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Camerata: elegante e duttile, interpreta Béla Bartok.

di Enrico Martelloni | 13 Gennaio 2013

Il maestro Gabor Takacs-Nagy, ospite della Camerata, ha diretto l’orchestra pratese esaltandone la versatilità con la musica di Bartok e la sinfonia nr. 40, tonalità in sol minore k 550 di Mozart.

Takacs-Nagy-003Nagy, parte del nome del maestro ungherese Gabor Takacs, che ha diretto al Politeama pratese la Camerata Strumentale “ Città di Prato”, richiama alla mente la tragedia dell’Ungheria invasa dalla Russia nel 1956. L’occupazione di Budapest e la repressione del popolo ungherese per parte dell’esercito sovietico, fu prologo all’infame processo e alla conseguente condanna a morte di Imre Nagy, primo ministro del governo magiaro.

La storia non può essere dimenticata neppure dalla musica, quando per qualsiasi motivo, nomi, eventi, luoghi, richiamano alla mente anche atti d’umana follia. La musica sa riscattare come balsamo i torti che gli uomini fanno a se stessi. Nelle forme più incredibili, dai pianissimo agli strepitosi, agli strepitosissimi, agli Adagio, ai Lieder con l’intenzione di raccontare cose che le parole non possono descrivere, mentre la musica ci coinvolge, incanta, ci unisce.

Ricordare quello che altro non è, se non l’eco di fatti lontani, da valore al maestro ungherese già primo violino del celebre quartetto che porta il suo nome, Takacs, e oggi direttore d’orchestra dell’importante festival di Verbeir, in Svizzera. La sua bacchetta ha portato al nostro teatro le musiche di Bela Bartok, compositore suo connazionale. Il Divertimento per orchestra di archi scritto nel 1939, edita da Boosey & Hawkes, è una dei lavori più luminosi che Bartok scrisse nel soggiorno svizzero ospite del direttore d’orchestra Sacher. I tre tempi della composizione rilevano un gusto armonico libero ed apparentemente improvvisato, danzante e vitale nel primo movimento colto per un attimo, da un battito d’ali di farfalla in sala. Nel Molto Adagio, la sua natura fedele e sempre, alla musica popolare ungherese, riapre al clima ottimistico nel finale dell’Allegro assai, alla brevissima Polka e al vertiginoso finale. La duttilità dell’orchestra, se ce n’era ancora bisogno di menzionarla, è ripetuta nelle Sette danze popolari rumene , Roman népi tankoc, del 1917; trascrizione per orchestra della Magyarorszgi roman nèpi tancok, elaborazioni pianistiche di materiale etnofonico, concepita due anni prima. Sette danze per sette minuti, eleganti, sottili quadri con riferimento al folclore della Transilvania dove Bartok era nato nel 1881 sotto l’impero austro ungarico. Bartok morirà in esilio a Manhattan, di leucemia, il 26 settembre 1945.  Proprio l’impero asburgico unisce Bartok a Mozart in questa serata di musica. La seconda parte, infatti, il maestro Gabor Takacs-Nagy, ospite della Camerata, ha diretto la sinfonia nr. 40, tonalità in sol minore k 550. Figlia di un periodo creativo intenso e particolare della vita di Mozart, questa sinfonia fa il paio con la Jupiter scritta nel medesimo 1788, quando l’astro del compositore non era più al centro del cuore dei viennesi.  Flauti, oboi, clarinetti, fagotti in prima fila e gli archi, tutti insomma, al tocco del maestro magiaro, hanno sfoggiato una grande interpretazione, piacevolissima, intensa in ogni sua parte. Di particolare rilievo è parso l’ Allegro assai, quarto e conclusivo movimento della sinfonia. Il pubblico n’è uscito composto, ma entusiasta, quasi fosse una famiglia all’ascolto sulle poltrone di casa prorpria, invece di essere davanti al proscenio di un teatro. Ha, così, salutato l’orchestra, che ha concesso il consueto bis proponendo il secondo movimento della sinfonia. Di nuovo, convinti applausi, non lunghissimi, ma intensi.

Pubblicato in : Musica

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

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