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CIAO GIOVANNINO! Ovvero, torna Don Camillo

di Stefano Mecenate | 5 Ottobre 2012

Proprio quando si fa più difficile guardarsi intorno senza vergognarsi, quando il martellante e ossessivo stillicidio di notizie sparate a raffica dei media nazionali e dalle agenzie ricorda le turpi azioni di indegne classi politiche e lo spregiudicato gioco al massacro di una famelica Finanza, quando la solitudine si fa sempre più evidente nei cittadini messi all’angolo da una pesante situazione economica e dall’assenza di prospettive, ecco che appaiono, come evocati da un bisogno di pulizia e di saggezza, i film di Don Camillo e Peppone.

Ci pensa, con incredibile tempismo e con provvidenziale opportunità, la rete di Mediaset Rete 4: se in altre occasioni il dubbio di una valenza “elettorale” ci aveva colti durante la programmazione di quegli ineguagliabili esempi di “educazione permanente” da oltre cinquant’anni, in questo caso dobbiamo credere ad un provvidenziale tentativo di riequilibrare una bilancia che, da troppo tempo, pende pesantemente nella direzione del degrado sociale e morale assunto a regola di vita anche se pomposamente stigmatizzato da tutte le forze politiche (e religiose) del Paese.

Quei film, tratti dagli indimenticabili racconti di Giovannino Guareschi, sono lo specchio di una società “diversa”, modello di una cultura “pulita” e non ipocrita che, pur vivendo in una realtà difficile e controversa e pur trovandosi a contatto con il “male” nelle sue molteplici facce, trova il modo di reagire e di combattere, forte di quei valori etici morali e sociali che stanno al di sopra degli schieramenti politici e delle regole di opportunismo e di corruzione che vorrebbero condizionare la società.

Del resto, l’autore di quei racconti è l’uomo tutto di un pezzo passato indenne dai campi di sterminio nazisti come dalla politica italiana, incorruttibile e non atto a corrompere, integerrimo e agguerrito sostenitore di una Verità che non deve essere tradita per nessun motivo.

“Non muoio nemmeno se mi ammazzano” dice e scrive a più riprese nella sua intesa vita di giornalista, direttore di testate come il Bertoldo e il Candido, ufficiale del Regio esercito, prigioniero nei lager di Brameworde (Germania) e Sandbostel a Czestkowa (Polonia), Beniaminowo e poi ancora a Sandostel, Wietzendorf, Bergen, e delle prigioni della neonata Repubblica Italiana. Questa sua appassionata difesa non riguarda tanto il suo corpo quanto la sua testa e il suo cuore, quel cuore generoso e intrepido che lo ha tradito solo quando, forse, il mondo che avrebbe vissuto gli sarebbe stato davvero troppo stretto e  ancora più ostile di quanto non glie lo fosse stato negli ultimi anni.

Da quell’uomo tutto di un pezzo, con un vocabolario di “200 parole” come amava dire, nascono pagine che resteranno immortali in ogni tempo e in ogni latitudine di questo pazzo e sconsiderato mondo incapace di darsi regole in grado di garantire quel rispetto e quella serenità che era la base del “Mondo Piccolo” inventato da Guareschi.

Quel “…puntino nero che si muove assieme ai suoi Pepponi e ai suoi Smilzi in su e in giù lungo il fiume per quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino…” (cfr. Don Camillo – Prefazione – pp. XIII e XIV) è un mondo particolare “…perché bisogna rendersi conto che in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano col paesaggio. La tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti e là hanno un’anima anche i cani. Allora si capisce meglio anche Don Camillo, Peppone e tutta l’altra mercanzia. E non ci si stupisce che il Cristo parli e che uno possa spaccare anche la zucca ad un altro, ma onestamente,però, cioè senza odio. E che due nemici si trovino, alla fine, d’accordo nelle cose essenziali. Perché è l’ampio, eterno respiro del fiume che pulisce l’aria…” (cfr. Don Camillo – Prefazione – pp XXXVI).

In realtà quel Mondo Piccolo è la società che Giovannino aveva sognato per un’Italia segnata dalla guerra e ferita nella dignità. Da quelle macerie e da quel sangue, Guareschi sperava di veder crescere una società nuova nella quale fosse davvero possibile vivere l’uno accanto all’altro senza violenze, sopraffazioni, ricatti. Una società “pulita”.

Ahimè, quel sogno resta un’utopia e nonostante i suoi personaggi vivono in quelle pagine amati dai lettori di tutto il mondo, la società comincia a dare i primi segni di un degrado che, negli anni, diventerà qualcosa con cui fare l’abitudine.

