
Caro professor Orsini,
ho letto il suo ragionamento sulla presunta superiorità morale dell’Iran rispetto a Israele e alle democrazie occidentali. Capisco l’intento provocatorio: mettere in discussione il senso comune può essere utile. Ma il problema non è la provocazione; è la fragilità dell’argomento.
Lei costruisce tutto il suo giudizio morale attorno a una cifra ripetuta ossessivamente: 30.000 bambini. Una tragedia, se fosse confermata, che qualunque coscienza civile deve guardare con orrore. Ma trasformare un numero – peraltro non verificabile in modo indipendente durante una guerra – nel fondamento di una gerarchia morale tra Stati è una semplificazione che non regge a un’analisi seria. Le cifre diffuse nel dibattito pubblico provengono principalmente dal Ministero della Sanità della Striscia di Gaza, controllato da Hamas. In ogni conflitto i numeri iniziali vengono corretti, verificati, rivisti negli anni successivi. Usarli come arma retorica assoluta significa sostituire l’analisi con la propaganda emotiva.
Ma anche accettando la cifra senza discuterla, il ragionamento resta metodologicamente debole. Se la moralità di uno Stato fosse misurata esclusivamente dal numero di vittime civili in una guerra specifica, allora qualsiasi dittatura non coinvolta direttamente in quel conflitto risulterebbe automaticamente più morale di qualunque democrazia impegnata militarmente. È una conclusione paradossale che rivela l’inconsistenza del criterio.
Israele non può essere ridotto alla caricatura morale che lei propone. È una democrazia con elezioni libere, pluralismo politico, stampa indipendente, magistratura autonoma e una società civile capace di criticare apertamente il proprio governo. In Israele centinaia di migliaia di cittadini scendono in piazza contro il primo ministro; i giornali lo attaccano; i giudici possono bloccare decisioni politiche. In Iran, invece, chi critica il potere rischia il carcere. Già questo basterebbe a rendere problematica la sua tesi sulla superiorità morale della teocrazia iraniana.
C’è poi il contesto strategico che nel suo ragionamento scompare completamente. Israele vive da decenni sotto minaccia militare e terrorismo. Razzi lanciati contro città, organizzazioni armate che dichiarano apertamente di voler distruggere lo Stato ebraico, attacchi deliberati contro civili. La guerra non nasce nel vuoto morale che la sua argomentazione suggerisce. Ignorare questo contesto significa amputare la realtà.
Infine c’è una dimensione storica che non dovrebbe mai essere rimossa dal discorso. Israele è nato come rifugio per un popolo perseguitato per secoli e quasi annientato nel Novecento. Questo non lo rende immune da critiche, ma rende intellettualmente superficiale qualunque tentativo di ridurre la sua esistenza a una formula polemica dentro un dibattito ideologico.
Mettere in discussione il senso comune è un esercizio utile. Ma il pensiero critico richiede rigore, fonti solide e onestà intellettuale. Quando la complessità della storia e della politica viene sostituita da uno slogan ripetuto più volte, non siamo più nel campo della scienza politica. Siamo nel campo della retorica. E la retorica, per quanto efficace, non è mai un buon sostituto della realtà.
Nico Kir

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