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Cofferati: “Il governo ascolti i bisogni delle persone in difficoltà”

Le persone che sono state in piazza sono persone che hanno notevoli difficoltà, che stanno male, e per questo hanno condiviso non soltanto la convocazione per partecipare a questa giornata, ma hanno aderito per chiedere che i loro bisogni devono essere affrontati e risolti dal governo. Queste esigenze, questi bisogni non possono e non debbono essere sottovalutati. Sono bisogni che riguardano le condizioni materiali di esistenza, ma anche i diritti. E le due cose, in ogni caso, non devono mai essere separate. Vivere dignitosamente è importantissimo ed avere grande rispetto della propria vita lo è altrettanto.

di Roberto Pagano | 19 Ottobre 2023

Anche Sergio Cofferati, già Segretario generale della Cgil, poi Sindaco di Bologna ed europarlamentare, era presente alla manifestazione promossa dal maggiore sindacato lo scorso sabato 7 ottobre ed a cui hanno aderito oltre cento associazioni ed organizzazioni di diverso orientamento culturale, politico, di ispirazione anche religiosa e del terzo settore. Cofferati, in questa intervista all’Avanti! on line, registra l’assenza di una politica industriale e dell’innovazione da parte dell’esecutivo, di cui «non c’è traccia». Ritiene necessaria una nuova legge sulla rappresentanza sociale. E con un sindacato sempre più aderente alle necessità dei cittadini, che affronta il tema del «lavoro e della sua complessità, cercando anche di promuovere nuovi modelli organizzativi».

Sergio Cofferati, difesa della Costituzione, “no” all’autonomia differenziata regionale, rilancio dei temi del lavoro, dei diritti, della pace, ma pensa che la grande manifestazione del 7 ottobre, con la notevole partecipazione popolare, possa incidere sulle scelte del governo? Si potrà correggere la rotta, nel senso indicato da Landini?

E’ stata una bellissima manifestazione, con tante persone e con un bel clima di condivisione, ma molto composto. Questo è molto importante perché consente di continuare ad indirizzare il cammino di chi ha promosso la manifestazione. Serve per arrivare ad avere dei risultati positivi nei confronti e nei rapporti che ci saranno, auspicabilmente, nel prossimo futuro con il governo.

Le persone che sono state in piazza sono persone che hanno notevoli difficoltà, che stanno male, e per questo hanno condiviso non soltanto la convocazione per partecipare a questa giornata, ma hanno aderito per chiedere che i loro bisogni devono essere affrontati e risolti dal governo. Queste esigenze, questi bisogni non possono e non debbono essere sottovalutati. Sono bisogni che riguardano le condizioni materiali di esistenza, ma anche i diritti. E le due cose, in ogni caso, non devono mai essere separate. Vivere dignitosamente è importantissimo ed avere grande rispetto della propria vita lo è altrettanto.

Pensa che sia sufficiente proporre come tema la questione del salario minimo di 9 euro l’ora, riprendendo sostanzialmente un’impostazione del sindacato e dei socialdemocratici della Spd in Germania? A Berlino c’è un’altra situazione e, specialmente, un rapporto capitale-lavoro molto diverso da quello italiano.

Ovviamente no: Il salario minimo è uno dei tanti temi e dei tanti problemi che riguardano il lavoro e la vita delle persone. Ci vuole una politica per far crescere in quantità e qualità il lavoro. Ed allora scuola, innovazione e ricerca, ad esempio, sono temi che vanno proposti nel rapporto con il governo e che devono trovare delle risposte positive. Risposte che fin qui non hanno avuto.

Dopo di che, se si hanno condizioni materiali adeguate, allora si devono avere anche diritti riconosciuti. Questo vale quando si lavora ed allora è importante avere un salario. Ma quando si lavora, si devono anche avere delle forme di rappresentanza riconosciute. Io credo che sia da operare in modo contestuale un intervento sul reddito e, quindi, sul lavoro, retribuito adeguatamente. Contemporaneamente una legge che permetta di misurare la rappresentanza sociale di chi se ne occupa. Penso che sia sempre utile guardare lontano e pensare a come si affrontano e si risolvono le emergenze materiali delle persone, anche guardando a come si migliora qualità e dignità del lavoro e delle loro condizioni di vita.

In Italia, oltre la platea di lavoratori dipendenti, abbiamo molti giovani senza prospettive al Sud, un’emigrazione intellettuale verso altri Paesi e per molti cittadini spesso il lavoro è povero, intermittente e parcellizzato. Al contempo, ci sono ex lavoratori, spesso operai, ultracinquantenni in situazioni drammatiche. Come può il sindacato rappresentare questa complessità sociale e tante esigenze diverse?

Bisogna che il sindacato affronti il tema del lavoro e della sua complessità cercando anche di promuovere modelli organizzativi per le diverse tipologie della prestazione. Ad esempio, la Cgil, ormai anni orsono, aveva anche creato il Nidil, le nuove identità del lavoro, che organizzava e organizza il lavoro a intermittenza. I versanti, dunque, devono essere sempre due: da un lato guardare all’attività economica che crea lavoro nel suo complesso e con tutte le sue articolazioni, partendo da quelle più recenti. E dall’altra parte, per ognuna di queste articolazioni, e sempre cogliendone la differenza, promuovendo soggetti organizzativi che siano in grado di guardare a questi e l’una all’altra.

Poi, nella Confederazione tutti staranno insieme, ma il sindacato di categoria come era un tempo, oggi deve essere accompagnato dal sindacato di tipologia, se posso chiamarlo così.

Quindi il sindacato si deve muovere adattandosi alla nuova realtà, ideando nuove modalità, ad esempio con il Nidil o come fa Flai-Cgil raggiungendo con i pulmini, e in orari non di ufficio, i luoghi dove sono i lavoratori, spesso stagionali o stranieri? Un sindacato di prossimità, anche per chi lavora da remoto, a distanza, quasi atomizzato?

