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Chi difende l’Europa?

Italia, Spagna e Francia. Tre modi mediterranei di rispondere alle crisi internazionali che non potrebbero essere più diversi: l’acquiescenza, la diplomazia, la difesa comune L’Italia: la politica dell’acquiescenza Il governo conservatore di Roma si è allineato alla linea che un tempo si sarebbe chiamata atlantica ma oggi è essenzialmente statunitense senza cercare di definirne una propria. Al contrario: estrema prudenza nelle dichiarazioni, attenzione a non aprire fratture con Washington. Non diversamente da molti governi precedenti, della prima e della seconda Repubblica il governo Meloni interpreta il proprio ruolo internazionale in modo essenzialmente adattivo: non guidare, non opporsi, ma collocarsi all’interno dell’equilibrio definito dagli alleati principali.

di Marco Taradash | 5 Marzo 2026

Italia, Spagna e Francia. Tre modi mediterranei di rispondere alle crisi internazionali che non potrebbero essere più diversi: l’acquiescenza, la diplomazia, la difesa comune

L’Italia: la politica dell’acquiescenza

Il governo conservatore di Roma si è allineato alla linea che un tempo si sarebbe chiamata atlantica ma oggi è essenzialmente statunitense senza cercare di definirne una propria. Al contrario: estrema prudenza nelle dichiarazioni, attenzione a non aprire fratture con Washington.

Non diversamente da molti governi precedenti, della prima e della seconda Repubblica il governo Meloni interpreta il proprio ruolo internazionale in modo essenzialmente adattivo: non guidare, non opporsi, ma collocarsi all’interno dell’equilibrio definito dagli alleati principali.

È una strategia che ha un prezzo evidente in un periodo di crisi epocale: l’assenza di una linea autonoma produce sudditanza verso una potenza egoisticamente nazionalista come gli Usa di Trump e esclusione dal confronto europeo.

Oggi, in una crisi che riguarda direttamente il Mediterraneo – il mare che a parole è considerato la proiezione naturale della politica estera italiana – Roma resta spettatrice di decisioni prese altrove. Come scriveva ieri su questo giornale Claudia Fusani l’Italia è rimasta “totalmente imballata e spiazzata. Almeno fino all’altra sera quando il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ipotizzato l’invio di batterie antimissili Samp e antidroni in difesa dei paesi del Golfo e Kuwait”. «Ce lo hanno richiesto», ha detto Crosetto. Sí può immaginare chi.

L’Italia sovranista di Meloni, nonostante i riconosciuti progressi della presidente del consiglio, non accetta l’idea di pensarsi come parte di una potenza geopolitica europea.

Spagna: diplomazia e pacifismo

Il governo socialista di Pedro Sánchez ha preso chiaramente le distanze dall’operazione militare, rifiutando di sostenerla e insistendo sulla necessità di evitare una nuova escalation regionale.

Madrid ha cercato di incarnare una linea diversa da Italia e Francia: non l’allineamento automatico, non la proiezione militare, ma la diplomazia in chiave pacifista e onusiana.

In un contesto dominato dalla logica militare, la Spagna sembra sottrarsi alla necessità di pensare il futuro alla luce del fallimento del diritto internazionale. Finora, nonostante le numerose reintepretazioni (leggi violazioni) degli ultimi decenni, il diritto internazionale era comunque acquisito come base delle controversie, ora non più. Per non parlare della manifesta obsolescenza dell’Onu.

Ma Sanchez resta convinto che l’Europa debba distinguersi proprio su questo terreno: non come un altro attore militare globale, ma come una potenza più economica che politica capace di prevenire le escalation.

Francia: Europa, potenza fra le potenze.

Parigi si muove secondo una logica diversa da quella italiana e da quella spagnola. Ma non è più soltanto la tradizionale politica di potenza nazionale francese.

Negli ultimi giorni Emmanuel Macron ha rilanciato con forza una proposta che fino a pochi mesi fa sembrava un’astrazione: estendere la deterrenza nucleare francese al resto dell’Europa.

L’idea è semplice e radicale insieme. Se la sicurezza europea non può dipendere esclusivamente dall’ombrello americano in un’epoca segnata dal ritorno di Donald Trump e dall’incertezza della politica statunitense allora l’Europa deve cominciare a costruire una propria deterrenza.

La Francia è l’unico paese dell’Unione europea che possiede un arsenale nucleare operativo e una dottrina strategica autonoma. Macron propone di trasformare questa realtà nazionale in un pilastro della sicurezza europea.

La guerra con l’Iran rende questa proposta improvvisamente molto concreta. Perché ricorda agli europei una verità che per decenni hanno potuto ignorare: il mondo di oggi non è pacifico e la deterrenza resta una componente della politica internazionale.

Il punto chiave è questo: Macron non sta costruendo la deterrenza europea partendo dall’Europa mediterranea, ma dall’Europa che percepisce una minaccia militare diretta.

Non è un caso se paesi che hanno reagito più positivamente alla proposta francese sono quelli che confinano con la Russia o sono vicini al teatro ucraino, temono un indebolimento della protezione americana e stanno riarmando più velocemente. Per Polonia, Stati baltici, Svezia, Finlandia Danimarca e Germania la questione nucleare non è teorica ma direttamente legata alla deterrenza contro la Russia e questo crea una convergenza naturale con la Francia. Parigi prova a spingere l’Europa verso una trasformazione strategica: passare da un continente protetto dagli Stati Uniti a un soggetto capace di garantire la propria sicurezza.

Luigi Einaudi sosteneva che l’Europa avrebbe conosciuto la pace solo quando fosse diventata capace di garantire la propria sicurezza. Per settant’anni il problema è rimasto sospeso, coperto dall’ombrello strategico degli Stati Uniti. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto una questione rimasta a lungo sullo sfondo: può la sicurezza di 450 milioni di europei dipendere dalle oscillazioni dell’elettorato americano?

Oggi tra le grandi capitali europee è la Francia quella che propone con più chiarezza una risposta alla domanda centrale della politica europea contemporanea: chi difende l’Europa?

Marco Taradash

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Marco Taradash

Marco Taradash, livornese è un giornalista, liberale di tendenza radicale, già deputato europeo e nazionale coi radicali, poi con Forza Italia, presidente della Commissione Rai dal 1994 al 1996. Fondatore e promotore della Convenzione per la Riforma Liberale (1995) con Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Dario Antiseri, Marcello Pera, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa, Raimondo Cubeddu, Gaetano Quagliariello e altri, poi dei Riformatori liberali (2005) con Peppino Calderisi, Benedetto Della Vedova, Emilia Rossi, Carmelo Palma. Promotore di vari referendum, da quello per la depenalizzazione dell’uso personale di droghe proibite (1993) a quello per l’abolizione della quota proporzionale delle legge detta Mattarellum (1999, per l’uninominale secca, insomma). Votò sì alla riforma costituzionale il 4 dicembre 2016. Non condivise poi l’alleanza della Lista Bonino-+Europa col Pd e fondò Centromotore. Partecipò alla successiva nascita del partito +Europa, si candidò alle Europee, sostenne il voto contrario di +Europa al governo giallorosso. Crede alla necessità di una forza liberaldemocratica alternativa al fasciosovranismo e al populismosinistro.

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