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Calenda: dare sostanza a un’area riformista liberale e socialdemocratica

In una intervista all’ Avanti il leader di Azione rilancia il progetto liberal socialista. Già al lavoro un gruppo di venti personalità coordinato da Carlo Cottarelli per dare “coerenza programmatica ad uno sbocco politico”. Pubblichiamo l’intervista che è stata realizzata da Stefano Carluccio.

di Stefano Carluccio | 22 Marzo 2021

“Il Governo Draghi è una soluzione repubblicana giusta, capace di dare una soluzione ad una legislatura altrimenti destinata al trasformismo. Gli incroci tra i partiti erano del tutto impossibili. Adesso la sfida è che la politica recepisca questo orientamento, altrimenti sarebbe strano ma plausibile, il rischio che possa accedere che dopo, se Draghi andasse al Quirinale, noi ricominciamo con ognuno che dice quel che gli pare: Salvini dice una cosa, il Pd si allea coi 5 stelle, ecc. E il balletto ricomincia”.
 
Così Carlo Calenda in un’intervista che uscirà sul prossimo numero dell’Avanti! questo mese.

 “La cosa molto importante è che un’area riformista, liberale, socialdemocratica e popolare si dia una sostanza. Noi abbiamo iniziato da poco un lavoro da un punto di vista programmatico anche col supporto di Carlo Cottarelli assieme a una ventina di personalità per dare una coerenza programmatica ad uno sbocco politico: è un percorso inevitabile”.
 
Ricordo il tuo articolo sul primo numero dell’Avanti del 1° maggio dello scorso anno: “Liberalismo sociale e democrazia progressista”. Ma il liberal socialismo si fa almeno in due.
 
Certo, io vedo una partecipazione dell’Avanti! e di Claudio Martelli ad un percorso che deve essere aperto a una prospettiva che si riconosce nelle due componenti, in un quadro repubblicano e in quella originaria che è del Partito d’Azione. “Azione” si chiama così proprio in questa visione. E’ un percorso in qualche modo inverso a quello che è stato il Partito d’azione storico: c’è stato allora un nucleo che poi si è diviso tra repubblicani, socialisti e liberali, che invece ora è bene che ritornino insieme partendo da fratture che si sono nel tempo sedimentate.
 
Niente più sarà come prima, dicono tutti. In che senso: “uscire dalla crisi con una nuova visione “ o serve “una nuova visione per uscire dalla crisi”? Nel primo caso sembra propaganda, nel secondo sembra più programmatico, ecco il senso della domanda.
 
Noi abbiamo un tema fondamentale, il fatto che l’Italia si sia allontanata dai Paesi di testa dell’Europa su tutti gli indicatori, non solo economici, ma soprattutto sugli indicatori sociali, come la qualità dell’educazione, la condizione delle donne, l’ambiente, ecc. Allora, il tema di un partito riformista liberalsocialista è quello di riagganciare non solo l’economia, ma anche l’intera società all’evoluzione dei grandi Paesi europei. E questo credo sia un obiettivo che presuppone una visione di medio periodo. Non si realizza in due anni e certamente non nei mesi di durata del governo Draghi. Questa capacità oggi non c’è. Per parte nostra abbiamo steso un documento approfonditissimo sul Recovery, che sul piano sociale presuppone uno spostamento del carico fiscale e di spesa pubblica di 35 miliardi, molto significativo, per dare un riequilibrio alle tre fasce deboli, donne giovani e bambini, le più danneggiate nella crisi.  il Governo ha recepito l’interlocuzione e credo apprezzata. Tuttavia mi sembra che il dibattito politico su questi temi non ci sia. Siamo ancora al “che fa il Pd” o “Forza Italia dove va”. Non esiste un dibattito di natura programmatica.
 
Sempre nel tuo articolo sull’Avanti! scrivevi di “rilancio del servizio sanitario nazionale, istruzione e cultura come missione, valorizzazione dei corpi intermedi, di istituzioni forti e rilancio di una identità repubblicana” contro la politica meramente assistenziale.
 
