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Come Ernesto trovò la sua bicicletta

Il nuovo racconto di Enrico Martelloni della serie “Ernesto in bicicletta”

di Enrico Martelloni | 14 Febbraio 2016

“Immerso nel bosco, a passeggio, smarrito tra i lecci, le querce e i ciliegi, tra piante d’alloro. Sul tufo. In umidi viottoli coperti da foglie cadute d’autunno, con piccoli passi bagnati, tra piccole felci ed arbusti di Pungitopo. Coprono l’edera, i fusti, i rami sfuggenti; e più su, la bruma li avvolge. Scivolano dalle foglie, sui germogli di ciclamino, gocce d’acqua piovana come solenni colpi di tamburo rullanti. Figure brune, ho davanti; cipressi che salgono dalle macchie del bosco. Com’è cupa a quest’ora. Ma…che ora.” Questo pensava Ernesto nel bosco, quando dietro ad un tronco cavo guarnito sulla sua corteccia nera da creste di funghi, era fuggito qualcosa, forse una lepre, un istrice, o un gatto. Si scorse dal viottolo, Ernesto, per vedere, ma scivolò malamente disotto, abbracciando quel tronco ormai adagiato su di un fianco. Che volo, che scivolone. Poteva essere contento per com’erano andate le cose; si era solo sporcato di fango i calzoni. Rialzandosi Ernesto, si trovò di fronte il parafango arrugginito e mezza ruota di una bicicletta che sporgeva tra i rovi di mora dormienti. Per un po’ guardò quel ferro arrugginito sporgere dal groviglio e dal fango. Una targa sul dietro del sellino mostrava una scritta: “ Tempo, non rubarmi tutto, lasciami un po’ d’ombra di fanciullezza. Confusa è la mente con le vie tortuose del destino. Tornare a correre, vorrei.” Poi il buio non lasciò più nulla vedere ad Ernesto. Era notte, e il silenzio amico fraterno di tante passeggiate, lo accompagnò fino all’uscio di casa. L’amico cercò poi di accomiatarsi con un cenno di cappello ma Ernesto insistette che entrasse con lui e restasse a cena con la promessa che appena poteva, sarebbe tornato nel bosco per cercare quella bicicletta. Passarono giorni di uggiosa pioggia e lunghe notti, sempre più buie trascorse dal lavoro a casa e viceversa. Nel bosco Ernesto non era più andato, ma un pomeriggio gli prese la briga di farsi una bella passeggiata dopo il lavoro. Camminò col suo solito passo cadenzato tra i pensieri, ora lievi ed ariosi, del tardo pomeriggio. Egli trovò la bicicletta tra i rovi, e vide che la targa sul sellino era cambiata: “ Sono nata per cantare. Vorrei ancora poterlo fare.”  Ernesto provò a tirarla fuori di lì, ma non avendo un buon appoggio era difficile far uscire quel ferro vecchio arrugginito dal groviglio di rovi. Allora fece per andare via, pensava di trovare un pennato o un falcetto per recuperarla, ma la giacca si doveva essere incastrata nella catena o tra i rovi. Fatto sta che nel tentativo di uscire da quella macchia ci si ritrovò dentro rotolando via per diversi metri fino al viottolo di sotto aggrappato alla bicicletta, finendo in una pozza di fango senza che se ne potesse accorgere. Quando egli si riprese, graffiato in volto e stappato dappertutto, disteso sul fango, vide la ruota della bicicletta davanti a sé girare, come se fosse un disco in vinile. “… Tu che di ciel sei cinta, da tanta fiamma vinta, l’amerai anche tu! Prima di questa aurora io chiudo stanca gli occhi, perché egli vinca ancora…per non…per non vederlo più !” Ernesto si tirò su con il busto, sorpreso da quella voce che, almeno lui pensava, doveva arrivare da qualche parte del bosco. Si alzò provando ad identificare la provenienza ma, non riuscì altro che cozzare con la bicicletta arrugginita che di nuovo come la ruota riprese a girare lentamente cantò la medesima aria in modo stonato come non avesse i sufficienti giri per esprimersi.  