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Cento giorni senza Maduro: il Venezuela cerca un nuovo equilibrio

Quattro mesi dopo quel 3 gennaio che cambiò la storia delle relazioni nel continente americano, con Nicolás Maduro pronto a battersi contro l’imperialismo anche a rischio della vita e invece sorpreso dal suo sequestro lampo e trasferito a Washington, il Venezuela prova a interpretare la direzione degli eventi e a orientarla col massimo della cautela. Oltre 100 giorni senza Maduro, nel paese caraibico che ha visto la propria economia finire sotto tutela statunitense, il chavismo muoversi ancora saldamente al potere e l’opposizione marciare divisa sulla strategia per giungere a nuove elezioni.

di Istituto Ispi | 30 Aprile 2026

di Elena Marisol Brandolini*

Quattro mesi dopo quel 3 gennaio che cambiò la storia delle relazioni nel continente americano, con Nicolás Maduro pronto a battersi contro l’imperialismo anche a rischio della vita e invece sorpreso dal suo sequestro lampo e trasferito a Washington, il Venezuela prova a interpretare la direzione degli eventi e a orientarla col massimo della cautela. Oltre 100 giorni senza Maduro, nel paese caraibico che ha visto la propria economia finire sotto tutela statunitense, il chavismo muoversi ancora saldamente al potere e l’opposizione marciare divisa sulla strategia per giungere a nuove elezioni.

L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione americana è stato infatti fin dal principio quello di dare priorità al business del petrolio rispetto a qualunque urgenza democratica. E poiché la sua realizzazione ha bisogno di stabilità politica e di ripresa dell’economia, la scelta di Donald Trump è stata quella di assicurare al potere la continuità della classe dirigente chavista attraverso il riconoscimento di Delcy Rodríguez, nominata presidente dal parlamento in sostituzione di Maduro, come propria interlocutrice. Mentre suo fratello Jorge Rodríguez è diventato presidente dell’Assemblea nazionale. In teoria, secondo la Costituzione bolivariana, dopo 90 giorni, prorogabili per altri 90, il Venezuela dovrebbe eleggere un nuovo presidente per sanare l’attuale situazione provvisoria.

Trump parla della presidente venezuelana come di “una persona meravigliosa” che sta facendo “un lavoro fantastico con noi”. Tanto che all’inizio di marzo le autorità statunitensi e quelle venezuelane hanno deciso di ristabilire relazioni diplomatiche e consolari, interrotte dal 23 gennaio 2019, in seguito al riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Juan Guaidó come presidente legittimo del paese latinoamericano. Qualche settimana più tardi, gli Stati Uniti hanno anche cancellato le sanzioni contro Delcy Rodríguez, eliminando il suo nome dalla lista americana in cui figurano quelli di leader internazionali sottoposti a sanzioni finanziarie. Così, la presidente venezuelana potrà andare negli Stati Uniti per incontrare Trump.

Per il momento, chi ha viaggiato per recarsi nel paese caraibico è stato invece il presidente colombiano Gustavo Petro, nel primo viaggio di un capo di Stato nel Venezuela post-Maduro. Un incontro che era stato programmato già nel mese di marzo e che si è tenuto infine lo scorso 25 aprile. Al centro del colloquio il tema della sicurezza contro la criminalità organizzata, con l’attivazione di misure per condividere informazioni di intelligence. Una cooperazione tra i due paesi, che hanno in comune 2.000 chilometri di frontiera, assente da molti anni. Con l’obiettivo di colpire, in particolare, due gruppi: una delle fazioni dissidenti delle ex FARC e l’ELN (Ejército de Liberación Nacional), entrambi di origine colombiana ma ormai operanti nei due paesi, sia nel narcotraffico sia nel business delle terre rare e del petrolio. Terre rare e petrolio che interessano Trump e gli investitori stranieri, il cui successo dipende dalla stabilità, messa a rischio proprio dalle bande armate che ora si è deciso di perseguire congiuntamente.

La situazione sembra cambiare velocemente in Venezuela ma appare in tutta la sua fragilità. Il governo venezuelano apre l’economia e il settore petrolifero al mercato, prova a stabilizzare i prezzi, ma il salario medio di un cittadino di Caracas è inferiore a 300 dollari mensili, l’acqua potabile scarseggia e arrivare a fine mese resta un’impresa. Alcuni parlano di rischio di un’esplosione sociale e la priorità per il governo e per buona parte dell’élite economica venezuelana resta quella della ripresa economica.

Il parlamento venezuelano ha approvato all’unanimità una legge di amnistia che ha raccolto 12.000 petizioni, risolvendone oltre 8.600, secondo il chavismo; anche se sarebbero poche centinaia – poche decine, secondo alcune organizzazioni indipendenti – le persone effettivamente uscite dal carcere. Nel chavismo convivono tre blocchi con diversi interessi: quello pragmatico dei Rodríguez, che mantiene la sostanza del potere ma è aperto al negoziato; quello militare corporativo; e quello più ideologico, che considera i cambiamenti una minaccia ai principi della rivoluzione. Tutti però allineati sotto la guida di Delcy Rodríguez, la cui gestione è stata lodata dallo stesso Maduro, che dal carcere ha fatto un appello a “la riconciliazione e il dialogo”.

Nell’opposizione si distingue un fronte che vorrebbe andare velocemente a nuove elezioni, con il rientro nel paese della Nobel per la Pace María Corina Machado, che nel frattempo rafforza i suoi legami con i paesi latinoamericani affini ideologicamente, come il Cile di José Antonio Kast. E sbarca a Madrid, ricevuta con calore dal Partido Popular e Vox, mentre a Barcellona si svolge la due giorni dei progressisti e democratici arrivati da tutte le parti del mondo. Machado promette di tornare nelle prossime settimane in Venezuela, parla della necessità di un grande accordo nazionale, ma sa che il suo rientro da leader dipende fondamentalmente da Washington. Per l’opposizione meno radicale, invece, le elezioni potrebbero tenersi in un arco di tempo più lungo, di uno o due anni, per consentire di riformare le istituzioni e rendere il sistema affidabile.   

Elena Marisol Brandolini

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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