 
Ma certo! Qual è la differenza tra un “liberista” e un liberalsocialista”? Il liberista pensa che  il mercato traina tutto, migliora la società – pensa –   e dunque migliora tutti. Un liberalsocialista ha imparato invece in questi anni di globalizzazione che fenomeni così veloci come il mercato e il progresso non riescono a portare dietro di sé tutta la società. E pezzi molto rilevanti della società perdono.  E questa cosa è intollerabile. Si recupera immaginando reti di protezione. Ma le reti di protezione non sono il reddito di cittadinanza. Le reti di protezione sono quelle che consentono alle persone di trovare una propria strada, innanzitutto culturale, nel progresso. Questo credo sia il pensiero liberal socialista. Viceversa oggi è molto chiaro che le forze politiche hanno un pensiero di natura conservatrice, cioè pensano che compito dello Stato sia “ingessare” la società in modo da costruire reti che apparentemente proteggono, attraverso la dazione di tutti questi soldi che stanno arrivando, ma che in realtà non producono, così impiegati, un effetto duraturo e di riaggancio ai grandi Paesi europei. Questa è la differenza del pensiero liberalsocialista. Farlo comprendere al grande pubblico non è una cosa semplice. Perciò serve una squadra molto ampia che comprende anche voi socialisti, l’Avanti!
 
Tra i principali pensatori liberalsocialisti, Francesco Forte, ci ha sollecitato ad inserire nelle nostre pubblicazioni Luigi Einaudi, che come sai dirigeva i giovani universitari socialisti dell’Università di Torino e che ha scritto per oltre 10 anni sulla Critica Sociale, dal 1903 al 1913.
 
E’ verissimo, condivido! Ho usato una frase di Einaudi che secondo me è l’essenza del liberalismo come anch’io lo concepisco, del liberalismo fondato sul “dubbio”. Che è poi la differenza tra il  liberalismo come filosofia di pensiero e il  liberismo come filosofia economica, il quale ha assunto negli ultimi trent’anni una dimensione dominante. Diceva Einaudi: “Una soluzione economica non si impone mai in quanto “liberistica” (come lui chiamava il liberismo), ma in quanto giusta. E in ogni momento della storia ci può essere la necessità di una soluzione più liberistica o una soluzione più socialista”, addirittura. Quindi Einaudi è un pensatore liberalsocialista. Oggi noi  radicalizziamo dei pensieri. Ma tutto il mondo che è nato attorno al Partito d’azione ha una chiarissima impronta liberalsocialista, non sono mai stati liberisti puri. Hanno partecipato alla costruzione dello stato sociale europeo che fino agli anni ’70 ha retto. Poi a un certo punto è “degenerato” per molti versi e in molti Paesi. Ma hanno costruito l’era d’oro dell’Europa e dell’Occidente.
 
Il liberismo sta al liberalismo, come il comunismo al socialismo, e dunque pare esserci più affinità tra Lib e Lab.
 
Questo come sai è un dibattito molto importante tra Croce ed Einaudi. C’è una corrispondenza importante. E’ chiaro che per un liberale l’iniziativa privata non può non esserci. Un liberale non può pensare alla costruzione di un mondo senza le libertà economiche, perché esse sono una manifestazione della libertà dell’uomo. Cosa un liberale dovrebbe rifiutare? Un liberismo ideologico, quello che dice “lo Stato è il male, l’iniziativa privata è il bene. Meno Stato c’è e meglio stiamo tutti. Progresso tecnologico-scientifico e globalizzazione internazionale risolvono da soli tutte le contraddizioni. E la politica meno fa e meglio è”. Questo in poche parole è il “liberismo ideologico”. E’ un pensiero che nasce sostanzialmente negli Stati Uniti, diventa quello che viene chiamato “ Washington consensus”, poi prende piede ed esplode dopo la vittoria sul comunismo. Ma è anche dal suo fallimento che noi oggi vediamo nascere “sovranismo” e “populismo”. Quando  l’occidente vince una sfida epocale contro il comunismo e alla fine ha un’egemonia culturale, economica, politica che non produce un avanzamento della classe media , ma produce l’avanzamento solo di un pezzo e, soprattutto,  costruisce nel modo in cui è stato fatto, la nascita di un’egemonia opposta come quella cinese (perché questo è quanto è successo), allora è chiaro che siamo davanti ad un fenomeno che va ripensato: non come soppressione e freno del commercio, del mercato e della tecnologia, ma sul come gestire le fratture sociali che così sono state create.
 
Sul futuro che ci attende: ricostruzione più che ripresa. Comporterà a tuo parere la necessaria capacità, come qualcuno prevede, di gestire un mix di selezione tra settori italiani più forti nella competizione internazionale, quelli che possono trascinare per primi la crescita con un immediato sostegno finanziario (fondi europei, privati, ecc.) e contemporaneamente saper tutelare i settori meno forti nella competizione, che adesso ancora non ce la fanno? Lasciamo perdere quelli assistiti in eterno senza utilità sociale, ovviamente. Come nel dopoguerra.
 