Sì, bisogna tutelare e fare sindacato guardando alla modalità della prestazione dei lavoratori, ma anche della tipologia di attività della loro prestazione. Facciamo l’esempio dei braccianti. La figura del bracciante è una figura storica. Ma oggi i lavoratori della terra sono persone che lavorano in maniera diversa da come era il lavoro nei campi dei nostri padri o dei nostri nonni. La categoria deve essere quella dei braccianti, ma all’interno della medesima categoria ci devono essere contratti e riconoscimenti giuridici, anche diversi. Ma questa è proprio una diversità data e prodotta da questa articolazione che un tempo non esisteva.

Sono diversi i tavoli per le crisi aziendali aperti al ministero delle Imprese. Molte le situazioni critiche, anche per la delocalizzazioni o per altre motivazioni gestionali interne del management, e penso alla Gkn o, da ultimo, agli operai della Magneti Marelli. Ma come valuta la politica del lavoro e industriale del governo e la situazione operaia, a un anno dal suo insediamento?

Nell’azione del governo non c’è traccia di una politica industriale. Anche nell’utilizzo del Pnrr, con tutte le risorse messe a disposizione, non c’è la scelta di sviluppare delle attività che siano particolarmente innovative e che siano in grado di creare altre attività intorno a loro. Il governo guarda a quello che c’è e lo fa anche con una scarsa attenzione. Soprattutto, non promuove nulla di nuovo. Ed ancor meno tende e spinge nella direzione di rafforzare la ricerca, che è un aspetto fondamentale al fine di dare valore a ciò che esiste già e per creare nuovo lavoro. Mi pare che ci sia una politica molto distratta da parte del governo nell’affrontare questi temi e la questione del lavoro. E questo si ripercuote e si nota complessivamente, di conseguenza, a partire dall’economia in generale, per poi scendere alle articolazioni di industria e terziario.

Quindi un’azione insufficiente dell’esecutivo? E la revisione, di fatto l’abolizione del reddito di cittadinanza, che poteva rappresentare una sorta di paracadute sociale era opportuno? Forse si poteva sperimentare una sorta di reddito-base calibrato, all’europea?

Certamente, come dicevo anche poc’anzi, questo governo non ha idee, non promuove iniziative, non vara sperimentazione. Gestisce quello che c’è. E lo fa qualche volta in maniera approssimativa e qualche volta, come nel caso della misura che ha ricordato, addirittura con una tale disattenzione per le conseguenze immediate sulle persone che desta preoccupazione. Ora, in un’economia ci sono tipologie diverse di cittadini, di persone e di famiglie, ed il lavoro ha tante caratteristiche diverse, da settore a settore. Per queste diversità, con i cambiamenti che si sono prodotti, di volta in volta, in molti settori produttivi tradizionali, il governo non ha attenzione. Dopodiché si arriva, quindi, alla crisi di un’azienda senza che vi sia una prospettiva costruita per tempo. A questo punto, scoppia il dramma: c’è un minimo di attenzione, ma non si risolve il problema, perché non c’è stato in precedenza un ragionamento, una riflessione, un serio approfondimento che sarebbe stato necessario.

Sergio Cofferati, ad oggi, dinanzi a una situazione economica difficile, tra inflazione e crisi internazionali, quali provvedimenti sarebbero necessari o comunque utili per tutti i lavoratori? E per le persone più in difficoltà e fragili o che non sono in condizioni lavorative adeguate? E non solo bonus, ma di prospettive?

Per chi lavora, intanto, credo che ci sia bisogno innanzitutto di una nuova legge sulla rappresentanza. Lo Statuto dei lavoratori è un punto straordinario della nostra vita economica e sociale dei nostri decenni precedenti, ma oggi, però, ci sono tante persone che non sono protette da quello Statuto. Quindi bisogna estenderlo: non togliere, ma aggiungere. E scrivere una nuova legge che comprenda coloro che oggi ne sono esclusi.

Una nuova legge ad hoc?

Sì, ci vuole una legge sulla rappresentanza. Qui le domande da porsi sono due: chi fa i contratti? Coloro che sono riconosciuti dai lavoratori. Quali sono i contratti validi? Quelli che sono approvati dai diretti interessati. Tutto ciò deve essere sancito per legge. Poi c’è il problema di dover garantire il salario minimo, di cui si parla molto in questo periodo. Si deve garantire una soglia al di sotto della quale non si può andare. Ripeto: di quest’ultimo tema, del salario minimo si parla molto, ma sulle prime due questioni, invece, c’è un silenzio inquietante. E poi per coloro che non hanno lavoro e prospettive e sono materialmente poveri, ci devono essere delle forme di assistenza che, in virtù della situazione di povertà verificata e riconosciuta, aiutano le persone, fornendo un sostegno materiale per la loro vita. Lo si chiami come lo si vuole, ma chi non ha reddito, chi è povero deve essere materialmente aiutato dallo Stato.

Roberto Pagano

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bologna, cambiamenti, costituzione, crisi, disposizione, diversità, euro, futuro, germania, giovani, governo, intervista, italia, lavoratori dipendenti, lavoro, manifestazione, nuova legge, organizzazioni, orientamento, persone, provvedimenti, scuola, situazione economica, Socialdemocratici

Info Roberto Pagano

Giornalista e ricercatore di Storia-Est e Ovest/ Cold war/Détente/Mitteleuropa. Scrive soprattutto di Esteri e Sociale. Contributor presso “Formiche.it”. Giornalista a “Radio Città Futura” e presso “Radio Impegno”. Editorialista su “Avanti Online”

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