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Chi estrae l’oro nero culturale?

di Giuseppe Mele | 21 Settembre 2014

C’è un grande e globale successo dei musei, legato all’uso del web: un trend ancora più valido per l’Italia e per la sua Capitale . La cassa però piange sia sui ricavi diretti che indiretti. Il maggior afflusso ai musei non ripaga economicamente gli sforzi, anzi.

L’accordo tra l’Istituto culturale Google, la Soprintendenza ai beni culturali capitolini e Zètema, società della cultura di Roma in teoria sposa, nell’Art Project dell’impresa californiana, un turismo culturale da 9 milioni di visitatori con il miliardo di iscritti alla piattaforma web di Google plus. Non risultano però risvolti economici nell’accordo. Un deja vu; avvenne lo stesso anche con Rai e Cinecittà.

Google mette l’expertise digitale necessario e senza colpo ferire, copyright ed altro, si prende gratuitamente un patrimonio culturale di grandissimo valore. Sembra che tutti, dalla Russia all’Uk, dall’India alla Francia facciano così. La virtualizzazione dei musei si fa senza biglietti, nemmeno digitali, senza e-commerce perché la deve ripagare il turismo innescato dal web.

In effetti c’è un grande e globale successo dei musei, sempre di più visitati nella crescente offerta di eventi. E’ un trend ancora più valido per l’Italia e per la sua Capitale . La cassa però piange sia sui ricavi diretti che indiretti. Il maggior afflusso ai musei non ripaga economicamente gli sforzi, anzi. Non solo l’Italia è scivolata al quinto posto mondiale come meta turistica, ma nel 2014 registra per la prima volta un saldo negativo con l’1,3% di calo occupazionale. La massima integrazione tra turismo e cultura voluta dalla recente riforma interna del Ministero dei Beni culturali è lungi dall’essere raggiunta.

Tra le pieghe si notano soprattuto decisioni destruens, come l’eliminazione della società interna Promuovitalia e la preparazione per la medesima sorte dell’Enit, l’ex Agenzia nazionale del turismo, trasformato in ente pubblico economico. Doveva chiudere ad inizio 2014 ed invece è stata salvata in extremis, invece, Arcus, la spa progettuale del Mibac, cui si deve l’appena concluso restauro della cosidetta Cappella Sistina medioevale dei Santi Quattro Coronati di Roma.

Per parte sua il grande G è molto attivo sul piano turistico. Contemporaneamente ad Art Project, ha sviluppato un “Made in Italy”, che è una lusinghiera carrellata sui risultati raggiunti dal nostro Paese ed insieme un’offerta di marketing digitale rivolta alle nostre imprese in collaborazione con la Ca’ Foscari e Symbola, nota fondazione rossoverde di Realacci e Legambiente. E’ previsto a breve un primo incontro in Sicilia. Non è che in questi anni la digitalizzazione italiana ed europea del mondo culturale sia rimasta ferma. Anche ora è in corso un bando da 8 milioni per migliorare la gestione dei dati di Europeana, il portale dei musei del vecchio continente. Sono stati messi in rete 25 milioni di oggetti di 2200 istituti, di cui un milione e mezzo di elementi italiani.

Apparentemente non c’è confronto con i 45mila oggetti in 3D, i 60 musei e le 408 collezioni gestiti da Google. Dove però gli americani portano l’utente a passeggiare nei musei quasi in un immaginifico teletrasporto, Europeana è un gigantesco blog ed un elenco anodino e scoraggiante di immagini, foto, oggetti, testi, scollegati dal loro contesto. Eppure le sue dirigenti, la direttrice della biblioteca nazionale tedesca Niggemann e la britannica Cousin, già responsabile degli affari Europei dei volontari dell’ONU, dottore in carte nautiche araboturche del XVI° secolo, ne sono entusiaste.

Dove gli americani fanno visitare musei e opere come dal vivo, guardare spettacoli e leggere libri, concentrandosi sui siti di maggiore notorietà, gli europei aggregano elenchi, indici e archivi e si lanciano alla ricerca degli oggetti ancora conservati dai privati, della Grande Guerra.

A gestire il contributo italiano, CulturaItalia, terzo in ordine di grandezza dopo francesi e spagnoli, il Mibac ha messo l’Iccu, l’Istituto per il catalogo unico, da anni cliente della piattaforma informatica Opac Sbn, forte di più di 13 milioni di dati bibliografici.

Le reti dei musei come delle biblioteche ed altro sono come delle pagine gialle sul web; elenchi di luoghi fisici e diritti d’autore, pensati in epoca ante Internet. Poiché però è necessario, non fosse altro che per modernità, aprirsi al mondo web, l’Iccu poi riporta a fianco dell’anagrafe logistica, il collegamento a social network ed ai siti più commerciali come Amazon, con buona pace di tutta la rigidità iniziale. Così l’investimento pubblico, le strutture ministeriali e parapubbliche si fanno gradito e non pagato canale di vendita ad uso terzi.

Non solo sembra impossibile presentare la cultura in modo amichevole al potenziale turista, ma non si riesce a trovare il modo di ricavarne profitto. Il Mibac sembra provarci. Ha defiscalizzato il 30% della digitalizzazione delle strutture turistiche ed il 65% delle donazioni private a musei, siti archeologici, biblioteche e teatri. Però Quando la legge Art Bonus è stata accusata di preparare la partecipazione privata alla gestione culturale, Mibac e ministro sono fuggiti in ritirata.

I tentativi del Comune di Roma, dopo una lunga vacatio legis, hanno liberato dalle occupazioni i Teatri Valle e Volturno ed il Cinema America, ma non sono riusciti a dare una direzione al museo Macro, né a impedire la purulenza dei problemi dei Teatri dell’Opera ed Eliseo. Per tutta risposta, la rivista Babylon Post ha lanciato l’allarme sulla “Questione Culturale”, accusando le istituzioni di ignorare l’argomento. Subito si sono dette d’accordo molte voci, da quelle di importanti luoghi di cultura pubblici, alle associazioni del settore, fino alla neonata Consulta dell’arte contemporanea romana.

Il Mibac esibisce altisonanti numeri economici per la cultura, (214 miliardi, 15,3% del Pil) che riguardano un po’ tutto tranne il nocciolo centrale. In realtà nell’interpretazione più accreditata, il museo (come gli altri luoghi culturali) deve restare un costo passivo, né l’eventuale modernizzazione e digitalizzazione devono rispondere a criteri economici e di preferenza dei consumatori.

L’epoca del bene comune culturale è tramontata mentre non decolla ancora quella della cultura partecipata. Entrambi dipendono dal finanziamento pubblico, della cui fine inesorabile non ci si riesce a darsi pace. Piuttosto che farne consumo, si parla di morte della cultura. Come Settis, che prefigura la fine dei musei, che invece di badare al loro motivo precipuo di esistenza, cioè la custodia dell’eredità culturale, starebbero pensando solo a fare soldi. Accusa preterintenzionale ad azioni lontane dall’essere realizzate.

Ci si dovrà dunque arrendere all’evidenza? Ammettere che l’intenzione di trasformare la cultura, il nostro “oro nero”, in ricchezza è vuota demagogia? Continuare a finanziare milionari progetti digitali e non fatti per gli addetti? Affidare le visite culturali alla passione artigianale di impiegati e guide? Lasciar perdere la fallimentare politica statale per il turismo e concentrarsi sul restauro?

In attesa che ad estrarre l’“oro nero” ci pensi il grande marketing turistico culturale degli over the top americani del web.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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