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Come nacque e come resse l’Italia

L’Italia non nacque per caso ma da Idee forti, il “Risorgimento”, la Terza Roma, e grazie a una dirigenza diffusa, consapevole, motivata, non “tirata a sorte”.

di Aldo A. Mola | 14 Agosto 2018

Canìschio è un piccolo comune affacciato sul torrente Gallenca, poco sopra Cuorgnè, nel Canavesano, quaranta chilometri da Torino. Il municipio è a Mezzanile, raccordo tra borgate i cui nomi passarono nel tempo ai loro abitanti, come documenta lo storico  locale Alberto Crosetto: Ferrero, Fogliasso, Braida… Nella Sala polivalente del Comune il sindaco, Riccardo Rosa Cardinal, ha allestito la mostra “Fede e valore” prodotta dal Ministero della Difesa e da lui duplicata, con gli alberi genealogici dei canischiesi caduti nella Grande Guerra e molti suggestivi cimeli: invito a riflettere sul miracolo della Riscossa dopo la ritirata di Caporetto (ottobre-novembre 1917), quando sembrava stesse tutto crollando e in poche settimane gli austriaci potessero arrivare a Verona, a Milano. Sarebbe stata la fine dell’Unità sorta appena 56 anni prima, con la proclamazione del Regno d’Italia. Il Paese rispose coralmente “Non passa lo straniero”. Parola d’ordine fu: “Resistere, resistere, resistere”, sul Piave come sul “fronte interno”. Le donne ebbero parte eminente in quell’epica lotta, come a Canìschio ha eloquentemente spiegato il colonnello Antonio Zerrillo, del Comando Militare Esercito Piemonte, per anni stratega dell’informazione storiograficamente corretta sulla Grande Guerra, specialmente nelle scuole. Nelle fabbriche, nei campi, negli ospedali, in missioni delicatissime, nella fatica quotidiana e nella spesso straziante elaborazione di lutti domestici le donne italiane divennero con ogni evidenza protagoniste della vita nazionale. Lo si vide nella solenne celebrazione del Milite Ignoto, scelto ad Aquileia da Maria  Bergamas, madre di un caduto non identificato, e traslato sino all’Altare della Patria in un’Italia cementata nel ricordo del sacrificio. Non erano stati i cittadini a decidere la guerra. Il Parlamento stesso l’aveva più subìta che voluta. Però furono gli italiani a sopportarne il peso e a vincerla. Lo comprese bene Vittorio Emanuele III, che elevò il Vittoriano a tempio della Terza Italia, custode delle Bandiere e delle Medaglie d’Oro. Umberto II stabilì che lì dovevano essere conservati anche i Grandi Collari della Santissima Annunziata, per ricordare che il Principe non opera in solitudine ma contornato dai suoi fidi, a loro volta chiamati a suscitare il consenso. Lì è il segreto degli Stati che durano nei secoli.

Canìschio ha riproposto la parabola dell’Unità nazionale: l’Italia non nacque per caso ma da Idee forti, il “Risorgimento”, la Terza Roma, e grazie a una dirigenza diffusa, consapevole, motivata, non “tirata a sorte” ma eletta in gara leale tra cittadini, libera da vincoli di mandato e di comprovata esperienza culturale, professionale e “politica”: la missione più alta nello Stato, come 2500 anni addietro spiegò Socrate, condannato a morte dagli ateniesi proprio perché li esortava alla serietà. La città non gli dette retta. Finì succuba di Filippo il Macedone, un barbaro rispetto a Pericle.

 

Dopo Caporetto tutto sembrava perduto ma agli ordini del nuovo Comandante Supremo, il napoletano Armando Diaz, l’Esercito arginò l’avanzata austro-tedesca, che, ormai lontana dalle basi di partenza, si esaurì sulla sinistra del Piave e contro le poderose difese del Grappa, allestite dal preveggente Luigi Cadorna, da sempre consapevole che quello sarebbe stato il bastione per fermare il nemico (non solo austro-ungarici e tedeschi ma croati e sloveni, i più accaniti).

