In principio, dunque, fu il Ka(os). Eppure, in tutte le meta-narrazioni – che hanno a che fare con un tempo viceversa soltanto presunto che precederebbe l’inizio – si narra di un conflitto, quindi pre-cedente all’inizio che è l’inizio, questo inizio, tra divinità. Anche nel cristianesimo – che rappresenta l’ultima narrazione, in ordine temporale, dell’inizio -, il conflitto che è antecedente alla creazione del “mondo” avviene tra esseri divini, dotati cioè di poteri ultraterreni: dio e il diavolo (o il serpente-accusatore), e risalendo a ritroso il tempo delle narrazioni (il detto), fino al racconto – che precede l’inizio dell’inizio di ogni storia – del conflitto vedico tra gli Asura e i Deva.
“Una volta accadde che gli Asura, arroganti, ‘continuavano a sacrificare nella propria bocca’, mentre i Deva preferivano sacrificare gli uni agli altri. A quel punto il loro padre, Prajapati, elesse i Deva e affidò a loro il sacrificio. Li preferì perché, prima ancora di sapere con precisione a chi dovevano offrire, avevano accettato che l’offerta fosse qualcosa di esterno, che passava da un essere a un altro, rompendo le membrana dell’autosufficienza, ricordo del corpo informe di Vrtra, il mostro primordiale” (R. Calasso, L’ardore, hic et postea).
Il sacrificio è dunque l’inizio che diventa quest’inizio, è l’inizio dell’inizio di ogni storia, è il vincolo della necessità. Perché, detto in chiave scientifica, anche lo spazio-che è Ka(os) ha bisogno che sia pre-ceduto da qual-cosa. Non è sufficiente osservare il Ka(os), capiterà infatti anche di chiedersi cosa l’abbia pre-ceduto; ovvero abbia prodotto la sua caduta (latino, caedere). Che non è quella del peccato originale, che viceversa è una storia che accade successivamente nel tempo, ma quella invece dell’uscita (e-ventuale dal nulla) nello spazio, viceversa presupposto originario, del Ka(os). La “colpa” dell’inizio è dunque quella della “separazione” del mondo, del “sacrificio” del mondo. E’ il mondo a essere sacrificato, l’intero mondo. Da qual-Cosa, qualc-Uno? No, semplicemente, questa è la condizione del mondo. Tutto il resto, potremmo dire, è mera ipotesi.
Secondo il più antico detto di Anassimandro, in Grecia: “Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”. E questa condizione è comune. A …?
Questo è il “nodo” o piuttosto “il punto” dirimente dell’intera Ricerca.
In proposito, scrive Calasso: “L’India vedica si fonda su un esclusivismo rigoroso (soltanto chi partecipa al sacrificio può essere salvato) e al tempo stesso su un’esigenza di riscatto totale (esteso non solo a tutti gli uomini, ma a tutto il vivente). Questa doppia pretesa, che suonerà irragionevole per le altre grandi religioni (molto più vicine al buon senso profano), viene ribadita nell’immagine di un antico, illimitato convito: ‘Ma quelle creature che non sono ammesse al sacrificio sono perdute; perciò ora egli ammette al sacrificio quelle creature qui sulla terra che non sono perdute; dietro gli uomini ci sono le bestie; e dietro gli dei ci sono gli uccelli, le piante e gli alberi; così, qualsiasi cosa esista qui sulla terra è ammessa al sacrificio. E in verità sia gli dei sia gli uomini sia gli antenati bevevano insieme, è questo il loro convito; nei tempi antichi bevevano insieme visibilmente, ora lo fanno nell’invisibile’”.
Prajapati è dunque “il signore delle creature”, ma egli stesso “non è del tutto sicuro di esistere”. Egli è l’in-distinto- E la “Mente”. Dice Calasso che “i rapporti fra Mente e Parola (Vac) furono sempre tesi e turbolenti (…) Si appellarono a Prajapati perché decidesse. Egli decise in favore di Mente e disse (a Parola): ‘Mente è senz’altro migliore di te, perché imiti ciò che ha fatto Mente e segui nella sua scia’”.
