Entrò vivo in una caserma dei CC e ne uscì per morire in ospedale.
Ora anche a Palazzo dei Marescialli a Roma, la sede del Consiglio Superiore della Magistratura ci si vuole veder chiaro; e prende corpo l’ipotesi di un’azione disciplinare nei confronti del Pubblico Ministero del processo sul caso di Giuseppe Uva, deceduto nel luglio del 2008 nell’ospedale di Varese, dopo essere stato fermato dai carabinieri.
In particolare, si contesta il comportamento tenuto in aula nei confronti della sorella del’uomo, la signora Lucia, fatta allontanare durante un’udienza. Sempre dal CSM spiegano che a causa della pendenza del procedimento disciplinare si sono dovuti archiviare gli esposti ricevuti sulla vicenda che chiedevano di trasferire ad altro magistrato l’indagine su quanto accaduto quella notte nella caserma dei carabinieri. Una decisione assunta dalla Prima Commissione del CSM, partita dalla richiesta del consigliere togato di Unicost Giovanna Di Rosa. Un contrasto, quello tra la famiglia Uva e il Pubblico Ministero, che cova da mesi, e deflagrato con una denuncia a carico alla Procura di Brescia, per favoreggiamento e abuso in atti d’ufficio, presentata dalla famiglia Uva.
Il cuore della questione è accertare e capire cosa sia esattamente accaduto la notte tra il 13 e il 14 luglio del 1978. Quella notte Giuseppe, assieme a un amico, viene fermato da una pattuglia dei carabinieri, condotto in caserma, e qui cala la nebbia. L’amico ha raccontato di aver sentito Giuseppe gridare, urlare, un gran fracasso. Preoccupato, e intuendo che stava accadendo qualcosa di brutto, aveva anche chiamato un’ambulanza con il suo telefonino; ambulanza subito accorsa, ma rimandata indietro, dopo che i carabinieri avevano assicurato che non c’era motivo di preoccupazione. Qualche ora dopo però Giuseppe veniva ricoverato in ospedale, e lì moriva. Perché, secondo la versione ufficiale, gli sarebbero stati somministrati farmaci di cui Giuseppe era allergico; ma la sorella riferisce di aver riscontrato sul corpo lesioni, fratture; e secondo una perizia di parte Giuseppe avrebbe subito pesanti e gravi violenze e torture, anche di carattere sessuale (ne abbiamo riferito su questo giornale il 7 aprile scorso). Ecco perché è importante sapere cos’è accaduto esattamente in quella caserma.
C’è al riguardo, una sentenza importante, quella che ha assolto un medico, accusato di aver provocato la morte di Giuseppe in seguito alla somministrazione di un farmaco. Il tribunale, assieme all’assoluzione del medico, ha inviato gli atti al pubblico ministero. Nella motivazione della sentenza non lasciano margine ad equivoco: “Costituisce un legittimo diritto dei congiunti di Giuseppe Uva, conoscere se negli accadimenti intervenuti antecedentemente all’ingresso del loro congiunto in ospedale, siano ravvisabili profili di reato; e ciò tenuto conto che permangono ad oggi ignote le ragioni per le quali Giuseppe Uva, nei cui confronti non risulta essere staro redatto un verbale di arresto o di fermo, mentre sarebbe stata operata una semplice denuncia per disturbo della quieta pubblica, è stato prelevato e portato in caserma, così come tuttora sconosciuti rimangono gli accadimenti intervenuti all’interno della stazione dei carabinieri di Varese (certamente concitati, se è vero che sul posto confluirono anche alcune volanti della polizia) ed al cui esito Uva, che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica, verrà ritenuto necessitare di in intervento particolarmente invasivo quale il Trattamento Sanitario Obbligatorio.”
Dunque secondo i giudici, se si vogliono stabilire le cause della morte bisogna ricostruire quello che è successo nella caserma: “occorre disporre della fotografia delle condizioni nelle quali versava Uva al momento del suo ingresso in ospedale, mentre del tutto superflui ed irrilevanti sono gli accertamenti tesi a verificare le ragioni in base alle quali è giunto in Ospedale in quelle condizioni”.
A questo punto accertare come sono andate esattamente le cose diventa un imperativo: che cos’è accaduto in quella caserma; se e quali indagini sono state fatte, e come; e perché, a sei anni dai fatti, questi interrogativi siano ancora senza risposta.


Lascia un commento