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Cina-Russia: le dimensioni economiche, commerciali ed energetiche del partenariato

Stimolata da una comune opposizione all’influenza occidentale e dalla volontà condivisa di ridefinire i termini della governance globale, il partenariato tra Cina e Russia continua a rappresentare uno degli elementi che caratterizzano la politica internazionale contemporanea. La convergenza tra i due paesi ha alla base delle motivazioni sia ideologiche che estremamente pragmatiche.

di Istituto Ispi | 31 Agosto 2026

di Eleonora Tafuro Ambrosetti e Ilaria Ferrante*

Stimolata da una comune opposizione all’influenza occidentale e dalla volontà condivisa di ridefinire i termini della governance globale, il partenariato tra Cina e Russia continua a rappresentare uno degli elementi che caratterizzano la politica internazionale contemporanea. La convergenza tra i due paesi ha alla base delle motivazioni sia ideologiche che estremamente pragmatiche. Da un lato, la relazione è presentata – soprattutto da Mosca – come uno strumento di “democratizzazione” dell’ordine internazionale, ovvero di bilanciamento all’influenza occidentale, in primis degli Stati Uniti. Dall’altro, essa porta a benefici economici concreti per entrambe le potenze: il commercio con Pechino è vitale per l’economia russa nel contesto della sua invasione su larga scala dell’Ucraina, mentre la Cina beneficia di importazioni di idrocarburi russi a prezzi scontati e di una relazione caratterizzata da una crescente asimmetria a proprio favore. In questo contesto, il vertice di Pechino tra i presidenti dei due paesi nel maggio 2026 ha offerto un’occasione di verifica: Xi Jinping ha infatti incontrato il presidente russo Vladimir Putin – alla sua venticinquesima visita di stato in Cina – a distanza di pochi giorni dopo il vertice con il presidente statunitense Donald Trump, dando l’immagine di una potenza influente e capace di dialogare con entrambi i poli della competizione globale senza subordinarsi né all’uno né all’altro.

Il sostegno economico e commerciale cinese alla Russia in guerra

Il sostegno cinese alla Russia si articola lungo due direttrici principali: da un lato, sul piano politico, la Cina ha continuato a offrire a Mosca un sostegno internazionale importante nonostante il protrarsi della guerra in Ucraina, ricorrendo sistematicamente all’astensione nelle votazioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale dell’Onu contro l’aggressione russa, condannando le sanzioni economiche e opponendosi ai tentativi occidentali di isolamento della Russia. Dall’altro, sul piano commerciale, il rafforzamento degli scambi bilaterali ha contribuito ad attenuare in parte gli effetti delle sanzioni occidentali e a sostenere, direttamente e indirettamente, la resilienza dell’economia di guerra russa. Benché la Cina continui a presentarsi al mondo come parte neutrale nel conflitto ucraino, con tanto di dichiarazioni di principio sulla sovranità territoriale[1], essa si è progressivamente affermata come il principale partner economico e commerciale della Russia non soltanto attraverso l’esportazione di beni a duplice uso (dual-use goods), incluse microelettronica critica e componenti per droni, ma anche tramite l’acquisto di ingenti risorse energetiche. Questa dinamica si inserisce nel quadro della più ampia cooperazione economica e strategica tra i due paesi.

