“Fai pure, tanto non possono farmi niente!” ha urlato l’aggressore. La vittima è una commerciante di Ancona colpita con un pugno per essersi rifiutata di fargli l’elemosina. Ha chiesto poi l’intervento della polizia. Il cialtrone, alto e grosso, è un nigeriano senza dimora e senza reddito. Con altri compari staziona da mesi dalle parti di corso Amendola. Non nuovo a episodi di intolleranza, ancora una volta ha fatto della violenza il suo modo per comunicare. Rabbia o follia poco importa, visto che un cazzotto fa male e basta. A Bologna un giovane di 20 anni si avvicina, con la scusa di chiedere una sigaretta, per tentare una rapina. Però il passante che incrocia è un carabiniere in borghese. La colluttazione, altri carabinieri accorrono e il giovane marocchino, senza fissa dimora e con precedenti penali, viene arrestato. Quattro giovani rumeni sfondano, utilizzando un tombino, la vetrina di un negozio in piazza Ducale ad Abbiategrasso. Rubano smartphone e altra merce per circa 7 mila euro, ma vengono arrestati la notte stessa dai Carabinieri che indagano sulle loro possibili responsabilità in numerosi recenti furti compiuti nella zona con le medesime modalità. Con irruzioni notturne in ville isolate, una banda di otto albanesi per mesi ha battuto le province campane e lucane. Sequestri e sevizie per ottenere la combinazione delle casseforti o le indicazioni sul nascondiglio dei gioielli. Una organizzazione paramilitare, una ferocia descritta come spaventosa, nessuna remora nemmeno con i bambini. Inseguimenti e sparatorie, appostamenti e fughe finché i Carabinieri di Casoria hanno posto fine – per il momento – alle razzie.
Notizie di ieri e di ieri l’altro sfogliando il giornale. A ben vedere non dissimili da quelle di un paio di settimane fa e oltre. Arrivano dirette e dettagliate. Possono scuotere generando insicurezza. Risultare secondarie per scaramanzia. Per abitudine non badarci più. Eluderle perché travolti da buonismo unilaterale. Superfluo precisare che un delinquente non ha colore o nazionalità o credenza, bianco o giallo o nero è un delinquente e come tale deve essere ugualmente perseguito. Nella fattispecie, però, questi sono pessimi migranti, pessimi ospiti e – converrebbe addirittura la Boldrini – pessimi cittadini. Noi abbiamo già capito che allo stato è ormai vano lamentare che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa loro. O magari sottolineare che aver accolto costoro sia stato un errore madornale: vuoi per il dolo di cui si sono fatti portatori, vuoi perché in un modo o nell’altro s’è sempre rivelato impossibile rimandarli donde son venuti. D’accordo, però il discorso sulla microcriminalità – d’importazione e indigena – non può finire qui. Questa sventura quotidiana, a cui sarebbe sbagliato assuefarsi, si sostanzia di prepotenza vile e reiterata, praticata da stranieri e, ripetiamo a scanso di equivoci, da italiani. Non è soltanto una minaccia al patrimonio di chiunque e una violenza a cui non c’è modo di sottrarsi. Le vittime debbono fare poi anche i conti con l’angoscia al pensiero di quanto vissuto, i timori che viziano poi le relazioni con estranei, l’incertezza per strada o addirittura in casa propria. Le conseguenze possono rivelarsi nel tempo devastanti per i singoli pur nell’insipienza dello stato che l’ha catalogata “micro” per meglio non vederla.
Ma se è vero che la macro criminalità, tradizionalmente nostrana, è ormai un cancro secolare e invitto, almeno occorrerebbe arginare la (micro) criminalità non parlando più, almeno per vent’anni, di indulti e svuota carceri. Quando si individua qualcuno in flagranza di reato deve essere posto inequivocabilmente nelle condizioni di non nuocere per tutto il tempo che gli sarà comminato. Anche quando s’incappa in qualcuno che suole reiterare furti e rapine lo si deve assicurare nelle restrizioni in quanto è già noto quello che da libero finisce per fare. I precedenti penali non debbono essere variabili indipendenti e trascurabili: certificano il grado di pericolosità e debbono concorrere nell’adozione di provvedimenti carcerari di salvaguardia per il resto della società. Si obietterà: non c’è più posto nelle carceri. L’Europa infatti (una volta tanto non citando a sproposito) censurò l’Italia e minacciò multe per il sovraffollamento nei penitenziari con la moltitudine di celle, stipate di uomini, spesso all’inverosimile e moralmente inagibili per una società civile. L’occasione sarebbe stata propizia anche per intervenire sull’edilizia carceraria che soffre da decenni di immobilismo a causa di tutte le emergenze che le hanno anteposto. Ma sarebbero occorsi impegno finanziario e volontà politica: caratteristiche mai pervenute. Così, per diminuire il numero dei detenuti, s’imboccò la solita scorciatoia, come si pratica con le soglie mobili che misurano l’inquinamento: alzarono il livello minimo di punibilità e depenalizzarono reati comunque odiosi. A modo loro inesausti, ancora nel Palazzo dissertano inconcludenti sulla percezione della sicurezza che sarebbe non a caso differente dalla sicurezza. Poi, prima di coricarsi, twittano addosso ai molesti che “soffiano sul fuoco” ammettendo e ignorando ad un tempo – mirabile logica – che il fuoco c’è.

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