Forse anche perché quando si parla di lavoro non si può scherzare col fuoco, l’attuale ministro competente nella materia è uno dei più decorosi della formazione governativa attuale, così co-me non si può dire che non lo fosse il suo predecessore nella compagine precedente.
Liberamente interpretando l’intervista resa recentemente al magazine on line della Borsa Lavoro della Regione Lombardia, pare che Cesare Damiano sia convinto di tre cose importanti:
1) che la riforma del lavoro attuata dal precedente governo contenga una serie di istituti forte-mente precarizzanti come il lavoro a chiamata o lo staff leasing, peraltro scarsamente utilizzati, per i quali s’impone un deciso ripensamento; ed altri, come il lavoro a progetto, di cui è stata fornita una genuina definizione e qualificazione per distinguere la collaborazione auto-noma dal lavoro subordinato, concetto di cui però si deve constatare una perdita di vigore nelle circolari interpretative ed attuative e nell’azione ispettiva;
2) che sia urgente la riforma degli ammortizzatori sociali, per la quale il memorandum d’intesa siglato il 26 settembre fra governo ed organizzazioni sindacali prevede l’avvio di un tavolo di concertazione nel quadro complessivo della riforma del sistema previdenziale
3) che la flessibilità del lavoro non sia un tabù da abbattere, ma che per le esigenze della dina-mica economica e sociale e del confronto con le sfide della globalizzazione, essa debba essere sorretta da strumenti che la qualifichino come buona flessibilità.
Sul primo punto si è già scritto in questa sede [1] e finora non molto è cambiato in proposito.
La questione degli ammortizzatori sociali è sicuramente complessa e non è un caso se tutti i provvedimenti parziali in proposito che si sono succeduti nel corso degli anni, non solo gli ultimi, avessero come premessa – quasi una formula – che essi venivano adottati in attesa della com-plessiva ed organica riforma del sistema.
Perciò, anche dal presente governo, non ci si poteva aspettare che tutto d’un tratto si potesse rifondare l’intero sistema. Tuttavia è un segno estremamente negativo che l’unico intervento a-dottato [o da adottare] in proposito sia quello contenuto nel comma 697 dell’art. 18 della finan-ziaria 2007, che non fa altro che prorogare quanto già stabilito – e fortemente criticato a suo tempo – nella finanziaria precedente.
I motivi della delusione risiedono non tanto nel fatto che non si sia cominciato a porre mano alla complessiva riforma del sistema, il che richiede studio ed impegno nonché tempi particolari; ma che l’unica disposizione che s’intende per ora portare avanti sia nello stesso spirito di quelle pre-cedenti e ne accolga di fatto i principi, quei principi che un governo che vuole essere riformato-re dovrebbe necessariamente contrastare.
Per entrare più direttamente nel vivo del problema, il sistema attuale, al di là della macchinosi-tà e della frammentarietà, è di fatto un sistema clientelare o, quanto meno, presenta aspetti legislativi ed operativi che lasciano ampio margine ad interventi aventi questa natura. Infatti l’andamento legislativo nel corso degli ultimi anni, prevalentemente attraverso lo strumento del-le varie finanziarie, si è svolto prorogando le disposizioni per tempo in vigore, ma anche andan-do in deroga alle stesse. Proroga, per esempio, dei limiti massimi stabiliti dalla legge in materia d’integrazione salariale e trattamenti di mobilità, a favore di settori volta per volta individuati [come lo fu per esempio nella finanziaria Visco del 2001] ma anche, come nelle finanziarie suc-cessive, in deroga alla normativa vigente con trattamenti definiti attraverso specifici accordi in sede governativa, accordi – inutile sottolineare – che devono avvenire tra le forse imprenditoriali e sindacali maggiormente rappresentative eccetera eccetera e che recepiscono le intese già sti-pulate in sede istituzionale territoriale, a tutto favore di chi meglio sia riuscito ad esercitare pressioni sui rappresentanti politici e sindacali, nazionali e locali. Senza dilungarsi troppo, trape-la abbastanza evidente la deriva convenientistica [e quindi potenzialmente e spesso effettiva-mente clientelare] di tali disposizioni.
Perciò si deve ritenere inferiore alle attese il fatto che gli unici interventi in materia – ed a ben sei mesi dalla costituzione del governo – ricalchino per ora solo quelli già adottati in proroga o in deroga dal precedente governo, senza entrare nel merito, sia pure con piccole disposizioni pro-pedeutiche, dei lineamenti di una possibile, quanto necessaria, riforma. Vale la pena peraltro di accennare che, nelle parole del ministro, si rinvia il problema ad un futuro non precisato, solo facendo riferimento al già citato memorandum d’intesa tra governo e sindacati (che in ogni mo-do non dovrebbero essere le sole forze interessate all’argomento), occasione in cui peraltro, es-sendo il documento del tutto dedicato alla revisione del sistema previdenziale, al problema si accenna di sfuggita e senza alcun impegno di natura programmatica[2].
Riguardo al terzo punto non sfugge che vi sia una stretto collegamento col precedente. Infatti, se uno dei principali obiettivi deve essere quello di contenere la necessità, in termini di biso-gno, degli ammortizzatori sociali, occorre prefiggersi l’obiettivo di rafforzare la funzione di tutti quegli strumenti che consentano di accorciare i tempi per i quali è necessario il ricorso agli am-mortizzatori stessi. In altre parole, tanto minore sarà il tempo intercorrente tra il termine di un lavoro ed il successivo reimpiego, tanto minore sarà il costo dell’ammortizzatore stesso, sia che questo sia a carico dello stato che a carico degli operatori economici. In quest’ottica un ruolo decisivo deve essere incentrato sull’innovazione e l’efficienza dei servizi per l’impiego, sia di quelli tradizionali di derivazione pubblica, sia i nuovi strumenti, anche privati, forniti dalla ri-forma ispirata da Marco Biagi. Ma ciò che ancora manca e che, al di là delle enunciazioni di prin-cipio, pare essere ancora carente nella strategia governativa è come s’intenda armonizzare le direttrici italiane con quelle della società europea nella quale siamo inseriti e non solo da un punto di vista istituzionale. Il conseguimento di una buona flessibilità è un obiettivo corretto, ma non può essere raggiunto se non nel quadro di un lavoro programmatico che ci veda andare in una direzione comune con l’Unione Europea, la quale si muove – sono parole del commissario per l’occupazione Vladimir Spidla – verso un tipo di occupazione che accolga componenti di flessibili-tà che non implichino automaticamente precarietà, ma flessibilità unita alla sicurezza, come formula essenziale per far fronte agli effetti della globalizzazione e dell’invecchiamento demo-grafico sul nostro mercato del lavoro.
[1] “Precariato e mercato del lavoro” su Pensalibero del 6 novembre
[2] Alcune sintetiche note in tema di politica del lavoro

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