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Britannia First – America First

Donald Trump, con il suo America First, assomiglia molto di più a Margaret Thatcher che a Ronald Reagan.

di Alberto Pasolini Zanelli | 30 Gennaio 2017

Le novità non mancheranno certo nelle primissime settimane della presidenza Trump. Nei fatti, nelle idee, nei proclami, nelle reazioni, anche isteriche, delle opposizioni. Ma negli ultimi giorni – si potrebbe dire ore – la rivoluzione di Donald (o meglio controrivoluzione) ha cominciato ad investire terreni imprevisti e forse imprevedibili, a lanciare o predicare innovazioni radicali, ma anche a estrarre dai memoriali e dai libri di Storia problemi, progetti, parole e perfino nomi che parevano destinati a contrassegnare pagine del passato. Vecchi protagonisti rinnovati da un’imprevista attualità, nuovi programmi ma su vecchie formule e perfino slogan di mezzo secolo o addirittura di un secolo fa. Quello delle ultime ore non è stato ancora lanciato ufficialmente, ma il suo ritorno pare imporsi. È un aggettivo: angloamericano. La formula di un’alleanza potente e vittoriosa nella seconda guerra mondiale ma già collaudata con successo nella prima. Angloamericano era la somma e la fusione fra l’ultimo dei vecchi imperi e il primo dei nuovi.

Non poteva durare e non durò perché era la formula di un trasferimento di potere, non di una fusione o addirittura di una somma. C’era troppo divario di potenza fra Londra e Washington. Qualcuno nella vecchia Britannia cominciò a rimpiangere quegli equilibri o i loro resti. Il tentativo più recente ma senza successo fu compiuto e firmato da un premier di nome Tony Blair, che pensava di avere trovato nell’avventura militare in Irak la formula per rinvigorire la partnership nella vittoria in due guerre mondiali. Non funzionò. Anzi fu un disastro. Sembrò dimenticata perfino la nostalgia. Rinasce oggi prima nei fatti che nelle parole, come risultato della coincidenza di due eventi politici indipendenti ma improvvisamente attualissimi e collegati: un referendum in Gran Bretagna, un’elezione presidenziale negli Stati Uniti. Vittima del primo fu il premier Cameron, reo di avere indetto una consultazione popolare di cui non c’era bisogno, almeno non in quel momento e che fu il suo suicidio politico. Il secondo quasi altrettanto imprevisto, fu la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump. Eventi non direttamente collegabili, ma di cui si stanno sommando le conseguenze e indicando vie d’uscita che parevano dimenticate.

Di Trump ci ricordiamo tutti anche troppo, della sua intransigenza americocentrica, della acredine dell’opposizione, di uno stile di governo totalmente inatteso. Ben poco il vincitore parlò dell’Europa nell’esprimere le sue promesse. I nomi chiave furono e tuttora sono America, Messico, Russia, Cina. E invece il primo leader straniero ad arrivare a Washington è stata, in queste ore, la premier britannica, Teresa May, erede senza rivali di un potere sgretolato, interpretata dai più come soluzione temporanea ma che si è conquistata in poche settimane una certa inevitabilità. Un altro premier di Londra al suo posto avrebbe probabilmente cercato di fungere da mediatore. Lei ha subito scelto di obbedire alla volontà popolare e di cambiare rotta, sacrificando l’opzione europea e rilanciando una Britannia First parallela allo slogan America First riesumato da Trump a Washington. Due voti che però promettono soluzioni alternative. L’Inghilterra si è esclusa dall’Europa e ha perduto quello che poteva sembrare un ruolo guida ma che era in realtà soprattutto un freno all’esterno del vero potere europeo che continua a chiamarsi Angela Merkel. Londra imbarazzata e forse indebolita vede però aprirsi una strada alternativa, da ripescare negli scaffali di una nostalgia: un ritorno a un tandem di potere mondiale, angloamericano, che può in parte sostituire l’Europa indebolita e aiutare l’America isolata. Una nuova, o rinnovata, costellazione mondiale, più concreta, meno sognante, più modesta come obiettivo ma giunta forse al momento opportuno, come indicato da un calendario imprevisto negli inviti. Il primo partner di Trump non è la Russia, né la Cina, né l’Europa ma l’alleato di altri tempi: la vecchia Inghilterra. Che mostrerà presto i propri limiti ma che intanto offre all’improvvisato e imprevedibile presidente Usa un partner o perlomeno un appoggio in un momento di isolamento e di carenza anche nei nomi. Che può ricordare gli anni della luna di miele fra due leader conservatori: Reagan a Washington, la Thatcher a Londra. Con una differenza in più: che Donald Trump, con il suo America First, assomiglia molto di più a Margaret Thatcher che a Ronald Reagan.

 

Alberto Pasolini Zanelli     (letter from Washington)

Pubblicato in : Primo pianoTag: angela merkel, anni, casa bianca, cina, consultazione, freno, governo, gran bretagna, guerra mondiale, merkel, radicali, referendum, seconda guerra mondiale, slogan, soluzione, stati uniti, thatcher, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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