
Festeggeremo comunque. È una marcia allegra verso la fine della vita su questa terra: cenoni obbligatori, panini notturni, fuochi d’artificio illegali e brindisi seriali con vino mediocre, però nel bicchiere buono. Non importa come. Non importa perché. Festeggeremo perché è questo che si fa. È scritto da qualche parte, in piccolo, sotto la voce “buon costume”. C’è chi spera in un anno migliore. Ma migliore per chi? Oggi nel mondo guerre, conflitti, rivoluzioni e scontri per il potere sono 56. Cinquantasei Paesi in cui metà della popolazione rende felici i produttori di armi e l’altra metà serve da statistica. Sperano tutti. I primi perché la pace non fattura. I secondi perché i droni diventino rondini – che però non tornano mai. Noi nel frattempo postiamo cuori, bandiere e indignazione a tempo determinato. Si spera nell’anno che verrà senza capire che era meglio quello prima, quando avevi un anno in meno e meno acciacchi da chiamare esperienza. I sessantenni brindano all’uscita dalla terza giovinezza e all’ingresso nella vecchiaia travestita da maturità. Auguri ripetuti come un esorcismo con la convinzione di chi sa che non servirà. Le donne mostrano corpi ritoccati che galleggiano su stanchezze evidenti, pelle svuotata e una cellulite ormai patrimonio edilizio. Gli uomini si affidano alla pillola blu e a una ginnastica penosa che non diverte nessuno e mette ansia a tutti. Cercano parole dolci mentre la compagna tiene il telefono acceso, pronta a chiamare il 118 nel caso l’illusione duri troppo. L’amore ai tempi dell’algoritmo: dura finché c’è campo. Festeggiamo la giovinezza che se ne va. Qualcuno la chiama saggezza. Siamo così saggi che cantiamo con i mortaretti in mano e brindiamo a una vita che a ogni passo perde un pezzo: un dente, dieci capelli, un organo, una funzione, un’illusione. Ma brindiamo lo stesso, promettendo di iscriverci in palestra dal due gennaio, data universalmente riconosciuta come giorno della rinuncia. Per gli ottantenni resta la consolazione finale: “torna tutto, in un’altra vita”. Intanto questa la stiamo consumando male. Ignoriamo l’anno che se ne va come si ignorano le rughe nuove che il filler non riesce più a negare. Cambiamo calendario, non abitudini. E se l’anno prossimo finissero tutte le guerre potremmo festeggiare. In teoria. In pratica ne inizierà un’altra: Cina, Taiwan, Giappone. E poi il Sudan, dove si muore a migliaia senza diretta televisiva. Anche lì festeggiano l’anno nuovo, se sopravvivono. Noi contiamo i like convinti che equivalgano a partecipazione.
Dipende sempre da che parte stai. In fondo è tutto lì. Allo scoccare della mezzanotte stapperemo di nuovo mentre il mondo scricchiola. Con entusiasmo. Con incoscienza. Con ottima salute apparente e illusi che le cose possano cambiare.
Angelo Santoro

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