
Dopo un anno di lavori per la realizzazione della nuova macchina scenica, è stata riaperta al pubblico la Sala Grande del Teatro del Maggio, dove è stato rappresentato Don Carlo di Giuseppe Verdi. Finalmente il teatro fiorentino, a 11 anni dalla sua primissima inaugurazione, potrà essere operativo “a pieno regime”, disponendo contemporaneamente della Sala Mehta da mille posti per i concerti e di quella appena ristrutturata con i suoi circa duemila per la messinscena di opere liriche.
Per questo Don Carlo – nella versione italiana in quattro atti – vi era sul podio il direttore principale Daniele Gatti, mentre la regia era firmata da Roberto Andò, con scene e luci di Gianni Carluccio. Di fronte ad una sala abbastanza gremita (ci riferiamo alla replica del 3 gennaio), il direttore milanese è riuscito a mantenere alta la tensione per circa quattr’ore, attraverso una lettura approfondita e attenta ai minimi particolari della complessa partitura verdiana, esaltando l’atmosfera di angoscia dell’intera vicenda ed evidenziando con massima espressività gli aspetti lirici e intimisti, pur non venendo meno ad un intenso vigore quando opportuno (si pensi alla scena dell’autodafè del secondo atto). Gli orchestrali hanno risposto alla perfezione a questa linea tracciata da Gatti, con l’intento di dialogare nella maniera più efficace ed equilibrata possibile con i cantanti, cosa assolutamente non semplice in una sala con una buca orchestrale enorme e con delle voci su un palcoscenico a notevole distanza. A proposito del cast canoro, va detto che hanno sicuramente primeggiato Francesco Meli, un Don Carlo molto ben caratterizzato e preciso sul piano vocale (pur con qualche limite nel volume) ed Eleonora Buratto – Elisabetta di Valois – che si è distinta per il suo lirismo raffinato e per le sue doti interpretative, espresse in maniera splendida in “Tu che le vanità” all’inizio del quarto atto; buona anche la prova di Roman Burdenko nei panni di Rodrigo e discreta quella di Ekaterina Semenchuk come principessa Eboli, che ha esaltato la sua ottima tecnica vocale in “O don fatale” nel terzo atto. Al di sotto delle aspettative il Filippo II di Mikhail Petrenko, che è apparso piuttosto disomogeneo nel timbro e non pienamente centrato nel personaggio, mentre Alexander Vinogradov ha dato vita con bravura ad un grande inquisitore cupo e autoritario. Ottimo il coro, istruito da Lorenzo Fratini, che in questo capolavoro verdiano ha un ruolo di assoluto protagonista.
Per quanto riguarda la regia, Roberto Andò ha saputo restituire in maniera convincente il clima angoscioso della Spagna controriformistica senza ricorrere alla spettacolarità, basandosi su una recitazione molto attenta ai gesti e ai movimenti, su delle strutture scenografiche di imponente pesantezza e in grado con pochi elementi aggiuntivi di rappresentare ora un chiostro, ora un giardino, ora una prigione e su delle luci alquanto attenuate per l’intera durata dell’opera, che contribuivano a rafforzare un’atmosfera di persistente e plumbea semioscurità.
Buon successo di pubblico.
Luca Summer

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