
“Se mi lasci ti cancello”: e’ il titolo di un film del 2004 di Michel Gondry, che racconta la storia di una coppia che, dopo essersi lasciata, sceglie di cancellare dalla mente ogni ricordo dell’altro. L’operazione funziona: il dolore sparisce, ma con esso sparisce anche l’esperienza, e i due, “ripuliti”, sono pronti a ricominciare da capo, condannati a ripetere gli stessi errori.
Nella società contemporanea sta accadendo qualcosa di simile. Non a livello individuale, ma collettivo. Si tenta di cancellare la Shoah dalla memoria pubblica delle masse pop, non con la negazione — troppo vecchia, troppo compromessa — ma con la sostituzione. Il meccanismo è semplice: la tragedia ebraica del Novecento viene spinta fuori dall’immaginario vivo e al suo posto si insedia un nuovo paradigma, più attuale, più spendibile: il “genocidio palestinese”.
Non si nega la Shoah, la si scarta. Non si studia più la macchina industriale dello sterminio, la dottrina eliminazionista, i campi. Si preferisce un rovesciamento immediato e mediatico: Israele come nuovo nazismo, i palestinesi come nuovi ebrei. È un’operazione che funziona bene nei cortei, nei reel, nei cartelli fluorescenti. La Shoah è lenta da spiegare, ingombrante, scomoda; Gaza è “qui e ora”. La memoria diventa un mercato e il presente caccia via il passato.
Il risultato è duplice. Primo: la Shoah si banalizza, perde specificità, diventa metafora da impiegare contro chiunque non piaccia. Secondo: la tragedia palestinese si riduce a slogan, privata della sua complessità storica e politica, ingabbiata nel ruolo di “nuovo Olocausto” per colpire Israele. Due memorie, entrambe tradite.
Il film di Gondry ci ricordava che cancellare non salva: prepara la ripetizione. Così avverrà con le società che scelgono la scorciatoia del vuoto. Senza Shoah non restano lezioni, non resta anticorpo. Resta solo la predisposizione a rifare, domani, gli stessi errori, con altri nomi e altri capri espiatori.
Chi oggi teorizza la sostituzione simbolica forse crede di fare giustizia. In realtà si comporta come i tecnici della clinica del film: convinto di guarire, prepara un paziente più fragile e più condannato. La memoria non è una zavorra da scartare. È l’unico vaccino che abbiamo.
Nico Kir

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