
Fateci caso: “bipolarismo”è una parola italiana (come “mafia”, “farniente” o “omertà”) intraducibile in qualsiasi altra lingua, di più, a differenza delle consorelle che abbiamo citato, del tutto assente nel linguaggio di qualsiasi altro Paese del mondo civile.
Che cosa significa tutto ciò? Forse abbiamo a che fare con un sistema politico che esiste soltanto in Italia? Con un’invenzione talmente originale, ardita e positivamente sconvolgente da dovere essere tutelata e difesa contro le minacce e le manovre occulte tendenti a rimetterla in discussione così da togliere al nostro Paese un beneficio che tutto il mondo ci invidia? E’ vero esattamente il contrario.
In sintesi, se gli altri paesi non conoscono la parola o comunque non la usano come clava o come discriminante nel loro dibattito politico, è perché praticano tranquillamente la cosa. Perché, insomma (a parte alcuni casi eccezionali, dovuti a cause e a retaggi storici particolari), l’ordinamento del loro sistema partitico-elettorale è, “naturaliter”, bipolare. Fondandosi, appunto naturalmente, sulla competizione tra due grandi partiti, con il relativo consolidato sistema di alleanze, per la conquista di una determinata maggioranza di governo. In un contesto i cui termini, checché ne dicano i tromboni del nuovismo referendario, sono perfettamente chiari agli elettori.
Si aggiunga, e l’aggiunta è importante, che questo bipolarismo tranquillo e consolidato, non ha bisogno, per continuare a esistere, di sistemi elettorali maggioritari tanto più se di tipo uninominale.
E’ vero: la Gran Bretagna dell’uninominale a turno unico, ha avuto, dal 1945 ad oggi, 13 “premier” diversi (all’incirca uno ogni 5 anni) contro i 24 dell’Italia, ma, attenzione, la Germania, culla del proporzionale (con sbarramento) ne ha avuti appena 8 (all’incirca uno ogni 8 anni), più o meno come la Spagna, anch’essa proporzionalista (ma con collegi piccoli), con 4 (uno ogni nove anni!).
I dati sono inoppugnabili, dimostrano, cioè, senza ombra di dubbio, che il sistema proporzionale è perfettamente in grado di assicurare, oltre alla rappresentanza adeguata delle varie sensibilità politiche, anche la stabilità delle maggioranze e dei governi.
A questo punto, però, non sperate di smuovere le granitiche convinzioni dei nuovisti di ogni risma. Tutt’al più potrete riuscire ad indurli a svelare il fondo del loro pensiero. E cioè la convinzione che il maggioritario, in Italia, non possa essere visto come una soluzione razionale al problema della governabilità e della rappresentanza, ma debba piuttosto essere considerato una sorta di panacea universale per guarirci definitivamente dai mali e dai vizi della mai abbastanza deprecata prima repubblica.
Siamo, tanto per capirci, nella logica del salasso, rimedio universale nei secoli passati, per malattie di cui magari non si conosceva né la natura né la cura. Insomma, il malato soffriva quasi sempre di “eccesso di umori”, e allora questi andavano eliminati, spesso lo stesso malato non sopravviveva alla cura, ma il principio rimaneva salvo.
La stessa convinzione animava gli avversari della prima repubblica, tuttora vigili e attivi oggi. Questa era, ai loro occhi, malata di eccesso: troppi partiti, troppa politica, troppi voti (compreso quello di preferenza, il più demonizzato di tutti), troppi parlamentari, troppe province, troppi, troppi… Siamo nella logica della decimazione continua. Davanti ad un’ondata che nulla sembra poter fermare e che, eliminando il bambino assieme all’acqua sporca, rischia di avere conseguenze incalcolabili.
Noi non abbiamo, a differenza di altri, il potere di porre termine a questo andazzo. Possiamo e dobbiamo però denunciarne la natura. Fare presente che obbiettivo vero dei referendari, e di chi “guida da dietro”, non è il bipolarismo che c’è dappertutto, ma il bipartitismo che non c’è da nessuna parte e verso il quale non si manifesta alcuna tendenza. Un bipartitismo che, nella versione italiana, sarebbe il confrontarsi di due schieramenti “liquidi” (anzi gassosi) fino all’inconsistenza intorno a due leader occasionalmente carismatici. Un incubo per ora, ma gli incubi fanno, comunque, male.
Dimenticavamo: oggi, cavallo di battaglia dei nuovisti (per la verità, più o meno incanutiti) è diventato “la lotta contro un Parlamento di nominati”. Scordandosi, però, di aggiungere che, nell’ipotesi di riesumazione del “mattarellum” il conclamato diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti sarebbe ancor più conculcato.
In estrema sintesi: oggi non eleggiamo il nostro rappresentante, ma almeno possiamo scegliere il partito più vicino alla nostra sensibilità e, perché no, ai nostri interessi. Con il ritorno della legge del 1993 saremmo, invece, obbligati a votare per il “minor male”, insomma per uno dei rappresentanti dei due grandi schieramenti in lizza, e questo rappresentante non sarebbe indicato da noi ma, nei corridoi di qualche palazzo, tra i fiduciari dei molti partiti presenti nella coalizione.
Naturalmente, non è affatto detto che questo incubo si realizzi. Se non altro perché i suoi stessi artefici contraddicono allegramente sé stessi quando dichiarano di puntare su ipotesi di unità nazionale che con il bipolarismo in generale e con il “mattarellum” in particolare non hanno nulla a che fare. Ma la vigilanza e l’onestà intellettuale che l’accompagna devono rimanere all’ordine del giorno. Perché essere imbrogliati è sempre un rischio, altra cosa è subire la cosa in silenzio.

Caro Benzoni, era proprio su questo che mi interessava avere la tua opinione al riguardo, fammi sapere…complimenti per la argomentazione razionale