Diciamolo. Come passiamo tre quarti della nostra vita? Ad “adattarci”. Ci adattiamo nel grembo materno, ci adattiamo appena nati nella culla, ci adattiamo al primo giorno d’asilo e di elementari, ci adattiamo alla città o alla campagna, ci adattiamo all’auto, alla bicicletta o alla moto, ci adattiamo alla fidanzata o al fidanzato, ci adattiamo agli sudi e al lavoro, ci adattiamo alla pensione e ovviamene ci adattiamo, volenti o nolenti, alla morte. Ci adattiamo anche alle verità scomode e alle bugie di maniera, che ci sembrano forse meno bugie. Come annota il prof. Luigi Anolli in un suo bel saggio dal titolo “Mentire”, passiamo anche tre quarti della nostra vita a non dire la verità.
Domanda. Perché continuiamo a mentirci sul clima? Ambasciatori e delegati presidenti ed esperti si vedono ogni anno, fanno il punto sulle catastrofi e poi sembra che tutto va bene, madama la Marchesa. No, non va bene per nulla, non va bene niente.
Ecco perché dovremmo recuperare dalla psicologia sociale e dalla sociologia (studiare o ristudiare Herbert Spencer non sarebbe male, e anche leggere Luciano Gallino) il concetto di adattamento. E applicarlo. Siccome il clima sta reagendo al nostro modo di vivere, noi dovremmo adattarci ad un clima che cambia. Clima pazzo oppure noi inadatti? Risposta facile. Fissiamocelo: l’adattamento è quel processo attraverso cui un individuo si adegua all’ambiente fisico o sociale in cui vive modificando i propri schemi di comportamento.
Sottolineerei queste due parole-chiave: “processo” e “modifica”. Insomma capire e cambiare, non dire “ma che clima pazzo” e pensare che con una imprecazione o un auspicio sia tutto risolto. Solo nell’anno appena trascorso solo in Italia si sono registrati 148 eventi meteo estremi, uno ogni 2 giorni e mezzo.
Ci ricordiamo o abbiamo già dimenticato la siccità siciliana con una emergenza andata avanti per mesi? Ci ricordiamo o abbiamo già scordato le trombe d’aria un po’ su tutto il territorio nazionale, le colate di acqua e fango che hanno cambiato e distrutto pezzi di Portofino o Isola di Capo Rizzuto, le montagne dolomitiche e Dimaro nel Trentino e ancora in Calabria e in Sicilia?
Adattarsi significa anzitutto ricordare un evento e mettere in pratica una modifica.
Legambiente ha contato nel 2018 32 vittime nei 148 eventi estremi che abbiamo citato, poi 66 casi di allagamento per bombe d’acqua o piogge intense, 41 casi di danni ingenti per trombe d’acqua, 23 di danni a strutture infrastrutture , 20 esondazioni di fiumi. Un bollettino che dovrebbe far tremare i polsi. Cosa facciamo per adattarci e modificare? Ovviamente poco.
Non cambiamo abbastanza sistemi e comportamenti, arriviamo tardi sulle energie rinnovabili, non ci mettiamo d’accordo nemmeno per aree geografiche omogenee per i sistemi integrati di cambiamento. Dice Edoardo Zanchini vicepresidente di Legambiente che l’Italia è in ritardo rispetto ad altri Paesi Europei perché non ha ancora approvato un Piano nazionale di adattamento al clima.
Insomma possiamo fare molto anche noi singoli cittadini come limitare le temperature delle nostre abitazioni e di conseguenza abbassare le emissioni, abbattere gli inquinanti da traffico e cambiare l’uso delle materie. Il 2019 sarà un anno utile se almeno ci rendessimo conto davvero che c’è un problema di adattamento. Di adeguamento. Che è fatto di un processo di modifiche. Altrimenti rischiamo e subiamo le modifiche brusche e improvvise del clima. E lì non c’è tanto tempo per il processo di cambiamento.
Fabrizio Binacchi

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