La Cina si è confermata il principale partner commerciale della Russia, posizione mantenuta ormai da quindici anni consecutivi. Dopo aver raggiunto il livello più elevato mai registrato, di circa $245 miliardi nel 2024, l’interscambio bilaterale ha registrato una lieve contrazione nel 2025, pur mantenendo la Cina al primo posto tra i partner commerciali di Mosca. L’interscambio con la Cina, infatti, oggi vale circa il 35% del totale del commercio estero russo[2], mentre prima dell’invasione rappresentava il 16% delle esportazioni e il 30% delle importazioni. La struttura di questi scambi riflette un’asimmetria tanto economica quanto strategica: da un lato, la Russia esporta prevalentemente materie prime energetiche a prezzi scontati; dall’altro, la Cina esporta verso la Russia macchinari edili e industriali, acciaio, elettronica, tessili e veicoli. A questa asimmetria commerciale si affianca una crescente dipendenza sul piano finanziario. Oltre il 95% degli scambi bilaterali è ormai regolato in valute locali, un dato che riflette non soltanto un’esigenza commerciale, ma il tentativo di Mosca e Pechino di costruire strumenti alternativi ai circuiti finanziari occidentali[3]. Questa architettura continua, tuttavia, a presentare limiti strutturali significativi. Il timore di sanzioni secondarie statunitensi ha spinto le principali banche cinesi a limitare o sospendere le transazioni dirette con controparti russe, costringendo spesso gli operatori economici a ricorrere a intermediari e meccanismi di compensazione alternativi. Parallelamente, il crescente ricorso al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (Cips), come alternativa al circuito Swift, impone tempi di regolamento più lunghi e livelli di liquidità inferiori. Ne emerge così un quadro in cui Pechino deve calibrare il proprio sostegno economico a Mosca preservando al contempo la propria integrazione nei mercati finanziari globali[4].

Il settore energetico occupa una posizione centrale nella relazione economica tra i due paesi. Le importazioni cinesi di greggio russo sono aumentate negli anni successivi all’invasione dell’Ucraina, raggiungendo un massimo di circa 108 milioni di tonnellate nel 2024; nel 2025, pur registrando una lieve flessione a circa 100,7 milioni[5], la Russia si è confermata il principale fornitore di petrolio della Cina. Pechino mantiene tuttavia una strategia di diversificazione delle fonti di approvvigionamento, in cui la quota russa si attesta al 19% delle importazioni totali di greggio. L’aumento degli acquisti è reso possibile dalla cosiddetta flotta ombra (shadow fleet),una flotta di centinaia di petroliere prive di adeguata assicurazione, registrate sotto false bandiere e gestite attraverso strutture societarie opache. La flotta ombra è progressivamente diventata uno degli strumenti attraverso cui la Russia continua a esportare il proprio greggio verso i mercati asiatici eludendo il tetto massimo al prezzo del greggio russo (oil price cap). L’intensificarsi delle misure occidentali contro tali operazioni non sembra averne finora compromesso in maniera significativa il funzionamento, evidenziando la capacità della Russia di adattare le proprie infrastrutture logistiche e commerciali al mutato contesto sanzionatorio[6]. Le stime più recenti indicano che tale flotta ha consentito a Mosca di incassare circa $10 in più per barile rispetto al price cap del G7, generando circa $8 miliardi di entrate aggiuntive nei primi nove mesi del 2024[7]. La relazione energetica con la Cina resta tuttavia ambivalente: se da un lato garantisce a Mosca un flusso di entrate indispensabile, dall’altro la espone a una vulnerabilità crescente. La Russia accetta sconti significativi sul proprio greggio – la Cina paga il gas russo quasi il 40% in meno rispetto agli altri clienti di Gazprom[8] – perché non dispone di acquirenti alternativi, mentre Pechino continua a beneficiare di un portafoglio di approvvigionamento sufficientemente diversificato da poter esercitare pressione sulle condizioni d’acquisto.

L’altro vettore del sostegno cinese, forse il più controverso sul piano politico, riguarda i beni a dual use, prodotti formalmente a uso civile che trovano però anche impiego diretto o indiretto nella catena di approvvigionamento militare russa. La quota cinese nelle importazioni russe di beni dual use è passata da circa il 25% precedente all’invasione, a oltre l’80% nel 2025, concentrata in componenti elettroniche, macchine utensili a controllo numerico, hardware informatico e di telecomunicazione e componenti ottici e aerospaziali avanzati. I canali attraverso cui tali componenti raggiungono l’industria bellica russa risultano eterogenei e spesso opachi, combinando esportazioni dirette, riesportazioni attraverso paesi terzi e reti di intermediazione commerciale. Se i primi droni Shahed di produzione iraniana erano composti da microelettronica statunitense trafugata attraverso rotte asiatiche, i modelli più recenti oggi prodotti in Russia contengono componenti interamente cinesi[9]. Anche sul versante missilistico, fonti ucraine segnalano che nel 2024 la Cina avrebbe fornito il 70% delle importazioni russe di perclorato di ammonio, ingrediente essenziale nel propellente per missili balistici[10]. Questi dati delineano un quadro di dipendenza del complesso militare-industriale russo dai componenti e dall’intermediazione cinese, difficile e costosa da invertire. Sebbene le imprese cinesi abbiano periodicamente adeguato il proprio comportamento in risposta alla minaccia di sanzioni secondarie statunitensi, la traiettoria strutturale della relazione continua a muoversi in un’unica direzione.

