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Cambiare l’Italia o fare ammuina? Renzi e il governo del paese da prendere subito.

di Vincenzo Caciulli | 12 Gennaio 2014

matteo-renziCambiare l’italia, l’ambizioso slogan con il quale Matteo Renzi si è preso il Partito Democratico e la scena politica nazionale.  Cambiare l’italia, la motivazione per la quale qualche milione di cittadini si è messo in fila ai gazebo, nel 2012 e nel 2013, per dare al sindaco di Firenze la forza a dispiegare un progetto di riforme radicali. Un mese è poco per valutare se Renzi darà corso alle sue promesse e suggestioni. Alcune considerazioni successive ai primi passi sono possibili. Già in passato avevamo notato che il segretario del PD non aveva programmi chiari per la transizione italiana né in campo istituzionale né in quello economico e sociale. Il Renzi del 2012 evocava scenari diversi dal Renzi del 2013.  Il Renzi di oggi, tutto tattico, appare ancora più impalpabile. Messa al centro dell’agenda politica la legge elettorale (e la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie) ha presentato tre ipotesi di lavoro quanto meno discutibili. Tutte e tre salvaguardano il bipolarismo e la governabilità ma solo quella definita del “sindaco d’Italia” soddisfa anche l’esigenza di non avere più nominati in parlamento. Peccato che abbia problemi di costituzionalità per l’impossibilità di elezione diretta del presidente del Consiglio. Quanto poi alla trasformazione del Senato, risponde alla logica di una revisione della Costituzione che, tuttavia, non può limitarsi a quel solo capitolo. La Camera delle autonomie ha un senso in uno stato a impianto federale, cosa che non può dirsi dell’Italia nonostante le strampalate riforme apportate negli ultimi anni all’ordinamento. Oltretutto, si procederà all’eliminazione degli organi elettivi delle province senza però, per il momento, abolire quel livello intermedio. L’Italia avrebbe bisogno di una radicale riforma costituzionale e istituzionale alla quale far seguire un’adeguata legge elettorale. Le proposte avanzate dal neosegretario del PD sono quindi solo utili a incalzare il governo e il parlamento ma non a favorire il passaggio a una nuova e diversa fase della vita repubblicana.  Il primo esame delle proposte avanzate con il famoso job act non elimina la sensazione di parzialità e improvvisazione. Non che non pongano problemi seri ma sono prive di visione, organicità e fattibilità. Tra di esse ne sono citabili due: L’abolizione dell’obbligo per le aziende di pagare l’iscrizione alle Camere di Commercio e la trasformazione del contratto di lavoro dei dirigenti pubblici in contratto a tempo determinato. Entrambe condivisibili, ammiccano al mondo imprenditoriale, prefigurano un mercato delle competenze e una diversa gestione degli apparati burocratici pubblici. Ammiccano, appunto. Senza il contributo delle aziende le Camere di Commercio non avranno le risorse per tenere aperti i battenti. Il primo Renzi parlava di abolizione o di profonda trasformazione delle Camere. Quello di oggi propone una misura estemporanea. Poi, per quando varrà o potrà valere il nuovo status giuridico previsto per i dirigenti pubblici? Se è solo un elemento di prospettiva, non avrà effetti che in un futuro più o meno breve. Non pensa Renzi che sarebbe più opportuno rivedere da subito sia i livelli stipendiali sia le modalità di valutazione del lavoro svolto, magari, come avviene in qualsiasi azienda, intavolando una anche rude trattativa con i sindacati di categoria? I conti pubblici e l’efficacia della p.a. potrebbero averne un beneficio immediato. Così come sarebbe essenziale affrontare di petto il tema del mercato protetto dei servizi pubblici e dei monopoli, quello del diverso impiego degli incentivi alle imprese, della spending review, della struttura contorta della fiscalità italiana. Osare di più come hanno scritto giustamente Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera. Il lavoro da fare per Cambiare l’Italia è immenso e non potrà farsi senza conflitti e giocando di contropiede rispetto al governo e alle forze politiche. Con lo stillicidio delle proposte parziali Renzi potrà solo incalzare e mettere in difficoltà Letta e il governo delle piccole intese, non garantire un futuro al paese. E allora, perché il cambiamento non sia solo ammuina Renzi, se ci riesce, tracci un progetto chiaro di azioni precise e organiche, chieda di governare da subito e metta con le spalle al muro i partiti e il Parlamento, i sindacati e le associazioni di categoria. Un anno d’inerzia o di piccole azioni potrebbe essere troppo lungo per il paese.

Pubblicato in : Primo piano

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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