Dovrebbe essere evidente a qualsiasi persona ragionante e razionale, che il Senato va cambiato. Ma le priorità dei politici non sono necessariamente quelle del Paese: obbediscono prima di tutto agli interessi propri e poi casomai a quelli della propria parte politica.
Si sa che ogni popolo e nazione ha caratteristiche peculiari, nel bene e nel male, che lo rendono diverso da tutti gli altri. Anche noi italiani abbiamo una caratteristica: siamo l’unico Paese al mondo con due Camere parlamentari che fanno esattamente le stesse cose. Ora, fra pregi e difetti, questa caratteristica che ci rende unici potrebbe essere annoverata fra i pregi. Salvo che da almeno trent’anni la maggioranza dei politici e dei politologi dice che è un difetto (e le proposte di cambiamento, sulla carta, si sono sprecate). Insomma, sembrerebbe esserci accordo, in linea di principio, sul fatto che il bicameralismo perfetto va superato. Oltretutto, anche se inserito nella Costituzione, questo bicameralismo non rispondeva a una esigenza condivisa, ma fu il frutto di un compromesso: anche i padri costituenti si erano resi conto che si sarebbe creata una istituzione anomala nel novero dei Paesi democratici (il Pci per esempio era contrario), e tuttavia, pro bono pacis, la accettarono. Che il bicameralismo italiano sia un difetto anziché un pregio è reso evidente dai fatti: e cioè dall’eternità che si impiega per approvare qualsiasi legge, che raramente (quasi mai), viene votata tal quale dalle due camere; per cui sono necessarie tre o quattro letture. Rendendo il nostro Paese, in un mondo che si muove in fretta, lento e impacciato, in ritardo sulla storia. Se fosse un Paese prospero e senza acciacchi, probabilmente il nostro bicameralismo ce lo terremmo caro; ma, non essendolo, anzi, trovandoci in un mare di guai, dovremmo prendere esempio dai paesi più virtuosi per modificare la nostra Costituzione. Ora, se la maggioranza dei politici avesse il senso delle priorità, capirebbe che l’abolizione del Senato così come è diventa un passo ineludibile, che viene prima di ogni altra riforma. Per inciso, mi torna in mente la vicenda di Berlusconi che ha condizionato venti anni della nostra vita politica (preoccupato anzitutto di se stesso e degli interessi suoi); dove l’anomalia consisteva nel fatto che mai avrebbe potuto, per l’evidente conflitto di interessi, diventare parte di un qualsiasi governo, e meno che mai presiederne uno. Purtroppo solo i giudici, non la politica, non l’opposizione di sinistra, sono riusciti a scalzarlo.
Tornando al nostro Senato, dovrebbe essere evidente a qualsiasi persona ragionante e razionale, che va cambiato. Ma le priorità dei politici non sono necessariamente quelle del Paese: obbediscono prima di tutto agli interessi propri e poi casomai a quelli della propria parte politica. Cosicché si è scatenata una bagarre non sulla cosa in sé, ormai ineludibile, ma sul come. Tenendo conto che i parlamentari sono mille, sono mille le proposte sulle caratteristiche, sui numeri, sui compiti del nuovo Senato. Con molte ipotesi che mascherano l’evidente proposito di far sì che non cambi nulla: insomma, il ridotto della Valtellina di chi non si arrende alla necessità. Non sappiamo come verrà fuori il nuovo Senato: come sempre bisogna sperimentare per conoscere. Una cosa sappiamo per certo: che si è aperta una opportunità per cambiare, finalmente, lo status quo.

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