La parabola proposta da Canìschio è di vidida attualità. L’Italia superò la prova memore dei suoi principi fondativi: indipendenza, dopo secoli di dominio straniero; unità, dopo mille e cinquecento anni di frantumazione in feudi, comuni e signorie, tutti comunque “vassalli”; e libertà, cioè partecipazione dei cittadini alle decisioni che mettono in gioco lo Stato e le loro sorti. A lungo la storiografia di matrice ideologica ha esaltato il “Principe” di Niccolò Machiavelli, utilizzato soprattutto da Antonio Gramsci e dal suo “editore”, Palmiro Togliatti, a beneficio del Partito comunista italiano. Mentre  Machiavelli esortava il Principe a redimere l’Italia dal giogo dei barbari e a creare lo Stato, quello gramscio-togliattiano intendeva soggiogare l’Italia esistente a un partito-chiesa, presto degradato a partito-spugna, così zuppo di prestiti estranei da risultare irriconoscibile: una profezia di quanto anche oggi accade ad altri “cartelli” che si atteggiano a prìncipi ma risultano privi di “senso dello Stato”.

 

Per comprendere le radici remote della Riscossa del 1917-1918 giovano il ricordo del clima nel quale nacque l’unità nazionale, oggi come ieri patrimonio irrinunciabile, e una sintetica panoramica della dirigenza politica locale. A metà Ottocento, quando contava sei volte la popolazione attuale, Canìschio era fra i 37 Comuni del collegio elettorale di Cuorgné. Il 27 aprile 1848 questo elesse deputato Pier Dionigi Pinelli (1804-1852), primo ufficiale al ministero della pubblica istruzione. Secondogenito di un alto magistrato fedele a Casa Savoia anche durante l’annessione degli Stati sabaudi di Terraferma da parte della Francia repubblicana e napoleonica (1798-l814), mentre il fratello maggiore, Alessandro, seguì le orme del padre nella Magistratura e il minore, Ferdinando Augusto, imboccò la carriera militare, Pier Dionigi, laureato in legge a Torino a soli 19 anni, si dedicò alla professione forense. All’Università aveva coltivato l’“amicizia pericolosa” con il teologo Vincenzo Gioberti, poi coinvolto in una cospirazione liberale e nel 1833 costretto a esulare in Francia, ove scrisse opere fondamentali non solo per il neo-guelfismo, che propose una federazione italiana presieduta dal papa, ma per la diffusione dell’idea di unione nazionale, prima monopolio di società segrete, quali la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, i cui metodi (attentati, moti armati…) furono deplorati e respinti da Massimo d’Azeglio e, in generale, dai moderati.

La prima elezione della Camera “subalpina” (termine riduttivo perché accanto ai “piemontesi” essa contava nizzardi, savoiardi, liguri e sardi e dal 1849 ebbe molti esuli politici, affluiti dagli altri Stati italiani) avvenne nell’entusiasmo degli iniziali successi dell’Armata sabauda nella guerra federale del marzo 1848 contro l’Austria. Due giorni dopo, però, Pio IX, artatamente celebrato quale papa liberale, sconfessò la partecipazione dello Stato pontificio al conflitto contro Francesco Giuseppe d’Austria, usbergo della Chiesa cattolica. Malgrado la vittoria a Goito e la presa di Peschiera, per Carlo Alberto di Sardegna, re costituzionale, iniziarono le sconfitte. Il maresciallo austriaco Radetzky aveva alle spalle le immense risorse dell’Impero, riportato all’ordine con la repressione delle rivolte scoppiate a Vienna e a Praga. L’8 agosto 1848 il generale Carlo Canera di Salasco firmò l’armistizio. Nel suggestivo Castello di Marchierù, un gioiello da visitare in Villafranca Piemonte, tra molti cimeli si conserva la scrivania sulla quale l’atto fu sottoscritto. La presidenza del governo passò da Cesare Balbo ad Alfieri di Sostegno e Perrone di San Martino. Pinelli vi entrò come ministro dell’Interno. Da due anni era capofila dei moderati. Nel 1847 a Casale Monferrato (sua seconda patria) aveva  presieduto il congresso dell’Associazione agraria che incitò Carlo Alberto ad assumere la guida dell’indipendenza italiana. Nel gennaio 1848 fondò il settimanale liberalmoderato “Il Carroccio”, al quale collaborarono Giovanni Lanza e Carlo Cadorna. Per Pinelli il Carroccio era il simbolo poi cantato da Giosue Carducci in “La Battaglia di Legnano”: non fomite di divisioni campanilistiche ma propugnacolo della lotta unitaria per l’indipendenza. Non per caso a scrivere la prima corposa storia della Lega lombarda (già soggetto di un magnifico quadro di Massimo d’Azeglio) fu l’abate di Montecassino Luigi Tosti, fautore dell’unità nazionale in rotta di collisione con Pio IX.