Abbiamo due momenti: il momento della straordinarietà che prima o poi si concluderà; e il momento della ricostruzione. Come dice Draghi, nella ricostruzione una selezione andrà fatta. Bisognerà capire che non si può tenere tutto il Paese fermo e tutto garantito, tutto protetto e tutto ingessato. Perché sappiamo, tra l’altro, che questo approccio crea gigantesche disuguaglianze, per esempio danneggia tantissimo giovani, donne e bambini. E preclude il futuro. Quindi si dovrà fare una scelta di modello di sviluppo. Non un modello di sviluppo “americano” nel senso che lo Stato si ritira dappertutto perché è inefficiente.  Serve per un modello non americano di sviluppo, ricostruire quindi una burocrazia funzionante e uno Stato capace di gestire non solo una calamità, ma anche l’ordinarietà. Serve uno Stato forte. Ma uno Stato forte non è uno Stato pervasivo. E’ uno Stato che decide dove lo deve essere e lo è fino in fondo. 
 
C’è uno studio che abbiamo segnalato sul giornale della professoressa Polverari (suggerito da Sabino Cassese in polemica col governo Conte) che indica la Capacità di Amministrare, come una specifica disciplina delle politiche pubbliche
 
E’ al fondamento di tutto il mio pensiero. Non puoi pensare che la politica siano solo le idee, (ammesso che questa classe politica abbia qualche idea, io trovo solamente ignoranti) e che l’azione implementativa delle idee non spetti alla politica. Questa visione sbagliata a noi deriva da un retaggio in cui la politica è essenzialmente uno scontro ideologico; fa sì che di conseguenza lo Stato non è più in grado di funzionare. E se lo Stato non è più in grado di funzionare, a sua volta non esiste nemmeno la politica, perché la politica è “arte di governo della polis”, etimologicamente. Purtroppo questo non è recepito dall’opinione pubblica: una capacità politica che è agganciata dalla capacità amministrativa. Purtroppo l’opinione pubblica non comprende questo fondamento.  Se la tua idea o slogan non prende un’articolazione capace di far accadere quello che serve (perché non hai l’esperienza, non ne hai la vocazione, e questa è praticamente tutta la leadership politica italiana) allora questa non è politica, è “il grande fratello”
 
Metteresti dunque, con l’emergenza sanitaria e quella economica anche l’emergenza istituzionale? La manutenzione, la ristrutturazione delle istituzioni politiche? Ad esempio, come proposto dall’Avanti!,  una sola ed unica Assemblea parlamentare Nazionale. Da costruire con un percorso. Diciamo che ha tirato “una palla lunga” per iniziare correre…
 
Si. Sono favorevolissimo. Sono per il monocameralismo, il bicameralismo è superato. E sono inoltre per collegarla con un federalismo di tipo “asimmetrico”, ovvero laddove il federalismo non funziona nei livelli dei servizi pubblici ai cittadini, lì lo Stato deve intervenire e sostituirsi anche per periodi lunghi: quindi monocameralismo e federalismo con uno Stato rappresentativo e in grado di garantire la capacità di erogare servizi adeguati ai cittadini.
 
Un’ultima domanda che si intreccia con il modello di economia sociale: la contrattazione sindacale come possibilità non solo di redistribuzione di ricchezza ma anche come momento di partecipazione alla formazione della ricchezza. Dunque contrattazione aziendale e rappresentanza nella previdenza.
 
Sono molto favorevole e dirò di più: ho fatto un primo esperimento su una crisi aziendale al COA con una percentuale data ai lavoratori, quindi una rappresentanza dei lavoratori nei consigli di sorveglianza e nei consigli d’amministrazione. Sono decisamente favorevole a questa soluzione. Ovviamente ci vuole una maturità del sindacato che non sempre si ravvisa”.

Stefano Carluccio    (Avanti)

Pubblicato in : #Pensalibero24, SituazioneTag: 5 stelle, anni, classe politica, comunismo, crisi, critica sociale, democrazia, draghi, fallimento, federalismo, freno, futuro, giovani, globalizzazione, governo, italia, lavoro, leadership, legislatura, Liberali, luigi einaudi, manifestazione, mercato, mondo, nato

Info Stefano Carluccio

Direttore di Critica Sociale

Interazioni del lettore

Commenti

  1. giuseppe donato

    21 Marzo 2021 alle 18:18

    condivido

    Rispondi

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