Conosco bene (e ne sono amico) l’assessore di Firenze Graziano Cioni, ispiratore dell’ordinanza anti lavavetri firmata dal sindaco Leonardo Domenici.
Assieme, lui ed io, fummo protagonisti tantissimi anni fa del primo “scandalo” che coinvolse i rapporti tra immigrati ed un comune: quello di Firenze, appunto.
Correva (quanto velocemente, ahimè) l’anno 1989 ed era d’estate. Da quattro anni ero vicesindaco in una giunta anomala per l’epoca: PCI, PSI, PSDI, PLI. La guidava Massimo Bogianckino, intellettuale musicologo, socialista, che proprio in quei giorni si sarebbe dimesso in seguito ad un malore che lo aveva colto in Svizzera e che sarebbe poi stato sostituito da Giorgio Morales. Cioni ne faceva parte, e già si era guadagnato la nomea di “sceriffo”.
A Firenze, fra le prime città in Italia, si erano verificati episodi di insofferenza tra residenti ed immigrati. Qui, infatti, a causa dell’enorme flusso di turisti, si era concentrata una quantità rilevante di “‘vucumprà” e la cosa infastidiva soprattutto i commercianti.
Preoccupati delle tensioni, Graziano ed io, prendemmo una iniziativa per tentare una maggiore integrazione. E in poco tempo, superando non poche difficoltà dovute ad una legislazione totalmente carente riguardo al fenomeno immigrazione, la giunta potè varare un mercato etnico per ambulanti, qualche intervento che impiegasse cooperative di stranieri ed una opera di sensibilizzazione verso gli imprenditori affinché assumessero lavoratori stranieri.
A distanza di tempo devo ammettere che si trattava di interventi improvvisati, dettati da una situazione di emergenza che si stava profilando non solo a Firenze, ma in tutto il Paese, impreparato di fronte al fenomeno epocale di grandi migrazioni e della convivenza in una società che diventava multietnica.
Ma lo spirito che le animava, attraverso il quale Graziano ed io pensavamo di governare il fenomeno, era quello della solidarietà. Doveroso per entrambi, visto che appartenevamo alla sinistra, ancorché a partiti diversi e fieramente contrapposti: comunista lui, socialdemocratico io.
Oggi lo “sceriffo” ha imboccato la via della repressione. La cosa non mi meraviglia ed anzi voglio testimoniare, proprio io, della sua coerenza e buona fede.
Cioni vive e compie le sue scelte politiche e amministrative in assoluta simbiosi con gli umori popolari che è capace di cogliere come pochi altri.
Nell’89 la convinzione che si potesse giocare la carta della solidarietà era largamente diffusa nel “popolo della sinistra”. Oggi, quello stesso popolo, ammesso che esista ancora, invoca il pugno di ferro, non si cura da tempo di concetti quali garanzie e stato di diritto, identifica la legalità con la repressione.
Graziano non solo intercetta ed interpreta questi umori. Li condivide, mantenendo un consenso che è reale e che gli permette, dopo essere stato assessore alla Provincia, al Comune, deputato, senatore, di nuovo assessore e vicesindaco di Firenze, di continuare ad essere decisivo negli assetti fiorentini e toscani.
Ed è, in questo, una sorta di “testimonial” della storia della Toscana. Dove dal dopoguerra, cioè da quando lo sceriffo è nato, i suoi partiti, PCI-PDS-DS e prossimamente PD, hanno mantenuto inalterato il loro potere coprendo un arco di posizioni oscillanti tra demagogismo ed autoritarismo, capitalismo e cooperativismo, ateismo e confessionalesimo. Senza mai aver bisogno di spendere le parole liberale, laico, riformista.
Nicola Cariglia

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