I casi giudiziari, venuti recentemente alla ribalta, vedono in primo piano due giudici. Il primo episodio ha dell’incredibile. Riguarda il magistrato Silvana Saguto, che aveva in affidamento e gestiva i beni sequestrati alla mafia. La Saguto ha recentemente commemorato Borsellino, in occasione dell’anniversario della strage di via Damelio, e poco dopo essere scesa dal palco (intercettata a bordo della sua auto blindata) parla dei figli del giudice, martire della mafia, come di persone negative.
Il secondo magistrato venuto alla ribalta è la giudice Scognamiglio, che avrebbe chiesto al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, di nominare il marito Guglielmo Manna a capo di un’importante Asl. I casi che rappresentiamo non sono certamente i primi a fare scalpore; ne ricordiamo, uno per tutti, Cesare Previti che fu condannato insieme al magistrato che aveva corrotto per il famoso “lodo Mondadori”.
La giudice Saguto è indagata dalla Procura di Caltanissetta perché avrebbe costruito un sistema di raccomandazioni e favori intorno ai patrimoni sottratti alla mafia; in un supermercato avrebbe speso per un importo di diciottomila euro.
L’effetto che questi casi producono nell’opinione pubblica è molto negativo. Con tutti i difetti e le critiche che si possono rivolgere alla magistratura, non si devono tirare delle conclusioni qualunquiste su un importantissimo corpo dello Stato. C’è un dato di fatto, costituito dalla caduta di quello che era ritenuto il baluardo della magistratura: vedere dei giudici accusati di reati così gravi, non fa bene all’Italia, già così provata da una classe politica inaffidabile e corrotta.
Il cittadino desidera avere fiducia in qualcosa. Si aspetta impazientemente che la bilancia della giustizia rimanga in equilibrio. Quand’ero ragazzo, un anziano ex pretore del mio paese mi parlava con malinconia del figlio assunto all’importante ruolo di presidente della Corte d’Appello e dell’aurea solitudine del giudice. Il pretore di Castellabate era contento per l’importante incarico del figlio e triste, allo stesso tempo, per la consapevolezza di ciò che comporta rivestire un ruolo che impone di vivere in modo riservato, lontano dalle luci della ribalta; che non fa e non riceve favori.

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