Fig. 5 – Il commercio sino-russo prima e dopo il 2022

Il Power of Siberia 2: un nodo irrisolto

In occasione della visita di Putin a Pechino a maggio scorso, sono stati firmati oltre quaranta documenti[11], ma non quello più atteso: l’accordo commerciale per il Power of Siberia 2 (PoS2). I due paesi hanno dichiarato di aver raggiunto un’intesa sul tracciato e sulla costruzione del gasdotto, ma i termini commerciali restano ancora oggetto di negoziati[12]. Dal lato russo si è parlato di una comprensione condivisa dei parametri principali del progetto e di progressi significativi sul dossier[13], mentre la parte cinese si è astenuta dal rilasciare commenti pubblici a proposito, scelta che rispecchia le dinamiche di fondo del negoziato.

PoS2 è un gasdotto di 2.600 km destinato a trasportare il gas russo dai giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso il territorio mongolo, con una capacità annua prevista di 50 miliardi di metri cubi (mc); un volume paragonabile a quello del Nord Stream 1 che, con i suoi 55 miliardi di mc di capacità, rappresentava una delle principali rotte di esportazione russa verso l’Europa. Il progetto si affiancherebbe al Power of Siberia 1 (PoS1), operativo dal 2019, le cui forniture, pari a circa 38 miliardi di mc nel 2025, sono destinate a raggiungere i 44 miliardi concordati tra Gazprom e Cnpc[14].

Le motivazioni che spingono Mosca a sostenere il progetto sono molteplici. In primo luogo, la parziale perdita del mercato europeo seguita all’invasione su larga scala dell’Ucraina ha ristretto significativamente gli sbocchi per le ingenti riserve russe: PoS2 garantirebbe a Mosca un mercato di sostituzione e, oltre ai ricavi derivanti dalle vendite di gas, genererebbe effetti moltiplicativi per le imprese russe di costruzione e per i produttori di acciaio e tubature[15]. A ciò si aggiunge una considerazione di natura più congiunturale: con quasi il 40% del bilancio statale destinato a sicurezza e difesa e un’economia che ha attraversato il primo trimestre 2026 già in difficoltà[16], un contratto per la vendita di 50 miliardi di mc annui alla Cina rappresenterebbe per Mosca una fonte di entrate stabile e strategicamente rilevante in un momento di crescente pressione sui conti pubblici. La crisi dello Stretto di Hormuz ha inserito un’ulteriore variabile nel calcolo: Mosca ha cercato di presentare PoS2 come una rotta terrestre sicura per l’approvvigionamento energetico cinese[17]. Ciononostante, nessun contratto è stato concluso, indicando forse l’indisponibilità cinese a cedere sul proprio approccio negoziale nonostante le particolarità dell’attuale congiuntura.

