
A dieci anni dalla morte di Carlo Azeglio Ciampi, ricordarne il ruolo nella storia repubblicana è doveroso. Ma la memoria, soprattutto quando riguarda figure così importanti, non può diventare agiografia.
Ciampi è stato un grande servitore dello Stato, protagonista dell’europeismo italiano e poi Presidente della Repubblica. Ma è stato anche una figura che segna una cesura profonda nella nostra storia politica. Nell’aprile del 1993 passa dalla guida della Banca d’Italia direttamente a Palazzo Chigi. È il primo presidente del Consiglio non parlamentare della storia repubblicana. Una scelta maturata, per carità, in un clima eccezionale, mentre crollava il sistema dei partiti della Prima Repubblica. Ma da lì comincia anche una stagione nuova: quella dei tecnici chiamati a sostituire la politica nei momenti di crisi.
C’è però un Ciampi precedente che oggi rischiamo di dimenticare. È il governatore che aveva guardato con favore ad alcune delle scelte economiche compiute negli anni di Craxi e ne aveva registrato i risultati. Nel 1991 ricordava il «freno posto agli scatti della scala mobile nel 1984» e soprattutto dati difficilmente equivocabili: inflazione sotto le due cifre nell’ottobre 1984 e al 4,2 per cento nel dicembre 1986, imprese tornate a produttività e competitività, crescita di prodotto, investimenti e occupazione. (Banca d’Italia) La ricostruzione storica della stessa Banca d’Italia ha poi definito l’intervento del governo Craxi sulla scala mobile «un piccolo passo nella direzione auspicata da Ciampi». (Banca d’Italia)
È una storia che conosco anche attraverso un piccolo ricordo personale. Ero giovanissimo quando a Salerno presentai con Marcello Sorrentino il suo Ciampi e il craxismo. Anomalia di un governo. Un libro che già nel titolo poneva una questione destinata a restare aperta: il rapporto fra Ciampi e quella stagione politica che, da governatore, aveva osservato riconoscendone anche alcuni risultati e che, negli anni successivi, sembrò invece progressivamente allontanarsi dalla memoria pubblica.
Una distanza che colpisce ancora di più se confrontata con le parole pronunciate da Sergio Mattarella nel 2025, nel venticinquesimo anniversario della morte di Craxi: «Le politiche e le riforme di cui si fece interprete sul piano interno determinarono cambiamenti che incisero sulla finanza pubblica, sulla competitività del Paese, sugli equilibri e le prospettive di governo». Un riconoscimento istituzionale netto, dentro un giudizio che non cancella affatto le contraddizioni e il drammatico epilogo di quella stagione. (Quirinale)
E le contraddizioni riguardano anche Ciampi. È qui che torna utile rileggere Paolo Cirino Pomicino. Dal 1990, secondo l’ex ministro democristiano, qualcosa cambia. Pomicino contestò la decisione, sostenuta da Ciampi e Guido Carli e assunta contro la sua opinione, di portare la lira nella banda stretta dello SME. La sua tesi è che quel «vincolo esterno», accompagnato da tassi d’interesse molto elevati, abbia finito per pesare enormemente sul debito e abbia contribuito alla crisi valutaria del 1992. È la lettura di Pomicino, naturalmente, e come tale va considerata. Ma è una voce importante di quella stagione e impedisce di raccontarla come se le scelte compiute fossero state inevitabili o prive di alternative. (Nuvola del Lavoro)

Poi arriva il 1993. Ciampi lascia Bankitalia e va direttamente a Palazzo Chigi. In un Paese travolto da Tangentopoli, dalla crisi finanziaria e dal collasso dei vecchi equilibri politici, assume decisioni destinate a incidere sulla transizione e contribuisce, oggettivamente, ad accompagnare l’archiviazione di una stagione politica.
È qui, forse, che sta l’anomalia indicata da Sorrentino. Ciampi resta una figura centrale della Repubblica e merita il rispetto dovuto a chi ha servito le istituzioni ai massimi livelli. Ma proprio per questo, dieci anni dopo, possiamo finalmente ricordarlo nella sua complessità.
Dal governatore che riconobbe i risultati della stagione Craxi al presidente del Consiglio che accompagnò il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica. Dalla Banca centrale a Palazzo Chigi, senza passare per il Parlamento e senza una precedente esperienza politica.
Un passaggio eccezionale, figlio certamente di tempi eccezionali. Ma anche l’inizio di un rapporto nuovo, e tutto italiano, fra tecnica e politica. E le grandi figure della storia si rispettano di più studiandone anche le anomalie che trasformandole in santini.
Gaetano Amatruda

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