
Secondo il ministro della Salute Orazio Schillaci, nessun medico dovrebbe opporsi al progetto delle Case di Comunità. Del resto, chi potrebbe mai dire no a una sanità più moderna, più territoriale, più vicina ai cittadini? Chi potrebbe contestare un sistema capace di coniugare innovazione, sostenibilità ed equità? Sulla carta, naturalmente, nessuno.
Nella realtà, però, qualche domanda andrebbe posta. Perché dietro gli slogan e le parole rassicuranti resta un interrogativo fondamentale: a chi serviranno davvero queste strutture? Schillaci insiste sul concetto della presa in carico dei pazienti fragili e cronici. Bene. Ma tutti gli altri?
Che vantaggio avrà il cittadino che oggi può contare sul medico di famiglia sotto casa, quello che conosce la sua storia clinica, la sua famiglia, le sue patologie ereditarie e le sue fragilità? Davvero una struttura centralizzata, magari distante chilometri dal luogo di residenza, può sostituire quel rapporto umano costruito in anni di conoscenza reciproca? Per una ricetta, un controllo o un semplice prelievo si dovrà raggiungere la Casa di Comunità, spesso molto più lontana del tradizionale ambulatorio di quartiere. E allora viene da chiedersi se non diventi più semplice, e talvolta persino più conveniente, rivolgersi direttamente a una farmacia attrezzata o a una struttura privata.
È qui che nasce il sospetto. Che dietro la retorica della prossimità si nasconda in realtà un ulteriore arretramento della medicina di famiglia e una graduale spinta verso forme di sanità parallela, private o semi-private, alle quali il cittadino finirà per rivolgersi per risparmiare tempo e disagi. Ma il ministro non arretra. Anzi, continua a descrivere le Case di Comunità come la soluzione a tutti i problemi del Servizio sanitario nazionale. Una sorta di moderna vigna dei Bengodi nella quale tecnologia, assistenza territoriale, telemedicina e nuovi modelli organizzativi promettono di risolvere ogni criticità.
Nel suo intervento al Forum G19+2 di Genova, Schillaci ha dipinto il quadro di una sanità rinnovata, più efficiente e più vicina alle persone. Ha rivendicato i risultati raggiunti dal Governo, sottolineando il valore del dialogo tra istituzioni, regioni e professionisti sanitari. Ha parlato di investimenti, innovazione tecnologica, digitalizzazione e riduzione delle liste d’attesa, presentando il percorso di riforma come una trasformazione ormai inevitabile. Al centro della sua visione restano proprio le Case di Comunità, insieme agli Ospedali di Comunità, alle Centrali operative territoriali e all’assistenza domiciliare. Strutture che, secondo il ministro, dovrebbero garantire una presa in carico più efficace dei pazienti e alleggerire la pressione sugli ospedali. Una prospettiva affascinante, almeno nelle intenzioni.
Resta però da capire se queste nuove architetture sanitarie riusciranno davvero a sostituire quella rete capillare di medici di famiglia che per decenni ha rappresentato il primo presidio sanitario dei cittadini. Perché una sanità moderna non si misura soltanto con i nuovi edifici, le piattaforme digitali o le riforme organizzative. Si misura soprattutto con la facilità di accesso alle cure, con la continuità assistenziale e con il rapporto di fiducia tra medico e paziente. Ed è proprio su questo terreno che il progetto delle Case di Comunità dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di una promessa. Perché tra la sanità immaginata nei convegni e quella vissuta ogni giorno dai cittadini esiste spesso una distanza ben maggiore di quella che separa una Casa di Comunità dall’ambulatorio sotto casa.
Angelo Santoro

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