Vabbè lo so ci sono espressioni anche più eleganti tipo “Non abbassare la guardia”, ma ci vorrebbe la guardia; oppure “continuare la vigilanza attiva”, vorrei conoscere la vigilanza passiva; oppure “tenere alta l’attenzione”, dipende dai portici, soprattutto a Bologna. A parte gli scherzi, e non scherzi a parte, a me piace “Comunque non mollare”, perché mi sembra più immediato e più popolare.
Ditemi l’’ultima volta che in un mercato, quando erano aperti davvero, avete sentito uno o una dire “continuiamo la vigilanza attiva” Avremo sentito dire invece: “Mai molar”. Mai mollare. E anche “comunque” non è male. Ti crea distensione, relax, riflessione, tempo di pensare, secondo me usare “comunque” è un po’ come allungare la vita. Esegesi del comunque, elegia del comunque. Quanto è distensivo dire e pensare “comunque”!. Se non ricordo male una professoressa del liceo diceva mai cominciare una frase con “comunque”. E infatti.
Allora, comunque non mollare. Soprattutto ora che siamo nel bel mezzo della Fase 2, quella di due settimane tra il 4 maggio e il 18 maggio in cui proviamo la febbre all’Italia vircovidale. Vircovidale è al momento solo mia, credo. Se siamo, restiamo, bravi in queste due o tre settimane nonostante le tentazioni e le parziali concessioni (se non vi aggrada la rima mettete voi il sinonimo) avremo in premio da fine maggio più libertà e nuova normalità. Se ci facciamo prendere dall’ansia trasgressiva o più semplicemente dalla voglia di fare come prima ricadremo facilmente in rialzo di contagi e problemi annessi, tra cui nuove zone rosse.
Avete mai sentito il rumore di un respiratore? Siete mai entrati in una terapia intensiva? Volete essere confinati per altre due settimane? A parte qualche nostalgico penso che sia un no per tutti gli altri, la stragrande maggioranza. Quindi non mollare. Che significa: stare distanti due metri dagli altri, indossare la mascherina, lavarsi bene le mani, molte molte volte al giorno, prima e dopo di aver toccato e usato qualcosa che non usiamo solo noi. Mica difficile, ma neanche sempre immediato. E poi tanto tanto buon senso. Che senso ha che una mamma urli dal cortile ad un’altra mamma: manda giù il bambino che finalmente può giocare con i miei. La mamma due ha chiuso la finestra. E ha fatto bene. La mamma uno era da internare o da rieducare. Il professor Richeldi, primario di Pneumologia del “Gemelli” l’ha detto magnificamente bene l’altro giorno in una nostra trasmissione televisiva: “In questi giorni noi generiamo la determinante di quello che si potrà o non si potrà fare fra due settimane”. Se conserviamo le misure di prudenza, distanza, protezione andremo verso nuova aperture, altrimenti i numeri dei nuovi contagi porteranno a nuove restrizioni. Si guarda al 18 maggio come nuova data di svolta, un lunedì magico in cui dovrebbero riaprire negozi e museo, siti archeologici e altri servizi di particolare interesse per la popolazione. E intanto il genio italico inventa e brevetta soluzioni di separazione: il plexiglas al tavolo del ristorante, i cerchi usati per il salto ginnico come distanziamento dei banchi di scuola, visiere con specchio per i parrucchieri ed estetiste. Sarà un mondo nuovo tutto bello da scoprire.
Da certi modelli i nuovi ristoranti si trasformerebbero in cucce di plastica trasparente in cui consumare in presunta visiva compagnia il pranzo o la cena. Dice un mio amico giornalista di Roma: “Se mi obbligano ci andrò, ma per stare tra tre plastiche forse meglio aspettare due settimane ancora”. Sospendo il giudizio. A quel punto se il problema è il droplet e cioè le goccioline con possibile virus tanto vale inventare le visiere o le maschere compatibili con l’alimentazione. Prima o poi mi sa ci arriveremo.
Potremmo studiare meglio come si alimentano gli astronauti e vedere cosa esportare e imparare da quel sistema. Quel che è sicuro è che dovremmo imparare a convivere non solo col virus latente ma anche con la distanza fisica imperante e potente. Si può essere comunicativi anche a distanza? Eccome! Questa emergenza ha spinto ad essere comunicativi a distanza centinaia di migliaia di nonne e nonni, genitori e piccoli allievi che mai avevano cliccato in vita loro su una icona di telecamera su un qualsiasi schermo. Ed ora invece siamo tutti qui in videocomunicazione. A volte anche troppa, ma tant’è. Al lavoro siamo tutti il teleconferenza, webinar (seminari via web) scrivanie trasformate in sale regie, schermi e web cam ovunque, connessioni e video meet a volontà. “Eh ma che bel quadro che hai lì dietro”. E tu ti giri e lo scopri anche tu per la prima volta. “Eh ma che bel libro che hai lì accanto”. E non ricordavi nemmeno d’averlo letto. Forza della teleconessione.
Le videochiamate più caratteristiche rimangono quelle personali: le multi-conferenze domestiche da telefonino. Fantastiche: Rosa ci sei? Sì Maria son qui. Non ti vedo. Sfondo bianco. Gira il telefonino. No quelli sono i capelli. Ah adesso è saltata la linea. Rosa sei tornata? Sì ma non ti sento. Come non mi senti? Schiaccia il microfono. Trok. Ah Maria adesso devo preparare il pranzo, ciao. Fantastico.
Comunque non mollare. Siamo noi a decidere il nostro immediato futuro, e anche quello meno immediato. Decidiamo in queste settimane come staremo a luglio e a dicembre, e pure in mezzo. Intanto direi Forza “Poma” . Orgoglio mantovano quello provato in questi ultimi giorni per le confortanti notizie sulla cura al plasma che vengono dal nostro ospedale mantovano “Carlo Poma” ad opera del professor Giuseppe De Donno chiamato intervistato in tante trasmissioni televisive in questi ultimi tempi. Orgoglio mantovano quando anche la mitica trasmissione del mitico Bruno Vespa ha avuto in scaletta l’intervista al professore De Donno, e sentire Vespa dire adesso ci colleghiamo con l’ospedale di Mantova per farci raccontare dal professor De Donno come va la cura al plasma, beh insomma non è stato male. Un po’ come finire alla CNN ai tempi delle crisi mondiali. Comunque non mollare.
Fabrizio Binacchi

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