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Il cerchio (doppio e imperfetto) della natura

di Angelo Giubileo | 27 Novembre 2016

In principio, dunque, fu il Ka(os). Eppure, in tutte le meta-narrazioni – che hanno a che fare con un tempo viceversa soltanto presunto che precederebbe l’inizio – si narra di un conflitto, quindi pre-cedente all’inizio che è l’inizio, questo inizio, tra divinità. Anche nel cristianesimo – che rappresenta l’ultima narrazione, in ordine temporale, dell’inizio -, il conflitto che è antecedente alla creazione del “mondo” avviene tra esseri divini, dotati cioè di poteri ultraterreni: dio e il diavolo (o il serpente-accusatore), e risalendo a ritroso il tempo delle narrazioni (il detto), fino al racconto – che precede l’inizio dell’inizio di ogni storia – del conflitto vedico tra gli Asura e i Deva.

“Una volta accadde che gli Asura, arroganti, ‘continuavano a sacrificare nella propria bocca’, mentre i Deva preferivano sacrificare gli uni agli altri. A quel punto il loro padre, Prajapati, elesse i Deva e affidò a loro il sacrificio. Li preferì perché, prima ancora di sapere con precisione a chi dovevano offrire, avevano accettato che l’offerta fosse qualcosa di esterno, che passava da un essere a un altro, rompendo le membrana dell’autosufficienza, ricordo del corpo informe di Vrtra, il mostro primordiale” (R. Calasso, L’ardore, hic et postea).

Il sacrificio è dunque l’inizio che diventa quest’inizio, è l’inizio dell’inizio di ogni storia, è il vincolo della necessità. Perché, detto in chiave scientifica, anche lo spazio-che è Ka(os) ha bisogno che sia pre-ceduto da qual-cosa. Non è sufficiente osservare il Ka(os), capiterà infatti anche di chiedersi cosa l’abbia pre-ceduto; ovvero abbia prodotto la sua caduta (latino, caedere). Che non è quella del peccato originale, che viceversa è una storia che accade successivamente nel tempo, ma quella invece dell’uscita (e-ventuale dal nulla) nello spazio, viceversa presupposto originario, del Ka(os). La “colpa” dell’inizio è dunque quella della “separazione” del mondo, del “sacrificio” del mondo. E’ il mondo a essere sacrificato, l’intero mondo. Da qual-Cosa, qualc-Uno? No, semplicemente, questa è la condizione del mondo. Tutto il resto, potremmo dire, è mera ipotesi.

Secondo il più antico detto di Anassimandro, in Grecia: “Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”. E questa condizione è comune. A …?

Questo è il “nodo” o piuttosto “il punto” dirimente dell’intera Ricerca.

In proposito, scrive Calasso: “L’India vedica si fonda su un esclusivismo rigoroso (soltanto chi partecipa al sacrificio può essere salvato) e al tempo stesso su un’esigenza di riscatto totale (esteso non solo a tutti gli uomini, ma a tutto il vivente). Questa doppia pretesa, che suonerà irragionevole per le altre grandi religioni (molto più vicine al buon senso profano), viene ribadita nell’immagine di un antico, illimitato convito: ‘Ma quelle creature che non sono ammesse al sacrificio sono perdute; perciò ora egli ammette al sacrificio quelle creature qui sulla terra che non sono perdute; dietro gli uomini ci sono le bestie; e dietro gli dei ci sono gli uccelli, le piante e gli alberi; così, qualsiasi cosa esista qui sulla terra è ammessa al sacrificio. E in verità sia gli dei sia gli uomini sia gli antenati bevevano insieme, è questo il loro convito; nei tempi antichi bevevano insieme visibilmente, ora lo fanno nell’invisibile’”.

Prajapati è dunque “il signore delle creature”, ma egli stesso “non è del tutto sicuro di esistere”. Egli è l’in-distinto- E  la “Mente”. Dice Calasso che “i rapporti fra Mente e Parola (Vac) furono sempre tesi e turbolenti (…) Si appellarono a Prajapati perché decidesse. Egli decise in favore di Mente e disse (a Parola): ‘Mente è senz’altro migliore di te, perché imiti ciò che ha fatto Mente e segui nella sua scia’”.

Qual è dunque l’esistenza (o la storia) della “Mente”?

Opera una distinzione. Chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo ‘spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso’. E’ questa, la prima regola della Logica elaborata da George Spencer Brown.

