Se si guarda, nell’insieme, il blocco di Potere partitocratico e verticistico, che domina trasversalmente dentro il Palazzo, ci si rende conto della necessità di una discussione approfondita sulla proposta di una “costituente liberale e democratica”, che si ponga come un “altro” terreno rispetto al vecchio campo partitocratico di centro, di destra e di sinistra ovvero del “monopartitismo imperfetto” a cui fa spesso riferimento Marco Pannella. Torno a scriverne perché le idee, il pensiero, la discussione, il dibattito e il dialogo sono parte indispensabile per l’azione politica. Anche secondo Benedetto Croce, infatti, la teoria è condizione per la prassi. E la prassi è condizione per nuove teorie o riflessioni. Parto, dunque, da questo presupposto crociano perché vorrei davvero attirarmi alcune critiche da chi non ama o non sente come attuali il pensiero e gli insegnamenti del filosofo che, nel 1943, a partire da una lettera indirizzata all’aristocratico milanese Alessandro Casati, ricostituì in Italia un soggetto politico dichiaratamente liberale e democratico (il PLI). Perché è di questo che vorrei parlare. Non so se ne sarò capace, ma mi piacerebbe che, qualora il mio riferirmi al pensiero liberale e a Croce apparisse ormai superato dai tempi, al di là dei vecchi contenitori partitici, dopo la lettura di questo articolo, seguissero altri interventi volti a distinguersi da quella che ritengo una necessaria attenzione nei confronti del peso politico che il filosofo di Pescasseroli ancora esercita all’interno dei Radicali. Sempre se la esercita ancora. Perché è meglio non darlo per scontato. E vorrei ripartire proprio da Benedetto Croce per intavolare una discussione sull’idea di una “costituente liberale e democratica”. A tal proposito, come mi è già più volte capitato di scrivere, c’è una frase di Croce che merita sempre di essere ricordata: “Non bisogna dimenticare che il liberalismo, disgiunto dalla democrazia, inclina verso il conservatorismo, e che la democrazia, smarrendo la severità dell’idea liberale, trapassa nella demagogia, nel populismo e di là nella dittatura”. Fosse anche soltanto – aggiungo io – una “dittatura della maggioranza”. E già sarebbe insopportabile. Come sappiamo, la teoria liberale si fonda, essenzialmente, sulla garanzia delle libertà fondamentali dell’essere umano, sul legame indissolubile tra libertà e responsabilità individuale, sulla dignità della persona, sullo Stato di diritto, sulla legge uguale per tutti, sulle limitazioni del potere, sulla separazione dei poteri, sulla libera concorrenza, sulla laicità dello Stato, sulla lotta ai monopoli, sull’equità fiscale e sociale, sull’uguaglianza delle opportunità, sulla difesa delle minoranze, sull’interdipendenza, sulla società aperta, sui meriti e sulla circolazione delle idee. Tanto è vero che Croce, proprio su questo punto, rifuggendo le ideologie novecentesche, riteneva che i liberali non dovessero darsi una caratterizzazione di sinistra né di destra. Casomai, “di centro”, come avviene in Europa, dove a destra vi sono i Popolari, a sinistra i Socialdemocratici o i Laburisti e al centro i Liberali. Giustamente, di conseguenza, i Radicali hanno sempre cercato di smarcarsi dalle ubicazioni topografiche che il Potere, di volta in volta, ha tentato di affibbiargli per costringerci dentro le gabbie di un assetto partitocratico che corrispondesse il più possibile alla struttura mentale del Potere stesso, così da collocarci dentro i confini prestabiliti di una bacheca ideologica, piuttosto che accettare lo spazio di una lotta Politica fuori dagli schemi dell’Ancien Règime. Non a caso, tutta la storia dei Radicali è segnata dallo scontro tra il blocco trasversale rappresentato dal Potere, inteso come sistema autoritario o liberticida, illiberale e anti-democratico, e la forza Politica rappresentata dalla pattuglia di R/esistenti che, sin dal 1955, si è ritrovata e riconosciuta nel Partito Radicale. Nell’editoriale scritto da Mario Pannunzio per l’ultimo numero de Il Mondo, pubblicato l’8 marzo 1966, si legge: “Tante volte in questi lunghi anni quando le cose sembravano più buie e aggrovigliate, ci siamo domandati: come mai correnti di ispirazione liberale e democratica, fedeli ad una tradizione di pensiero di grande nobiltà, che trae le sue origini dal sorgere dell’Italia moderna e che ha avuto maestri come Cavour, Mazzini, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola, hanno trovato e trovano così poca udienza nel nostro Paese e insieme una così unanime, agguerrita ostilità da renderle simili a pattuglie isolate di frontiera?”. Non siamo di destra o di sinistra, siamo Radicali, siamo liberali e democratici, come scriveva Pannunzio, siamo laici e libertari, siamo socialisti come lo erano Gaetano Salvemini e Loris Fortuna, siamo liberisti e riformatori. Scrisse bene Indro Montanelli quando, in un articolo del 1979, ammonì: “Ricordiamoci che Pannella è figlio nostro, non loro”. Figlio, cioè, della storia liberale e democratica, non delle vecchie ideologie novecentesche di sinistra o di destra. Siamo, allo stesso tempo, Destra storica e Sinistra liberale. Siamo Liberali e Democratici. Radicali.
Pier Paolo Segneri

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