Fig. 6 – I gasdotti Power of Siberia: infrastrutture operative e in negoziato

Per comprendere le ragioni della riluttanza cinese occorre guardare alla natura stessa della trattativa, che si trascina ormai da oltre vent’anni. Uno dei principali nodi negoziali continua a riguardare il prezzo del gas: mentre Mosca rimane orientata su contratti di lungo periodo fondati su forniture garantite e formule di prezzo indicizzate ai mercati energetici asiatici, Pechino continua a richiedere condizioni economiche più favorevoli, avvicinando il prezzo del gas ai livelli del mercato domestico russo[18]. Il negoziato procede lentamente, a indicare che le divergenze tra le parti non riguardano soltanto il livello dei prezzi, ma investono la struttura complessiva dell’accordo. Un primo elemento riguarda la politica di diversificazione adottata da Pechino, secondo cui nessun singolo esportatore di risorse naturali strategiche dovrebbe detenere una quota eccessiva del mercato cinese. Qualora i volumi promessi da PoS2 si concretizzassero, la quota russa raggiungerebbe il 27-36% del portafoglio di importazioni cinesi, pari al 16-17,6% dei consumi complessivi di gas del paese[19]. Un secondo elemento, strettamente connesso al primo, riguarda le condizioni stesse del contratto, il cui nodo è riducibile alla combinazione di prezzo, flessibilità e durata[20]. La Cina conosce infatti con certezza il proprio fabbisogno energetico soltanto per i prossimi quindici-venti anni: oltre tale orizzonte, le previsioni si fanno incerte, a cominciare dalla velocità con cui crescerà il settore delle rinnovabili. In questo quadro, vincolarsi a Mosca attraverso un contratto trentennale significherebbe per Pechino rinunciare in partenza a una flessibilità cui attribuisce un valore strategico.

A incidere sul negoziato è anche la diversa posizione negoziale delle due parti. Nel caso del PoS2, la Russia non dispone di acquirenti alternativi in grado di assorbire i volumi originariamente destinati al mercato europeo e Pechino ne è pienamente consapevole: per i negoziatori cinesi non esiste il rischio di perdere Mosca a favore di un cliente rivale, ma soltanto quello di un rinvio delle consegne dovuto al protrarsi dei colloqui. Ne risulta un negoziato lento e sbilanciato, nel quale la Cina, mentre cerca la massima chiarezza sul proprio fabbisogno futuro, verifica al contempo fino a che punto possa spingersi su prezzo e condizioni[21]. Anche il precedente del PoS1 continua a rappresentare un importante riferimento per il negoziato attuale: nel 2014 Mosca accettò infatti condizioni considerate meno favorevoli rispetto a quelle ottenute da altri fornitori della Cina, stabilendo quindi un precedente che difficilmente incoraggia Pechino a concedere oggi condizioni migliori.

L’assenza di un accordo sul PoS2 durante il vertice di maggio offre così una chiave di lettura più ampia delle dinamiche che caratterizzano la relazione sino-russa. Sul piano politico, Mosca e Pechino continuano a presentarsi come partner strategici; sul piano economico, tuttavia, la perdita del mercato europeo ha reso la Russia un fornitore strutturalmente dipendente dalla domanda cinese, privo di alternative credibili con cui esercitare pressione negoziale.

Conclusione: quale evoluzione per le relazioni sino-russe?

Sebbene le relazioni tra Cina e Russia si siano rafforzate negli ultimi 30 anni, ciò non significa che rimarranno tali nel lungo termine. I rapporti stretti che vediamo oggi sono il risultato di una comune postura antioccidentale, di interessi economici specifici e, da ultimo, di un rapporto amichevole tra i presidenti. Sebbene alcuni di questi elementi, in primis l’anti-americanismo, siano destinati a restare nel breve e medio termine, alcune differenze e fonti di attrito tra due paesi potrebbero emergere con forza.

Quelli che oggi sono essenzialmente teatri di collaborazione tra le due potenze, possono trasformarsi in futuro in teatri di competizione aperta. È il caso dell’Asia centrale, una regione che per decenni è rimasta nella sfera d’influenza politica, economica e militare di Mosca. Attraverso la Belt and road initiative (Bri) Pechino ha investito decine di miliardi di dollari in infrastrutture, energia, trasporti e miniere nei cinque paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan), consolidando il proprio ruolo di principale partner economico e commerciale della regione. Pechino ha inoltre superato la Russia come principale investitore estero diretto in Asia centrale: secondo la Eurasian development bank, negli ultimi dieci anni la Cina ha investito oltre $35 miliardi in Asia centrale, contro circa $20 miliardi della Russia, una cifra che il presidente russo Vladimir Putin ha definito “piuttosto modesta”[22]. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il peso relativo della Russia è ulteriormente diminuito a causa delle sanzioni occidentali, della contrazione degli investimenti e del crescente orientamento dei governi centroasiatici verso una maggiore diversificazione dei partner economici. Una dinamica analoga ma opposta rispetto a quella centroasiatica, si osserva nella penisola coreana: la visita di Xi Jinping a Pyongyang del giugno 2026 ha rappresentato un tentativo di Pechino di riaffermare la propria influenza su un vicino che negli ultimi anni aveva progressivamente rafforzato i propri legami con Mosca[23]. La Cina sta aumentando il suo peso anche in settori in cui la Russia era tradizionalmente leader. Ad esempio, la Cina si conferma uno dei principali fornitori di armamenti dell’Africa subsahariana e il quarto esportatore mondiale di armi, in un contesto dove Mosca sta perdendo rilevanza, anche a causa della guerra contro l’Ucraina[24].

