarsi).
Auguriamoci che simili individui siano rimossi a VITA dai loro incarichi e che una persona del genere non sia fatta piu salire a comandare neppure un gommone, oltre a farsi qualche annetto in prigione a meditare sulla sua incapacità che ha portato morte, danni incalcolabili di immagine e ridicolaggine all’Italia, come se ce ne fosse stato ancora bisogno!