
Mentre proseguono i combattimenti nella Striscia di Gaza, dove l’esercito di Israele è penetrato ormai alle porte di Gaza City, continuano anche gli sforzi della diplomazia americana in Medio Oriente. L’obiettivo di Washington, chiarito in più occasioni dal presidente Joe Biden, è quello di garantire il diritto di Israele alla difesa, ma al contempo ridurre il peso dell’escalation a Gaza in termini di vite umane e costi umanitari. Per queste ragioni, è in corso in queste ore un’attività frenetica da parte degli apparati USA: Dipartimento di Stato e CIA spingono per favorire una pausa umanitaria nella Striscia, dalle tempistiche definite, ma non un vero e proprio cessate il fuoco, che per Washington consentirebbe a Hamas di riorganizzarsi. In questi sforzi si inseriscono le visite, in Israele e altri paesi della regione, da parte del segretario di Stato americano Antony Blinken e del direttore dell’CIA William J. Burns. La linea di Biden sulla crisi è stata finora molto netta, incentrata sulla necessità di evitare un allargamento del conflitto. La posta in palio, dal punto di vista di Biden, non riguarda solo la stabilità di una regione strategica come il Medio Oriente, ma anche il destino politico ed elettorale e la futura corsa alla Casa Bianca. Dagli ultimi sondaggi, infatti, emergono segnali poco incoraggianti per quella che nel 2024 dovrebbe essere una riedizione del duello Biden-Trump, soprattutto per quello che riguarda le comunità di origine araba negli USA.

Nulla di fatto per Blinken?
Nel suo secondo tour diplomatico in Medio Oriente, Blinken è tornato in Israele per incontrare il premier Benjamin Netanyahu. Il leader israeliano ha chiarito al capo della diplomazia di Washington di non considerare l’ipotesi di pause umanitarie, se non nel caso in cui gli ostaggi catturati da Hamas vengano rilasciati. Blinken ha incontrato anche Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP). Nel bilaterale a Ramallah, in Cisgiordania, il segretario di Stato ha assicurato che l’amministrazione Biden sta intensificando gli sforzi per alleviare la situazione dei civili di Gaza, insistendo sul fatto che i palestinesi debbano “avere voce in capitolo in qualunque cosa accada nel territorio (la Striscia, ndr) dopo il conflitto”. Blinken è poi volato a Baghdad per colloqui con il primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, proprio mentre si moltiplicano gli attacchi delle forze filoiraniane – per ora circoscritti – contro basi che ospitano personale USA in Iraq e Siria. Incontri anche con re Abdallah II di Giordania, paese che manifesta sempre più insoddisfazione per l’andamento del conflitto. Blinken è giunto poi in Turchia, ultima tappa nella regione prima di dirigersi in Asia orientale, dove ha incontrato l’omologo Hakan Fidan.
Ci prova Burns?
L’attivismo statunitense di questi giorni, a un mese quasi esatto dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, non si esprime solo in ambito diplomatico. Sul fronte militare, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato domenica che un sottomarino di classe Ohio stava entrando nella sua area di responsabilità, verosimilmente nel Canale di Suez. È l’ennesimo elemento del dispositivo di deterrenza USA, volto a dissuadere l’Iran e gli attori regionali filo-Teheran – Hezbollah in primis – dal favorire un ampliamento del conflitto. A muoversi, inoltre, c’è anche il fronte dell’intelligence. Secondo quanto riferisce il sito statunitense Axios, il capo della Cia, Bill Burns, visiterà Israele e altri paesi della regione questa settimana per colloqui sulla guerra. In agenda, incontri con il premier Netanyahu e con il ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che con il capo del Mossad David Barnea. Si prevede, inoltre, che Burns visiterà anche il Qatar, che svolge un ruolo chiave nei colloqui sul rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, e l’Egitto, attore decisivo nel dossier sugli aiuti umanitari a Gaza. È prevista, infine, anche una visita in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti.
Biden “paga” il sostegno a Israele?
L’escalation Hamas-Israele arriva a un anno quasi esatto dalle prossime presidenziali americane, che si terranno il 5 novembre 2024. Gli sforzi dell’amministrazione Biden per risolvere la crisi, o quantomeno evitare che si aggravi, rientrano sicuramente anche in un calcolo elettorale. Ad agosto del 2021, infatti, il ritiro occidentale dall’Afghanistan – e il conseguente ritorno al potere del Talebani – aveva provocato un contraccolpo rilevante nella popolarità di Biden (arrivato alla Casa Bianca solo pochi mesi prima). Il deflagrare oggi di una guerra su scala regionale in Medio Oriente rischia di avere un effetto, se possibile, ancora peggiore. I guai per Biden potrebbero essere già iniziati. Secondo un recente sondaggio del New York Times, infatti, Biden è dietro Trump in cinque dei sei più importanti “Swing States”, come vengono chiamati gli Stati tradizionalmente in bilico nel voto tra Democratici e Repubblicani. Netto il giudizio di Axios, che parla apertamente di un “problema razziale” per Biden, che sarebbe “già emerso in sordina nelle elezioni del 2020”. Oggi, spiega il portale di informazione commentando i sondaggi, l’inquilino della Casa Bianca sta perdendo sostegno tra gli elettori ispanici e afroamericani, soprattutto negli “Swing States”. La posizione di sostegno incondizionato a Israele, inoltre, pesa sulle intenzioni di voto della comunità arabo-americana. Secondo uno studio dell’Arab American Institute (AAI), infatti, il sostegno di questo gruppo a Biden durante le prossime elezioni potrebbe letteralmente crollare, passando dal 59% del 2020 al 17% nel 2024, con un calo del 42%. Anche l’indice di approvazione personale è in caduta, dal 74% nel 2020 al 29% di oggi. Gli arabi americani, vale la pena ricordarlo, rappresentano centinaia di migliaia di elettori in diversi Stati chiave, come Michigan, Ohio e Pennsylvania. Infine, spiega l’AAI, ben due terzi degli americani arabo-discendenti esprime un’opinione negativa della risposta di Biden alla crisi in Palestina e Israele.
Il commento
di Gianluca Pastori, ISPI Associate Research Fellow
“Il fatto stesso che la missione del Segretario di Stato proceda, nel quadro di un Medio Oriente profondamente diviso, è un segnale positivo. Dopo che il mancato vertice ‘a quattro’ del 18 ottobre aveva dato l’impressone che la politica statunitense avesse in qualche modo ‘perso trazione’, la missione Blinken manda un segnale in parte diverso. Se la sospensione dell’azione militare israeliana e l’apertura di una ‘pausa umanitaria’ nelle operazioni appaiono obiettivi ancora lontani, nello scenario attuale il fatto che le ostilità non sia siano estese e che l’azione diplomatica statunitense prosegua sono già risultati significativi. In questo momento, sarebbe difficile attendersi dalle controparti qualcosa più che una accoglienza tiepida, anche alla luce delle pressioni che arrivano dalle opinioni pubbliche dei diversi paesi. ‘Accontentarsi’ di tenere aperta la porta al dialogo in attesa che di giungere a condizioni più opportune rappresenta, quindi, una importante lezione di realismo da parte dell’amministrazione Biden”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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