In ultima istanza, la Cina persegue una strategia volta a favorire la propria ascesa globale con un orizzonte temporale ampio, il che le consente una certa flessibilità di policy per ottimizzare le condizioni a proprio vantaggio. La Russia, al contrario, è una potenza post-imperiale in declino e opera su una scala temporale assai più breve, legata inestricabilmente alla sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Più la guerra si protrae, più la Russia rischia di ritrovarsi intrappolata in un rapporto di crescente asimmetria con la Cina che non la beneficia nel lungo periodo, ma che per il momento Mosca sembra preferire a un’alternativa di pace e normalizzazione dei rapporti con l’Europa.

Eleonora Tafuro Ambrosetti e Ilaria Ferrante

*Istituto Ispi

[1] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China, China’s Position on the Political Settlement of the Ukraine Crisis, 24 febbraio 2023.

[2] “Endgame: The State of the Russian Economy”, Kiel Report No. 9, Kiel Institute for the World Economy, giugno 2026.

[3] E. Yeh, “Funding War, Courting Crisis: Why China’s Support for Russia Requires a European Response“, European Council on Foreign Relations (ECFR), 9 marzo 2026.

[4] J. Lough, “Has the China-Russia Partnership Peaked?”, International Centre for Defence and Security (ICDS), giugno 2026.

[5] “China’s 2025 trade with Russia posts first decline in 5 years”, Reuters, 14 gennaio 2026.

[6] J. Goldenziel, “Forget Hormuz. The Shadow Fleet Is The Next Maritime Crisis”, Forbes, 26 giugno 2026.

[7] “Endgame: The State of the Russian Economy”…, cit.

[8] Ibidem.

[9] “How China Quietly Helps Russia in Ukraine”, The Economist, 20 maggio 2026.

[10] “Endgame: The State of the Russian Economy”…, cit.

[11] “Documents signed during the state visit of the President of Russia to China”, President of Russia, 20 maggio 2026.

[12] N. Adler, “What is the Power of Siberia 2 pipeline that Russia, China are planning?”, Al-Jazeera, 20 maggio 2026.

[13] “Contract approval for Power of Siberia 2 is in final stage – Novak”, TASS, 20 maggio 2026.

[14] S. Vakulenko, “Why Can’t Russia and China Agree on the Power of Siberia 2 Gas Pipeline?”, Carnegie Politika, 22 settembre 2025.

[15] Ibidem.

[16] A. Gabuev, “Did Putin Return From China Empty-Handed?”, Carnegie Politika, 26 maggio 2026.

[17] “Has the Iran War Sealed the Fate of Power of Siberia 2?”, The Moscow Times, 13 maggio 2026.

[18] Gabuev (2026).

[19] Vakulenko (2025).

[20] Ibidem.

[21] U. Jamal, “‘China holds the cards’: Why Putin’s visit to Beijing after Trump matters”, Al Jazeera, 19 maggio 2026.

[22] China’s Investment In Central Asia Continues To Outpace Russia’s, Radio Free Europe/Radio Liberty, 2024.

[23] G. A. Casanova, P. Morselli e F. Fasulo, “Europe’s China Strategy: Time to Go Beyond De-risking?” ISPI Pivot to Asia, giugno 2026.

[24] A. Arduino, “China’s Expanding Security Footprint in Africa: From Arms Transfers to Military Cooperation”, Commentary, ISPI, settembre 2024.

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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