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Casse Rurali: la revisione preoccupa

di Beppe Facchetti | 11 Giugno 2018

L’accenno del presidente del Consiglio Conte ad una “revisione” della riforma delle Banche Popolari e delle BCC è stato un vero e proprio sasso nello stagno, per una questione in parte già definita (tra le Popolari mancano solo due Banche) e in parte molto vicina alla conclusione (Casse Rurali).

Comprensibile la reazione critica degli interessati, in particolare di Iccrea, che ha rovesciato l’argomento usato da Conte parlando di “rischi” per l’economia locale, cioè piccole imprese e famiglie.

Va ricordato infatti che la riforma è arrivata dopo decenni di rinvii, e oggettivamente non del tutto gradita da una pigrizia periferica molto campanilistica che l’aveva osteggiata, ma alla fine è stata scritta a quattro mani tra Parlamento e mondo cooperativo e raccontata con soddisfazione in mille assemblee.

Il punto politicamente più rilevante è però la forte discontinuità con il pensiero di Banca d’Italia, che solo il 29 maggio, con Ignazio Visco, aveva sollecitato un’accelerazione, parlando in un certo senso anche per conto di BCE.

Non era sfuggito l’uso di avvisi perentori quando il Governatore aveva dato un giudizio rassicurante sui grandi gruppi (rendimento del capitale passato in un anno da -5,7 a +4), ma aveva subito dopo puntato il dito sulla “redditività insufficiente” degli operatori minori.

Valutando 100 il rischio delle Banche maggiori, vale 190 quello delle BCC, con il 25% di queste ultime gravate da un tasso negativo di rendimento del capitale. Qui, “il coefficiente di solvibilità è cresciuto – ha detto il Governatore – di soli 2 punti” contro i 7 del totale del sistema bancario, aggiungendo che “oggi le BCC registrano una incidenza delle esposizioni deteriorate più elevata e un tasso di copertura più basso”.

Non trascurava certo, Visco, la vicinanza di questi istituti alle speranze e ai progetti di imprese e famiglie, ma metteva in dubbio che potessero continuare a farlo, senza l’applicazione di criteri di severità che per fortuna gran parte di loro può applicare, ma dentro il quadro della riforma. Che non fa sconti a governance professionalmente insufficienti, rinvio di problemi strutturali, manica larga nel credito.

A questo serve il disegno di mettere tutto sotto il cappello di tre grandi holding, come “urgente” correttivo in un sistema formato da ben 279 Banche, 145 delle quali – tra cui tutte le bergamasche – aderiscono ad Iccrea di Roma, la holding maggioritaria (le altre sono Cassa Centrale Banca di Trento, con 95 soci, e Raffaisen di Bolzano, con 39 aderenti).

Toccherà a loro prendere decisioni anche drastiche, di cui rispondere a BCE e Banca d’Italia, utilizzando un vero e proprio semaforo: rosso per chi dovrà chiudere, verde verso chi potrà andar avanti, ma giallo per tantissime Casse sotto osservazione, che perderanno parte della loro sovranità.

Il problema non era insomma quello di tornare indietro ma di andar avanti, dotando ad esempio le holding di quel capitale esterno al sistema che ancora manca nel 49% riservato al mercato: 1,8 miliardi ad Iccrea, 700 milioni a Cassa Centrale.

Se gli operatori e tutto il sistema sentono la parolina “revisione” tutto però si blocca, passa la voglia agli investitori, e serpeggia disorientamento in una base che non è di finanzieri ma di 1 milione e 200 mila soci e anche tra una clientela dispersa che si affaccia a 4250 sportelli.

Sembrava un tema sommerso, e il “contratto” proprio non ne parlava, preferendo tuonare contro un inesistente “esproprio” di risparmio prodotto da un bail in, in verità mai applicato.

C’era però una mozione di Giorgetti e di Salvini, non ancora al Governo, che parlava di 18 mesi di rinvio della riforma, per evitare – si diceva – invasioni nel campo del mutualismo “delle ragioni del libero mercato”.

Che i principi di mutualità e quelli del mercato non debbano essere in conflitto è questione in realtà risolta agli albori ottocenteschi del pensiero cooperativo, dal suo fondatore liberale Fredrich Raiffeisen fino a tutto il filone della cooperazione cattolica tanto importante per la storia economica lombarda e bergamasca, e nella Costituzione del 1948.

Ma il presidente Conte preferisce frenare. Attenzione, perchè le frenate improvvise provocano tamponamenti.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: banche, bce, costituzione, costituzione del 1948, governance, governo, mercato, mondo, parlamento, presidente del consiglio, roma, sistema bancario

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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