A rendere la globalizzazione un processo a termine è anche il suo impatto negativo sulle crescenti disuguaglianze distributive.

Per rispondere alla domanda, Deaglio osserva che non è più sufficiente servirsi delle tradizionali categorie degli economisti; occorre integrarle con i contributi delle altre discipline sociali per spiegare, sia l’origine della crisi ed i limiti dell’integrazione internazionale delle economie nazionali, sia le diseguaglianze nella distribuzione del reddito tra i singoli sistemi economici e, all’interno di ognuno di essi, tra i vari gruppi sociali.
In altri termini, secondo Deaglio, per rispondere alla domanda occorre rendersi conto che le modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici non contemplano meccanismi correttivi interni di esclusiva natura economica, per cui è inevitabile che la globalizzazione, causa scatenante della crisi, sia un “processo a termine” per due ordini di motivi, uno di natura economica e l’altro di natura sociale.
Da un lato, gli squilibri dei conti con l’estero dei principali Paesi non possono crescere indefinitamente; ciò perché i crediti dei Paesi più dinamici (come, ad esempio, la Cina), trasformandosi in surplus finanziari, offrono le risorse per finanziare l’indebitamento dei Paesi che accumulano debiti (come, ad esempio, gli USA); a lungo andare, l’economia mondiale non potrà continuare a funzionare con la metà dei Paesi che cresce grazie ai debiti dell’altra. Durando questa situazione, è fatale che i mercati finanziari prendano il sopravvento sui mercati reali, sino a trasformare l’economia mondiale in un sistema fragile, reso vulnerabile dall’azione della speculazione sui debiti sovrani dei Paesi più indebitati.
Dall’altro, a rendere la globalizzazione un processo a termine è anche il suo impatto negativo sulle crescenti disuguaglianze distributive; pur riducendo il ritardo di alcuni Paesi sulla via della crescita espressa in termini di prodotto interno lordo per abitante, la globalizzazione approfondisce le distanze tra i Paesi poveri ed i Paesi ricchi e all’interno di tutti provoca un peggioramento delle disuguaglianze tra i gruppi sociali che rendono instabile il funzionamento dei sistemi economici.
La mancata considerazione in termini esaustivi delle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici rende difficile il superamento della crisi senza una regolazione del mercato e senza una preventiva correzione delle disuguaglianze distributive esistenti. È questo il motivo per cui la crisi ha colto gli economisti totalmente impreparati; questi, fidando nella loro specializzazione e respingendo ogni forma di sintesi interdisciplinare, hanno messo in evidenza i limiti della loro professionalità, considerando il mercato, anziché un’istituzione sempre perfettibile, un’istituzione dogmaticamente intesa come regolatore universale non solo dell’economia, ma anche della società in generale. La stragrande maggioranza degli economisti, nati e formatisi professionalmente sotto la “stella della globalizzazione, afferma Deaglio, ha sostituito il liberalismo del dubbio di Karl Popper con il liberismo dogmatico di chi ritiene il mercato un’istituzione dotata di capacità auto-organizzative e qualsiasi tentativo di regolarne il funzionamento un errore scientifico destinato a produrre esiti dannosi sul piano politico e sociale.
Deaglio con la sua analisi coglie nel segno; ciò che gli si può benevolmente rimproverare è che, dopo aver individuato la causa prima della crisi attuale ed aver suggerito la prospettiva metodologica da adottare per il suo superamento, non abbia anche indicato lo strumento utile a rimuovere i limiti del mercato autoregolato e le conseguenze negative originate, per un verso, dalla mancanza di meccanismi ad esso endogeni e dal mancato superamento degli effetti negativi della sua instabilità e, per un altro verso, dal permanere delle disuguaglianze; ma soprattutto utile al recupero dell’“economia mista” che i “sacerdoti del libero mercato”, negli anni Settanta del secolo scorso, hanno contribuito a “smantellare” in nome del loro dogmatico liberismo, posto a sostegno dell’avvio del turbocapitalismo globalizzato.

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