Per Pinelli il difficile venne dopo. Ormai in aperto contrasto con Gioberti (che pretendeva la prosecuzione della guerra a tutti i costi) nelle elezioni del 22 gennaio 1849 egli venne sconfitto a Cuorgnè dal teologo ex amico, che però, pago di averlo umiliato, optò per il collegio Torino III. In marzo arrivò il peggio: la “brumal Novara”, l’abdicazione di Carlo Alberto, l’armistizio di Vignale, che salvò l’assetto costituzionale del regno ma al “Piemonte” impose un’ingente “riparazione” finanziaria e la temporanea occupazione militare straniera di piazze strategiche. Rieletto, nel nuovo governo presieduto dal generale De Launay Pinelli tornò all’Interno. In tale veste sostenne la repressione dell’insorgenza repubblicana a Genova attuata dal generale Alfonso La Marmora, che la ritenne inaccettabile “tradimento in faccia al nemico”.

Quattro volte confermato deputato di Cuorgnè e ministro dell’Interno nel governo presieduto da Massimo d’Azeglio (maggio 1849: se ne veda l’Epistolario curato dal provenzale Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi), Pinelli divenne la personalità eminente della Camera, che il 29 dicembre 1849 lo elesse presidente. In tale veste compì una delicata missione a Roma per convincere Pio IX a rimuovere l’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, che aveva fatto negare il viatico al morente Pietro de’ Rossi di Santa Rosa, perché come ministro  aveva approvato le “leggi  Siccardi” per l’abolizione del foro ecclesiastico separato, la medievale immunità dei luoghi sacri e altre misure necessarie a condurre il clero nel diritto comune. Pinelli non raggiunse lo scopo. Tratto in arresto da La Marmora e deportato nel forte di Fenestrelle, benché fregiato del Collare della SS. Annunziata e quindi “cugino del Re”, mons. Fransoni fu costretto all’esilio perpetuo in Francia.

Morto Pinelli, neppure cinquantenne (destino parallelo a quello di Camillo Cavour), e dopo due rappresentanti di minor rilievo, Cuorgnè elesse deputato il massone Terenzio Mamiani, ministro della Pubblica istruzione, genio poliedrico che nominò il venticinquenne Giosue Carducci docente di letteratura italiana all’Università di Bologna. Quando Mamiani divenne ministro plenipotenziario di Grecia (all’epoca in cerca di un Re: si pensò anche a un Savoia), il 7 luglio 1861 Cuorgnè elesse deputato il generale Ferdinando Augusto Pinelli (1810-1865), ormai al culmine di una carriera militare che lo vide passare di successo in successo, anche nel Mezzogiorno, ove nel settembre 1860 comandò l’assedio di Ancona e nel marzo 1861 quello di Civitella sul Tronto, ultima resistenza borbonica. Pinelli non esitò a bollare Pio IX “Vicario non di Cristo ma di Satana” e “sacerdotal vampiro”. Fautore del primato della fanteria, tra molte opere di strategia e di tattica Pinelli scrisse la poderosa “Storia militare del Piemonte dal 1748 al 1796”, sulla traccia di Carlo Denina e a continuazione del capolavoro di Alessandro Saluzzo di Monesiglio, autore di cinque volumi scritti per rivendicare la centralità della tradizione militare durante l’annessione del Piemonte al napoleonico Impero dei Francesi. Dedicata “alla gioventù italiana” l’opera di Pinelli fu un inno all’identità tra cittadino e milite, come nell’antica Roma, per liberarsi dalle “irte falangi del dispotismo”.

