
Non c’è pace in Cisgiordania, teatro di continui atti di vandalismo e aggressioni. Il nuovo ciclo di violenza è stato innescato da uno scontro a fuoco avvenuto venerdì nel villaggio Tell, che ha causato quattro morti tra i palestinesi e due tra gli israeliani, che si accusano a vicenda di aver iniziato le violenze. Nelle ore successive, gruppi di coloni a volto coperto in due spedizioni punitive a Qusra, sud di Nablus, e a Kur, sud di Tulkarem, hanno appiccato il fuoco a due moschee e imbrattato i muri con scritte che promettono ’”vendetta”. Secondo le autorità locali, gli israeliani avrebbero appiccato il fuoco agli uliveti di Farata e aperto il fuoco contro le persone che cercavano di spegnere le fiamme. L’Autorità nazionale palestinese ha chiesto alla comunità internazionale un’azione urgente “per fermare l’aggressione militare israeliana in corso e la violenza dei coloni”. Un appello raccolto da Papa Leone XIV, che all’Angelus ha detto di seguire “con apprensione il perdurare e l’inasprirsi della violenza in Terra Santa”. L’esercito israeliano ha risposto con un’operazione suvasta scala: oltre ottanta arresti, perquisizioni casa per casa, posti di blocco. Non è un episodio isolato, ma l’ultimo di una serie: secondo le Nazioni Unite, nel 2025 circa 230 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da forze israeliane e coloni.

Un copione ricorrente?
La dinamica di Tall – secondo quanto riferito da testimoni alla Reuters – riassume un copione ormai frequente. Un gruppo di coloni si è avvicinato al villaggio; sono intervenuti i soldati; è scoppiata una colluttazione nella quale un palestinese ha sottratto un fucile a una delle guardie armate del gruppo. Da quell’arma sarebbero partiti i colpi che hanno ucciso i due israeliani, tra cui un residente dell’avamposto di Havat Gilad, provocando l’intervento di una squadra di soccorso proveniente da un insediamento vicino, che si è precipitata sul posto. I coloni giunti da altri insediamenti avrebbero assaltato altri villaggi arabi, appiccando incendi ad auto e abitazioni. Gli spari hanno causato la morte di quattro palestinesi e un secondo israeliano, ha dichiarato l’esercito israeliano che ha lanciato un’operazione di rappresaglia su almeno dieci centri abitati, con perquisizioni, interrogatori e oltre ottanta fermi. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che “le forze di sicurezza devono poter agire liberamente e con tutta la loro forza contro il terrorismo” e chiesto la demolizione delle case delle famiglie coinvolte a Tell, il sequestro delle armi e la revoca dei permessi di lavoro per gli abitanti del villaggio. Il leader dell’opposizione israeliana Yair Golan, ex generale, ha accusato il governo di mostrare “una chiara intenzione di voler incendiare la zona”.
Il rischio di una nuova Intifada?
Quanto accaduto si inserisce in un contesto di progressiva e costante crescita delle violenze. Secondo i dati israeliani, almeno 48 israeliani, tra cui civili e personale di sicurezza, sono stati uccisi in attacchi palestinesi o durante operazioni militari israeliane dall’inizio della guerra di Gaza. Mentre secondo il ministero della Salute palestinese, soldati o coloni israeliani hanno ucciso almeno 1097 palestinesi, tra militanti e civili, nello stesso periodo. Lo scorso ottobre, mese della raccolta delle olive, ha segnato il record mensile dal 2006, anno in cui le Nazioni Unite hanno iniziato a censire questi episodi. Le indagini israeliane su tali attacchi restano rare e difficilmente si concludono con un rinvio a giudizio, un clima di impunità più volte denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani. Dal 2023, d’altronde, gli stessi coloni dispongono di armi distribuite dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Di fronte a questa escalation, secondo Ha’aretz, circa settanta villaggi palestinesi hanno costituito comitati di autodifesa armata: un dato che alimenta, tra i vertici militari israeliani, il timore di una nuova Intifada alimentata anche dal malcontento verso il presidente Mahmoud Abbas e dalle lotte politiche interne tra fazioni palestinesi, destinate ad accentuarsi da qui alle elezioni parlamentari di novembre, le prime concesse in vent’anni, dalla vittoria di Hamas nel 2006.
Violenze nutrite dal calcolo politico?
Anche Netanyahu è in campagna elettorale: la Knesset ha fissato le elezioni per il 27 ottobre e con il Likud in svantaggio nei sondaggi il premier sa che per restare al potere ha bisogno dei voti dell’ultradestra di Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich, entrambi favorevoli all’annessione della Cisgiordania e contrari a ogni ipotesi di uno Stato palestinese. Le elezioni saranno le prime dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il più sanguinoso assalto a Israele dalla sua creazione, e la devastante guerra a Gaza che ne è seguita. Sembra che, visto il fallimento della guerra in Iran nel raggiungere i suoi obiettivi strategici e in un contesto di continua instabilità in Libano, il governo di Netanyahu creda che l’espansione territoriale rappresenterà una delle sue risorse elettorali più efficaci. L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha documentato quello che definisce lo sfollamento forzato di comunità palestinesi su una scala senza precedenti da quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967. Le organizzazioni per i diritti umani sostengono sempre più spesso che militari e coloni operino in sinergia, causando lo sfollamento sistematico delle comunità palestinesi. Smotrich ha recentemente definito questo fenomeno una “rivoluzione negli insediamenti” . Dopo l’approvazione da parte del governo di 13 nuovi avamposti, la violenza si è intensificata ulteriormente. Alla luce del voto, però, quella in corso in Cisgiordania appare per quello che è: un investimento politico per l’attuale premier e un’occasione per l’ultradestra di consolidare sul terreno e nelle urne ciò che i negoziati non concederanno mai.
Il commento
Di Luigi Toninelli, Osservatorio MENA ISPI
“Ogni giorno che passa in Cisgiordania lo spettro di una terza intifada si fa sempre più concreto. La violenza dei coloni – mai così intensa negli ultimi anni –, le operazioni delle Forze di difesa israeliane, i continui arresti di palestinesi e le conseguenti reazioni della popolazione locale sono tutti segnali di una situazione ormai prossima al punto di rottura. Non è ancora chiaro se l’apertura di un terzo fronte possa rientrare nei calcoli elettorali di Benjamin Netanyahu o, in uno scenario meno probabile, essere funzionale persino a un rinvio delle elezioni. Al di là di queste ipotesi, gli obiettivi perseguiti dal movimento dei coloni e dal governo israeliano appaiono sempre più evidenti. Se nel breve periodo la strategia sembra concentrarsi sull’intimidazione delle comunità palestinesi e sulla distruzione delle loro proprietà, è nel medio e lungo periodo che emerge con maggiore chiarezza una logica più ampia: creare le condizioni per l’espulsione forzata della popolazione palestinese e favorire, in prospettiva, l’annessione della Cisgiordania”.
Alessia De Luca

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