Il Pd è stato, come nel 2010, l’agnello sacrificale della linea di “responsabilità nazionale” di Napolitano.

Non che la prima domanda non sia importante, tanto da scuotere in modo drammatico lo stesso partito democratico. Il fatto è, però, che il partito in questione conosce benissimo le risposte a questa domanda, ma non è in condizione di misurarsi esplicitamente con loro. Perché così facendo sarebbe obbligato a porre sotto accusa (accusa, beninteso, tutta politica), prima delle elezioni l’intero gruppo dirigente e dopo il Presidente della Repubblica.
Prima, Bersani ha condotto una campagna tra le più inette che la storia ricordi: nulla, sino alla fatuità, nelle indicazioni per il futuro, autolesionismo, sino al suicidio, nell’atteggiamento verso Monti e la sua esperienza di governo. Però nessuno lo ha spinto a correggere la sua impostazione, troppo occupati, tutti gli altri, a non esporsi, in attesa di incarichi futuri, dopo una vittoria che tutti consideravano certa.
Dopo, il Pd è stato, ancora una volta, l’agnello sacrificale della linea di “responsabilità nazionale” da sempre propugnata da Napolitano (così come era già avvenuto nell’autunno del 2010, ai tempi della mozione di sfiducia al Cavaliere e, l’anno successivo, con la costituzione del governo Monti). In sintesi, a Bersani è stato negato il diritto, consentito ad altri durante la prima repubblica, di presentarsi alle Camere con il proprio programma, anche non potendo disporre, in partenza di una maggioranza salvo a verificare, successivamente, se ce ne fossero altre possibili e, in caso contrario, arrivare con il proprio governo alle urne. Bloccata questa via maestra la scelta della candidatura alla presidenza della Repubblica da parte del Pd si è risolta in un braccio di ferro tra quanti (diciamo i sostenitori di Marini) ritenevano inevitabile, ma senza dirlo esplicitamente, una qualche forma di intesa con Berlusconi e quanti invece (i sostenitori di Prodi) intendevano bloccare sul nascere questa prospettiva. Uno scontro interno in cui tutti i contendenti disponevano del potere di veto, ma il cui risultato è stato di delegare la scelta, ancora una volta, a Napolitano.
Arrivati a questo punto, inutile continuare a piangere sul latte versato. A meno di volere, esercizio inutile anzi dannoso, dichiarare chiusa per fallimento l’intera ditta o prendersela con lo stesso Napolitano. Molto meglio domandarsi come uscire, senza ulteriori danni, da un’esperienza di governo fragile e transitoria, anche perché soggetta al costante ricatto di Berlusconi.
In sé non è una domanda da un milione di dollari. Lo è solo perché almeno sinora il Pd non sembra in grado di porsela.
Perché? Il fatto è che, per uscire rafforzati da questa esperienza di governo bisognerebbe investire su questo governo. In parole povere, affidargli dei compiti, dettargli un’agenda, la propria agenda, su cui mobilitare l’opinione.
È quello che fa Berlusconi. Una linea (meno tasse sui patrimoni, meno spesa pubblica) fatta apposta per favorire il suo elettorato e colpire quello del Pd); il serpente di mare della pacificazione e della polemica contro i giudici che su di un piano diverso ha lo stesso scopo. E, per coronare il tutto, la minaccia di crisi e di ricorso alle elezioni, tenendo ben ferma l’attuale legge elettorale, l’unica che possa garantire al centro-destra la maggioranza dei seggi con poco più del 30% dei voti.
Un’agenda visibilmente e volgarmente strumentale. Ma visto che denunciarla e basta non ci porta da nessuna parte, sarebbe bene che il Pd uscisse dallo stato di catalessi in cui si trova per proporne un’altra. Nella stessa ottica del Cavaliere. Questi sa benissimo che la sua agenda non ha la minima possibilità di essere condivisa, perciò la propone come base della futura campagna elettorale. E la sinistra dovrebbe sapere altrettanto bene che l’unico punto su cui Pd e Pdl sono d’accordo (la necessità di riaprire i cordoni della borsa ) non ha la minima possibilità di essere recepito dalla Merkel e quindi dall’Ue, almeno nell’immediato futuro. E che allora in economia come in qualsiasi altro campo, il governo sarà fatalmente la sede di confronto tra opzioni diverse, in rappresentanza di interessi diversi, e su chi dovrà pagare, qui e oggi, i costi della crisi.
E allora oggettivamente l’agenda del Pd è, almeno nei suoi orientamenti fondamentali, tutta scritta. Sul piano economico-sociale, difesa del lavoro e dell’uguaglianza. Sul piano delle istituzioni, ricostruzione dello stato e della legalità. E per non farci mancare niente, modifica,da subito di una legge elettorale che consente alla minoranza più forte di governare contro altre due minoranze potenzialmente unite dall’antiberluconismo, ma divise sull’entità del medesimo.
Indicazioni generiche, si dirà. Ma per chiarirle basterebbe che il Pd decidesse, prima del giorno del Giudizio, cosa è e cosa vuole …

Lascia un commento