Alla sua morte Cuorgnè elesse deputato il generale Trofìmo Arnulfi (1803-1880), nativo di Escarène, nel Nizzardo. Giunto ai vertici del Corpo dei Reali Carabinieri dopo innumerevoli delicatissime missioni (contro mazziniani, briganti, nemici dell’ordine: nel maggio 1859 sventò un attentato a Vittorio Emanuele II e a Napoleone III che stavano entrando in Milano, liberata dal giogo asburgico), nei quindici anni di mandato parlamentare Arnulfi propugnò numerosi disegni di legge per potenziare le Forze Armate del giovane Regno d’Italia, la cui difesa era in tanta parte da ideare perché (a eccezione del regno di Sardegna) gli Stati preunitari avevano (quando l’avevano: in genere erano succubi dell’Austria o di Napoleone III) una visione miope della politica estera e della difesa.

Gli artefici della Terza Italia erano dunque molto più  numerosi dei 508 collegi elettorali del Paese: formavano una vastissima dirigenza che giorno dopo giorno cementò l’unità nazionale grazie a due strumenti decisivi: l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita e la leva militare, parimenti obbligatoria, in linea con la tradizione dello Stato sabaudo. Vanto degli elettori di tanti collegi fu (e rimane) di aver messo i loro voti a sostegno non solo di notabili locali meritevoli di un seggio parlamentare ma anche di personalità di spicco nazionale, in una concezione superiore della “sovranità”. Fu il caso di Cuorgnè.

La cittadina dette i natali anche a un protagonista pressoché ignorato della storia d’Italia, Domenico Maiocco (1883-1969). Ufficiale degli alpini temporaneamente in congedo per malattia contratta al fronte, nell’agosto 1917 questi si mise a disposizione di Giovanni Giolitti per il rinnovamento civile del Paese. Socialista e antifascista, iniziato massone nel 1923 nella loggia “Vita Nova” di Alessandria, dopo il 1943 Maiocco divenne gran maestro della Massoneria Italiana Unificata, riconosciuta dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato degli Stati Uniti d’America. “Sconosciuto messaggero del colpo di Stato” (come è intitolata la sua biografia, scritta da Antonino Zarcone, già capo dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito), a ridosso del 25 luglio 1943 Maiocco fece da tramite fra gerarchi antimussoliniani, il leader degli antifascisti democratici, Ivanoe Bonomi, e Re Vittorio Emanuele III. Pensava in grande e agiva di conseguenza, per ricollocare l’Italia nella catena di unione delle liberal-democrazie occidentali. Anch’egli, come i Pinelli, Mamiani e Arnulfi, meriterebbe un adeguato ricordo, e non solo nella sua nativa Cuorgnè. Il Centenario della Vittoria è il momento propizio al ripasso generale della storia che ha fatto grande l’Italia, per coglierne i punti di forza e metterla in guardia da errori irreparabili.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, abolizione, altare della patria, anni, battaglia, bologna, centenario, chiesa, chiesa cattolica, comandante, consenso, costi, disposizione, donne italiane, elezioni, finanziaria, forze armate, francia, genova, governo, grande guerra, grecia, informazione, italia, lega

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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