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COMBATTIAMO IL “RACHITISMO”

Servono misure più incisive, non manovrette Previdenza, sanità, assetti istituzionali e debito ecco i quattro pozzi a cui attingere. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 9 Dicembre 2008

Con la manovra anti-recessione, la montagna ha partorito il topolino. E a dimostrarlo, ove mai ce ne fosse bisogno, sono le beghe – solite – che hanno fatto da corollario al pacchetto di provvedimenti del governo, dalla polemica sull’Iva per gli abbonamenti Sky al panico suscitato dall’evocazione di un “pericolo argentino”. Se la manovra fosse stata all’altezza, non ci sarebbe stato spazio per discorsi fuori luogo e polemiche inutili. Invece, nel migliore dei casi ci siamo infilati nel vecchio dibattito tra “rigoristi”, favorevoli alla prudenza di Tremonti sui conti pubblici, ed “espansionisti”, cioè quelli che avrebbero voluto che Berlusconi approfittasse – come probabilmente era nel suo animo di fare – del preannunciato allentamento dei vincoli europei per fare un po’ di deficit spending pur di rianimare la crescita.

Una contrapposizione fittizia, quella tra queste due scuole di pensiero, perchè in realtà hanno ragione e torto entrambe. La prima ha ragioni da vendere: con il fabbisogno che in 11 mesi è cresciuto di un terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (14 miliardi in più, da 41.749a 55.800 milioni), è sicuro che a fine anno, al netto della manovra, avremo già raggiunto e forse superato il tetto del 3% nel rapporto deficit-pil, dunque non sarebbero comunque granché significativi i margini di sforamento. Se poi a questo si aggiunge il vincolo del debito – in crescita non solo in valore assoluto (1.667,2 miliardi in agosto, record storico), ma anche in percentuale sul pil (si pensa che a fine anno sarà al 105-106%) – sul quale è assai probabile che ci verrà chiesto dai nostri soci dell’euro un parziale ma congruo rientro una tantum, ecco che pensare di costruire un piano di rilancio dell’economia usando il deficit spending è da folli.

Ma anche il partito degli “espansionisti” ha più che mai titolo nel dire che prima della recessione importata con la crisi finanziaria internazionale l’Italia viveva da tempo in “crescita zero” e prima ancora aveva comunque un tasso di sviluppo inferiore di almeno un punto a quello europeo e di oltre due a quello americano, e che dunque qualcosa bisogna pur fare per uscire dalle secche di un disastro che per noi si rivelerà più grave perchè la crisi congiunturale si somma a quella strutturale preesistente. Anche se ha torto nell’immaginare che la reazione anti-recessiva possa avvenire semplicemente spendendo di più di prima, a parità di tutte le altre condizioni. Allo stesso modo, hanno torto i “rigoristi” nel rispondere semplicemente “non ci sono soldi”, e amen.

Il fatto è che è il quadro della finanza pubblica che va messo in discussione, per creare le condizioni virtuose di una politica espansiva, cioè per fare in modo di avere risorse – e ingenti, visto che la crisi non si risolve bevendo un bicchier d’acqua – e nello stesso di non aggravare il bilancio dello Stato, condizionato da quel maledetto macigno del debito. Perchè è suicida sia stare a guardare sperando che la “nottata” passi presto – magari con la scusa che “la crisi è mondiale, noi non possiamo farci niente”, o peggio facendo leva sull’idea del tutto infondata che “noi stiamo meglio degli altri” – sia agire semplicemente allargando il perimetro della spesa pubblica.

Quanto alla ricetta, l’ho già indicata a più riprese in questa rubrica, ma vale la pena di ripeterla oggi che la manovra è stata varata, per misurare la distanza siderale che intercorre tra essa e il “topolino” che la montagna ha partorito. Torno a ribadire: siamo l’economia occidentale che, col Giappone, più soffre e da più lungo tempo di una malattia grave che si chiama “rachitismo” (crescita insufficiente); per questo ci occorrono 200 miliardi, non un po’ di spiccioli per la social card o per il ritardato pagamento dell’Iva da parte delle imprese. E sono solo quattro i pozzi da cui possiamo – e dobbiamo – pescare tutti quei soldi: quello della previdenza (innalzando l’età pensionabile subito a 65-67 anni), quello della sanità (togliendola alle regioni e riaccorpando la spesa), quello degli assetti istituzionali (via le province e gli enti di secondo e terzo grado, dimezzare il numero di comuni e regioni, semplificare il semplificabile) e quello del debito (tagliarlo secondo lo schema Guarino non solo sarà un obbligo europeo, ma è necessario per ridurre la montagna di oneri passivi che genera). Insomma, questa è l’occasione giusta – l’ultima? – per convertire spesa corrente improduttiva in spesa per investimenti. E, d’altra parte, quale migliore momento per acquisire il consenso necessario a misure straordinarie se non quello di una crisi che dal primo all’ultimo cittadino tutti sentono come epocale? Berlusconi ha più volte detto che vuole passare alla storia. Sappia che con questa manovretta per ora rimane inchiodato alla cronaca.

Enrico Cisnetto
da Terza Repubblica quotidiano on line di Società Aperta

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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