Qual è dunque l’esistenza (o la storia) della “Mente”?
Opera una distinzione. Chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo ‘spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso’. E’ questa, la prima regola della Logica elaborata da George Spencer Brown.
In geo–metria, gli elementi basilari sono il piano ___ , il punto . e la retta —. Altri elementi sono: il cerchio e la circonferenza 0, prestando attenzione al fatto che la circonferenza è solo il bordo, cioè pur sempre una linea e quindi un insieme continuo di punti, mentre il cerchio è la parte interna a tale linea, e cioè lo spazio delimitato dalla linea che ne costituisce il termine di separazione (confine, limite) sul piano.
Sul piano, altrimenti lo-spazio, con la Mente è possibile immediatamente disegnare un punto, che assume così un posto nello spazio. Se non esistesse alcuna possibilità di disegnare o misurare lo spazio, neanche il punto esisterebbe e lo spazio allora dovrebbe intendersi vuoto. L’equivalente, esatto, del nulla. Il Ka(os) è inteso, esso stesso, sia spazio vuoto che aperto. E poiché, secondo Parmenide, essere e pensare è la stessa cosa e il non essere non è e non è possibile che sia, lo spazio dei Greci è uno spazio-aperto. A tale proposito, Gaunilone ricorderà ad Anselmo d’Aosta che pensare a dio (o un’isola) non significa che dio (o l’isola) esiste.
Nello stesso spazio, e sempre con la Mente, disegniamo ora, in sequenza, un insieme di punti; essi si uniscono a formare una retta, attraverso la quale diventa possibile stabilire una direzione, ovvero qualcosa che ha a che fare con il movimento e quindi il tempo; ma, al fine di operare la distinzione, occorrerà ancora un segno o simbolo, originario, di distinzione.
Breve inciso, ma estremamente significativo: creare elementi sul piano equivale a dare le misure, attraverso un punto e quindi un insieme di punti, retta o circonferenza che sia, e in quest’ultimo caso potremmo significare che lo spazio misurato è diventato uno spazio-chiuso e quindi completo. Questo spazio è lo spazio (completo) del cerchio.

E dunque, qual è il simbolo originario della distinzione, di tutte le distinzioni che in effetti poi hanno seguito?
Questo, è il simbolo che rappresenta esattamente la “croce” ed è detto anche da Brown il “marchio”. Il marchio simboleggia la radice della conoscenza, vale a dire, il dualistico Mark indica la capacità di differenziare un questo da tutto il resto, ma questo (Wikipedia).
La “croce” rappresenta dunque una metà esatta di un quadrato e ogni quadrato, come in figura, rappresenta quattro lati e quattro angoli di 90° ciascuno. Così che, insieme, le ½ parti esatte di due quadrati sono rappresentate, numericamente, dall’8 (8=4 x 2; catur=4 è il numero originario di Prajapati, oltre che il numero degli elementi, acqua aria terra e fuoco, che formano tutte le cose e quindi la natura; l’ , in forma di 8 capovolto, è anche il simbolo matematico dell’infinito e quindi del doppio cerchio simbolicamente perfetto della mente-spirito e della natura-materia) e possono servire alla rappresentazione sia della croce cristiana che anche della svastica (ariana, da Arii, il popolo dei nobili che diede origine ai Veda), come nella figura seguente.
La croce, e quindi il cerchio, rappresentano i simboli originari della distinzione, nell’ambito di un rapporto sempre dualistico mediante il quale, com’è risaputo ormai, la quadratura del cerchio è numericamente impossibile.
E tuttavia, in ordine allo spazio di cui abbiamo detto, il cerchio (o lo spazio) divino della Mente tende a impossessarsi (dello spazio) della Natura, assumendola in forma di quadrato o di cerchio imperfetto. Ed è qui che sta la differenza, ripetiamo in parte con Calasso, “tra le altre grandi religioni”, e aggiungo “ogni ideologia”, “e l’India vedica”.
I simboli, entrambi, sono anche i più noti della massoneria.
I
Angelo Giubileo




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