In geo–metria, gli elementi basilari sono il piano ___ , il punto . e la retta —. Altri elementi sono: il cerchio e la circonferenza 0, prestando attenzione al fatto che la circonferenza è solo il bordo, cioè pur sempre una linea e quindi un insieme continuo di punti, mentre il cerchio è la parte interna a tale linea, e cioè lo spazio delimitato dalla linea che ne costituisce il termine di separazione (confine, limite) sul piano.

Sul piano, altrimenti lo-spazio, con la Mente è possibile immediatamente disegnare un punto, che assume così un posto nello spazio. Se non esistesse alcuna possibilità di disegnare o misurare lo spazio, neanche il punto esisterebbe e lo spazio allora dovrebbe intendersi vuoto. L’equivalente, esatto, del nulla. Il Ka(os) è inteso, esso stesso, sia spazio vuoto che aperto. E poiché, secondo Parmenide, essere e pensare è la stessa cosa e il non essere non è e non è possibile che sia, lo spazio dei Greci è uno spazio-aperto. A tale proposito, Gaunilone ricorderà ad Anselmo d’Aosta che pensare a dio (o un’isola) non significa che dio (o l’isola) esiste.

Nello stesso spazio, e sempre con la Mente, disegniamo ora, in sequenza, un insieme di punti; essi si uniscono a formare una retta, attraverso la quale diventa possibile stabilire una direzione, ovvero qualcosa che ha a che fare con il movimento e quindi il tempo; ma, al fine di operare la distinzione, occorrerà ancora un segno o simbolo, originario, di distinzione.

Breve inciso, ma estremamente significativo: creare elementi sul piano equivale a dare le misure, attraverso un punto e quindi un insieme di punti, retta o circonferenza che sia, e in quest’ultimo caso potremmo significare che lo spazio misurato è diventato uno spazio-chiuso e quindi completo. Questo spazio è lo spazio (completo) del cerchio.

(particolare della cappella Sistina in Vaticano – il teatro di scena dell’incoronazione)
(particolare della cappella Sistina in Vaticano – il teatro di scena dell’incoronazione)

E dunque, qual è il simbolo originario della distinzione, di tutte le distinzioni che in effetti poi hanno seguito?

  Questo, è il simbolo che rappresenta esattamente la “croce” ed è detto anche da Brown il “marchio”. Il marchio simboleggia la radice della conoscenza, vale a dire, il dualistico Mark indica la capacità di differenziare un questo da tutto il resto, ma questo (Wikipedia).

La “croce” rappresenta dunque una metà esatta di un quadrato e ogni quadrato, come in figura, rappresenta quattro lati e quattro angoli di 90° ciascuno. Così che, insieme, le ½ parti esatte di due quadrati sono rappresentate, numericamente, dall’8 (8=4 x 2; catur=4 è il numero originario di Prajapati, oltre che il numero degli elementi, acqua aria terra e fuoco, che formano tutte le cose e quindi la natura; l’ , in forma di 8 capovolto, è anche il simbolo matematico dell’infinito e quindi del doppio cerchio simbolicamente perfetto della mente-spirito e della natura-materia) e possono servire alla rappresentazione sia della croce cristiana che anche della svastica (ariana, da Arii, il popolo dei nobili che diede origine ai Veda), come nella figura seguente. svastica

La croce, e quindi il cerchio, rappresentano i simboli originari della distinzione, nell’ambito di un rapporto sempre dualistico mediante il quale, com’è risaputo ormai, la quadratura del cerchio è numericamente impossibile.

E tuttavia, in ordine allo spazio di cui abbiamo detto, il cerchio (o lo spazio) divino della Mente tende a impossessarsi (dello spazio) della Natura, assumendola in forma di quadrato o di cerchio imperfetto. Ed è qui che sta la differenza, ripetiamo in parte con Calasso, “tra le altre grandi religioni”, e aggiungo “ogni ideologia”, “e l’India vedica”.

I simboli, entrambi, sono anche i più noti della massoneria.

Ibiscial “cerchio imperfetto della natura”, in quanto imperfetto, e quindi, in quanto tale, non potrà mai essere un cerchio; viceversa, esso potrà assumere tutt’al più la forma geometrica di una linea continua – un nastro, paragonabile all’evoluzioni che compie un serpente – che serva in definitiva alla misurazione delle cose che sono in quanto sono e delle cose che non sono in quanto non sono (Protagora, homo mensura rerum).  

Angelo Giubileo

Pubblicato in : Editoriale, MetamorfosiTag: buon senso, grecia, massoneria, misure, mondo, movimento, natura, riscatto, separazione

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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