“…L’attuale generazione di italiani è quella dei dritti, degli obbiettori di coscienza, degli antinazionalisti e dei negristi cresciuta alla scuola della corruzione politica e del cinema neo realista e della cultura social sessuale di sinistra…” scriverà nel 1963 ne Il Compagno Don Camillo. Non andiamo ad analizzare le singole parole usate dal Nostro, sarebbe un errore madornale soffermarsi su quelle senza cogliere l’amaro dolore e il forte rimpianto per qualcosa che sarebbe potuta essere e che invece si è irrimediabilmente perduta.

“Tra i grattacieli del miracolo economico, soffia un vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna. Nell’Italia miliardaria della dolce vita, morta è ogni speranza di un mondo migliore…” scrive ancora nella stessa prefazione.

Quanto attuali sono quelle parole, quanto profetiche oggi che assistiamo con rassegnazione e cinismo a aberranti episodi di corruzione, di sperpero di denaro pubblico, di ingiustizie sociali, di violenza gratuita ed efferata!

Ecco perché meraviglia la presenza sulle reti “commerciali” di questi film che parlano d’altro e proclamano a gran voce il primato dell’uomo sulle cose, dei valori sui guadagni dell’onestà sulla furberia…

Certo, abbiamo avuto sulle reti statali (oggi riprese da Premium) un altro prete che, in tonaca lunga e bicicletta, corre in mezzo alla nostra società corrotta per cercare di portare quella “luce” di verità e giustizia che l’uomo sembra aver perso. Don Matteo è una scintilla preziosa di quel “Mondo Piccolo” che Guareschi ha creato in una fredda notte di natale del 1948; anche per lui il cammino è difficile e la tentazione di arrendersi è forte. Certo, lui non ha come Don Camillo, un Cristo che gli parla ma nella sua chiesa c’è ancora un crocefisso a cui si rivolge per trovare la forza di portare la Parola in quella società difficile, la nostra, quella con la quale dobbiamo fare i conti ogni giorno.

Ma forse in questo momento in cui è maggiore lo smarrimento per quelle coscienze che non credono che il mondo debba essere com’è, Don Matteo non è sufficiente. Occorre quel pretone tutto muscoli e cuore capace di sollevare una panca da un quintale e lanciarla a qualche metro di distanza ma anche di dipingere con tenerezza ed affetto, gli occhi alle statuine i gesso del presepio; serve lui a restituire coraggio e fiducia ai tanti che la stanno perdendo di fronte alle case che crollano quando non dovrebbero, ai disoccupati che crescono perché fabbriche storiche che hanno dato benessere a generazioni di persone si dismettono perché non sufficientemente remunerativi per gli ingordi appetiti di chi è già ricco, perché disabili vengono lasciati a se stessi privi di qualsiasi assistenza mentre grassi politicanti si spartiscono denaro pubblico per farne interessi privati.

Serve Don Camillo, le sue braccia e le sue parole, tonanti come le campane della sua chiesa; serve il suo esempio che trascina con sé anche il Sindaco Peppone e tanti di quei “comunisti” che, non essendo “trinaciuti”, sanno scegliere con la loro testa evitando di “portare la testa all’ammasso”. E, si guardi bene, non è contro i comunisti che Don Camillo e, ovviamente, Guareschi si scaglia: ottusità, perbenismo, ipocrisia, opportunismo si nascondono anche dall’altra parte: nemmeno per loro c’è pietà.  “…non sono ingolfato in nessuna idea e non appartengo a nessun partito e a nessuna corrente. Io sono per la libertà e la difendo. Il giorno in cui vedessi che il comunismo vuol dire libertà, mi batterei per il comunismo…” (cfr. Chi sogna nuovi gerani – L’impegno dell’umorista, p.273).

Ecco perché il ritorno di quelle pellicole mi commuove: nessun nostalgismo, nessuna retorica; quelle immagini, talvolta diverse dai libri da cui sono state tratte eppure così confortanti, sono un valido motivo per andare avanti, per non mollare. Se lo ha fatto Giovannino, se ci ha lasciato quella preziosa eredità, dobbiamo provare ad esserne degni.

Non so quante famiglie guarderanno quei film: ma se anche una soltanto lo farà sono certo che sotto quei severi baffi, Giovannino sorriderà, compiaciuto di aver aumentato, anche in questo assurdo XXI secolo, la popolazione del suo Mondo Piccolo di qualcuno che ha creduto in lui e ha saputo aprire le porte e il cuore ad una speranza da trasformare in realtà.

Pubblicato in : Cinema

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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