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Bregman, il male radicale e i cecchini di Sarajevo

A pochi giorni di distanza dall’aggressione della Russia all’Ucraina, su “Volere la luna” compariva un breve articolo di Valentina Pazé dal titolo “La guerra e i soldati che non sparano”. L’autrice si appoggiava a un libro uscito in italiano nel 2019 – Una nuova storia (non cinica) dell’umanità, di Rutger Bregman – che nel quarto capitolo, intitolato Il colonnello Marshall e i soldati che non sparavano, pretende di dimostrare che gli esseri umani avrebbero una riluttanza innata a uccidere e a infliggere sofferenza. Per sostenere questa tesi – osserva Pazé – Bregman «presenta diversi esempi di soldati che, in varie epoche e su diversi fronti di guerra, non si sono impegnati quanto avrebbero dovuto nel colpire, trafiggere, scannare, squartare, massacrare altre persone», nonostante le pressioni e le furibonde minacce dei superiori.

di Critica Liberale | 9 Luglio 2026

di Ermanno Vitale*

A pochi giorni di distanza dall’aggressione della Russia all’Ucraina, su “Volere la luna” compariva un breve articolo di Valentina Pazé dal titolo “La guerra e i soldati che non sparano”.  L’autrice si appoggiava a un libro uscito in italiano nel 2019 – Una nuova storia (non cinica) dell’umanità, di Rutger Bregman – che nel quarto capitolo, intitolato Il colonnello Marshall e i soldati che non sparavano, pretende di dimostrare che gli esseri umani avrebbero una riluttanza innata a uccidere e a infliggere sofferenza. Per sostenere questa tesi – osserva Pazé – Bregman «presenta diversi esempi di soldati che, in varie epoche e su diversi fronti di guerra, non si sono impegnati quanto avrebbero dovuto nel colpire, trafiggere, scannare, squartare, massacrare altre persone», nonostante le pressioni e le furibonde minacce dei superiori. Si potrebbe osservare, di passaggio, che, sulla base di questo racconto, occorre dedurre che gli ufficiali non appartengono al genere umano. Diversamente, la tesi cessa subito di stare in piedi.

Invece, pur con qualche cautela, Pazé pare condividere di buon grado la tesi di Bregman: «Chissà se la tesi dell’innata riluttanza a uccidere, che l’autore sostiene basandosi anche su una ingente mole di studi di psicologia, paleontologia, antropologia, è fondata. Tendo a pensare che lo sia».

Nessuno nega che nell’animo umano convivano inclinazioni opposte o comunque diverse, che si esprimono in atti di ferocia estrema e gratuita così come di solidarietà e di compassione genuine, ma affermare che sia la norma e non l’eccezione la riluttanza innata a uccidere ed infliggere sofferenza significa rendere residuale il male radicale e di conseguenza rendere incomprensibile perché la Storia sia sempre stata e continui a essere, come diceva Hegel, paragonabile al bancone del macellaio.

A Brescia nel 1994 Bobbio, in occasione della commemorazione della strage di piazza della Loggia, affermò perentoriamente: «Il male, sotto forma di violenza, assume diversi aspetti, ha diverse gradazioni: la situazione limite del male è il male radicale, ovvero il male per il male su cui ha scritto pagine indimenticabili Primo Levi nell’ultimo suo libro, I sommersi e i salvati. Il male compiuto con nessun altro scopo che quello di fare il male. Testualmente: “La violenza fine a se stessa, volta unicamente alla creazione del dolore; talora tesa a uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuori di proporzione rispetto allo scopo medesimo”».

Dunque, il Lager e le stragi di persone assolutamente innocenti e sconosciute a mandanti ed esecutori, o comunque l’infliggere morte e sofferenze in forme del tutto sproporzionate allo scopo, per solito abietto, di cui morte e sofferenze dovrebbero essere i mezzi. Basterebbero queste banali osservazioni per chiedere a Bregman, un po’ per celia un po’ per non morire, se la sua tesi sulla ripugnanza innata a uccidere non sia un esempio di abuso della credulità popolare, reato (oggi in Italia depenalizzato e trasformato in illecito amministrativo) derivante da una condotta appunto illecita che consiste nell’ingannare o sfruttare pubblicamente la buona fede e l’ingenuità altrui (spesso legate a ignoranza, superstizione o scarsa informazione).

Ma purtroppo nell’animo umano c’è ancora di peggio, c’è il puro piacere di infliggere sofferenza e morte, senza nessun altro scopo che questo piacere medesimo, questa adrenalina. Quando questo piacere si soddisfa attraverso l’esercizio della caccia di altri esseri viventi, tutto questo fa poca impressione. La cosiddetta “arte venatoria” è ammessa e timidamente regolata dalla legge, e oggi i cacciatori in Italia sono circa seicentomila. I referendum per l’abolizione della caccia sbattono contro il muro generalizzato dell’indifferenza.

Invece, che il puro piacere di uccidere ci appartenga ci inquieta un attimo quando le vittime sono conspecifici. È ciò che sembra emergere dalle indagini intorno ai “safari umani” organizzati per i “cecchini del weekend” nella Sarajevo sotto assedio tra il 1992 e il 1996. In tutta la ricca Europa esseri umani facoltosi – si direbbe senza alcuna ripugnanza a uccidere – venivano contattati per recarsi nel fine settimana a Sarajevo e sparare dalle alture che la circondano su persone inermi. Ovviamente a pagamento: i bambini, le prede più ambite e quindi le più costose.

Faccio notare che, nel caso queste notizie fossero confermate, la questione non sarebbe riconducibile a quattro psicopatici: c’era un’organizzazione minuziosa, e c’erano quelli che facevano finta di nulla, che vedevano e non parlavano. Ne parla un libro di Ezio Gavazzeni appena uscito e intitolato appunto I cecchini del weekend, cui rimando per i macabri dettagli. Tutti questi esseri umani traevano direttamente o indirettamente vantaggio da queste uccisioni per sport – è o non è la caccia uno sport? – ed evidentemente non ne erano più di tanto turbati.

Potrei andare avanti con gli esempi. Ma concludo con una domanda, forse tanto banale quanto il male radicale che ci assedia: possiamo pensare di costruire un mondo più decente rifiutandoci di guardare in faccia la Gorgone, dunque preferendo confortarci con queste sciocchezze circa la ripugnanza innata dell’essere umano a infliggere dolore e a uccidere? O imboccando questa via non diventiamo – del tutto involontariamente, per carità! – cattivi maestri?

Ermanno Vitale

*Fondazione Critica Liberale

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Critica Liberale

Critica liberale è da più di cinquant’anni la voce del liberalismo progressista in Italia. Nata negli anni ’60 come agenzia stampa della sinistra interna al Partito Liberale Italiano di quel tempo, la testata è dal 1974 quella di una rivista liberale del tutto indipendente da ogni forza politica italiana; dal 1994 Critica liberale è anche una fondazione che, assieme alla rivista, cerca di dare espressione e continuità a una tradizione politica e di pensiero che ha le sue radici nel liberalismo europeo, nella tradizione laica e illuminista, nell’impegno per i diritti civili e per l’integrazione federale dell’Europa democratica. È fra le organizzazioni che hanno dato vita al Forum Liberale Europeo, network di fondazioni e centri studi liberali che fanno riferimento all’Eldr (l’organizzazione che raggruppa tutti i liberali europei).

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