Ernesto s’irrigidì stupito, pareva un baccalà allungato, col collo torto, la bocca spalancata come un muggine e i bulbi degli occhi quasi fuori dalle orbite, senza darsi un perché, o un per come di quel folle momento. Riavutosi dallo stupore, girò in torno più volte a quel ferro arrugginito di bicicletta con i freni a bacchetta di qualche tempo fa. Dopo qualche minuto, pose la bici con le ruote all’insù, come faceva da piccolo per mettere al suo posto la catena della bicicletta. Si piegò poi sulle gambe e risistemata la catena sulla dentatura della corona, provò a farla girare. Ci volle più di una prova per metterla a posto. L’humus della terra, la ruggine, aveva impastato la catena e l’attrito di quel ferro abbandonato non ne voleva sapere di tornare a posto. La bici gracchiava come un grammofono del bisnonno cui la voce del padrone era prigioniera, soffocata, avvinta dal lungo silenzio. Uno, due, tre colpi di pedale portarono in assetto la catena che fece girare debolmente la ruota che cominciò a mugolare. Ernesto comprese al volo e provò a dargli il tempo giusto di giri. Fu incredibile…”O mio babbino caro, mi piace è bello bello; Vo’ andare in Porta Rossa a comperar l’anello! Sì sì ci voglio andare….”. Orami preso, rapito dall’intimità profonda, continuò a girare il pedale ciondoloni e a ripulire il rocchetto della ruota fino a che la tutto l’ingranaggio poté ripartire con un minimo di continuità di romanza in romanza, da Puccini a Mozart, da Rossini a Mascagni, a Verdi ma poi la catena ad un tratto si ruppe e la ruota si fermò in un lento mugolio, spengendo quel verde marino che aveva evocato gli occhi di un tempo dimenticato. Così Ernesto si scostò dalla bicicletta guardandola con attenzione, osservandola tutta. Poi la girò sulle ruote. Nulla era a posto, si poteva solo buttarla di nuovo tra i rovi e basta! Ernesto, però, aspettò la notte e poi invece, la portò con sé a casa. Il giorno seguente pose mano all’opera di ripulitura. Aveva con sé tutto il necessario. Smontò i cerchi, la corona e il carter. Comprò una catena nuova, dei gommini per i freni, un archetto che mancava, due manopole di legno e due pedali nuovi. Trovò anche un fanale adatto. Dopo alcuni giorni di lavoro, la bicicletta era tornata al vecchio splendore. Ernesto volle provarla, era soddisfatto del lavoro meticoloso che era riuscito a compiere. Viaggiò per le strade di campagna un pomeriggio intero, fino quando si trovò molto in alto davanti ad una valle sconosciuta sfiorata dal tramonto. Ernesto scese dalla nuova bicicletta che lo aveva portato senza fatica su di una tortuosa strada in salita. Il sole era orami sparito ed anche quel momento rimasto di luce si face sottile annunciando la notte. Bastarono pochi minuti e come solo nei sogni accade la biciletta appoggiata al suo cavalletto, si trasformò in una simpatica casa su due ruote e un cavalletto. Ernesto fu ancora sorpreso, ma ormai conosceva il segreto di quella meraviglia che in tutti quei giorni che l’aveva restaurata gli cantava stupende romanze e melodie. Era una casa tutta per se ! Non doveva pagare le Tasse, per quella. Poteva mandare in quel posto tutta la P.A. nazionale e spernacchiarli a dovere, o indulgente sorridere della loro miseria. Ora, non che lui fosse migliore, o si ritenesse tale; era sempre un impiegato della “Banca Prospero con i quattrini degli altri spa” e si sa, il metodo selettivo delle assunzioni di questi istituti! Sapete, però, come vanno certe cose…. Era felice, anche se la casa era di cartone e si piegava su se stessa al momento che Ernesto decideva di partire. Era il massimo della comodità ed efficienza, non aveva neppure la Tv, ma gli elettrodomestici essenziali erano di ottima fabbricazione. Insomma, andava a meraviglia. Ora però, doveva nascondere il suo segreto da qualche parte prima di decidere del suo futuro. Per questo motivo pensò di riportarla nel bosco, dopo aver dato tutte le assicurazioni del caso alla sua bicicletta.  Non a torto pensava, se per tanto tempo era rimasta nascosta laggiù, poteva starci ancora per qualche giorno prima che si fosse organizzato per il futuro.  Così Ernesto conobbe quello che gli altri potevano solo forse immaginare, figlio del sorriso e del candido abbraccio.

Pubblicato in : Primo pianoTag: assunzioni, figlio, futuro, lavoro, mozart, puccini, sconosciuta, tasse

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

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