
Il governo di Israele procede spedito con il suo piano di divisione della Cisgiordania. Il progetto approvato lo scorso anno per la costruzione di 3.400 nuovi insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania prende forma dopo l’annuncio del bando da parte del Ministero delle Costruzioni e dell’Edilizia, che ha indetto una gara d’appalto per le prime 1.234 unità abitative tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumin. La decisione è stata presa in seguito al via libera definitivo dell’Alta Commissione di Pianificazione dell’Amministrazione Civile, un dipartimento del Ministero della Difesa. In questo modo, verrebbe impedita la continuità territoriale palestinese. La Cisgiordania verrebbe spaccata in due, da nord a sud, con l’isolamento di Gerusalemme Est – ipotetica capitale dello Stato di Palestina – rispetto al resto del territorio palestinese. Dal 1967 il corridoio E1 è stato sempre lasciato libero, nell’attesa di arrivare a una soluzione. Di fatto, però, il piano “cancella l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra di Israele”, aveva sentenziato lo scorso agosto in conferenza stampa il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, celebrando la decisione di procedere con il progetto. “Lo Stato palestinese – aveva aggiunto – viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”. In una dichiarazione rilasciata alla Cnn, l’ambasciatore palestinese all’Onu Riyad Mansour ha definito la decisione di indire il bando “estremamente pericolosa, irresponsabile e minacciosa. Bisogna fermare tutto questo”.

Una voce inascoltata?
Anche dentro lo Stato ebraico si sono sollevate voci di protesta. Peace Now, organizzazione israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, ha puntato il dito contro il primo ministro Benjamin Netanyahu: “Nel pieno della campagna elettorale, il governo sta cercando di realizzare la visione di annessione dei coloni e di limitare l’azione del prossimo esecutivo”. La scadenza del bando è stata fissata infatti per il 19 ottobre, una tempistica non casuale. Una settimana dopo, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni, per cui sarà molto difficile per il prossimo governo tornare indietro nella decisione. Inoltre, accusa l’ong, giusto un mese fa aveva ricevuto la rassicurazione da parte dell’ufficio del procuratore distrettuale sul fatto che non fossero previste gare d’appalto per la costruzione dei nuovi insediamenti, almeno per i prossimi due o tre mesi. Nel caso, gli era stato assicurato, sarebbero stati informati. Niente di tutto questo è avvenuto: “Solo un mese dopo, la gara d’appalto è stata aperta senza alcun preavviso”, ha spiegato Peace Now in una nota.
Un isolamento ancora maggiore?
Il primo ministro Netanyahu sembra invece intenzionato ad andare avanti. Per decenni il piano relativo all’area E1 è rimasto solo su carta. A idearlo fu nel 1995 l’ex premier Yitzhak Rabin, ma nessun governo israeliano ha deciso di attuarlo a causa delle pressioni esterne. Nell’agosto di un anno fa erano piovute critiche per l’approvazione da parte dell’intera comunità internazionale. Critiche che, dopo l’indizione del bando pubblico, vengono rinnovate con ancor più forza. “Il Regno Unito non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati. Siamo stati chiari nell’opposizione all’E1”, ha affermato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband. “Tutti gli insediamenti danneggiano tale prospettiva e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”. La condanna è unanime. “Il nostro messaggio è chiaro: non ci devono essere ulteriori passi verso l’annessione della Cisgiordania”, ha sottolineato Sebastian Hille, portavoce del cancelliere tedesco di Friedrich Merz. “Nessun passo formale, ma nemmeno misure politiche, strutturali o di altro tipo il cui impatto conduca in modo sempre più evidente all’annessione”. Questo perché “sono in contrasto con la soluzione dei due Stati”. In una dichiarazione congiunta, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia hanno definito “inaccettabile” i piani di Israele, che “non solo ci allontaneranno ulteriormente dalla pace, ma mineranno ulteriormente la sua reputazione internazionale”. Secondo alcune indiscrezioni, l’Unione europea avrebbe già pronta una lista di sanzioni, anche commerciali, qualora Israele decida di procedere con il progetto dell’E1. A quanto pare, gli Stati Uniti – l’alleato più saldo dello Stato ebraico – non si opporrebbero alle misure di Bruxelles.
Un problema ingestibile?
L’espansione territoriale dei coloni israeliani in Cisgiordania è un fenomeno decennale, che sotto i vari governi guidati da Netanyahu ha subito un’accelerazione. Ora appare un problema ingestibile, anche perché a fomentarlo sono gli stessi esponenti dell’esecutivo. Negli ultimi giorni ha tenuto banco l’assedio del villaggio di Qusra, a sud di Nablus, dove alcune famiglie palestinesi sono state assediate dai settler, costrette a rimanere nelle loro case per non perdere la propria terra. Scene che hanno suscitato l’indignazione internazionale. Tra gli ostaggi dei coloni ci sono anche palestinesi statunitensi, portando l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, a condannare le violenze di quelli che ha definito “terroristi israeliani”. “Il fatto che qualcuno venga a prendersi la terra e la casa, a spaventare la famiglia per costringerla ad andarsene, costituisce una violazione non solo della legge umana, ma anche della legge di Dio”. Il governo israeliano però non sembra voler ascoltare. Il ministro della Difesa, Israel Katz, vorrebbe infatti trasferire le competenze sull’ordine pubblico nei territori occupati alla polizia e non all’esercito. In questo modo si possono perseguire i civili che commettono reati e, allo stesso tempo, limitare le critiche rivolte all’Idf per il mancato intervento contro i coloni.
Il commento
Di Caterina Roggero, Senior Research Fellow ISPI
“L’intensificarsi delle violenze in Cisgiordania non è solo collegato alle dinamiche pre-elezioni delle forze politiche israeliane, ma anche a quelle del campo politico palestinese, che si appresta a due tornate – tra novembre e gennaio prossimi – che potrebbero essere cruciali. Secondo gli ultimi sondaggi palestinesi, la sfiducia a Gaza e in Cisgiordania nei confronti sia di Hamas che di Fatah, si è accresciuta e l’incapacità dell’Autorità palestinese nel contrastare i soprusi dei coloni non fanno che peggiorare la percezione di insicurezza e la mancanza di prospettive. La condanna dei paesi europei che si sta levando contro l’inumanità di azioni e dichiarazioni di esponenti politici israeliani per essere veramente efficace potrebbe avere una pars construens spingendo per la liberazione dell’unico leader palestinese che gode del 40% del consenso degli intervistati e che potrebbe, forse, dare una scossa alla politica palestinese, Marwan Barghouti.”
Istituto Ispi

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