Il film cerca di capire cosa è vita, quando finisce la vita, chi ha il diritto di decidere se e quando la vita è ancora tale.

Il film cerca di capire cosa è vita, quando finisce la vita, chi ha il diritto di decidere se e quando la vita è ancora tale, e il regista mette tutto il suo impegno nel permettere allo spettatore di approfondire la sua personale posizione, senza imporre la propria che è ben chiara ma non gridata. Affiancato in questo da attori quali Toni Servillo (potremmo definirlo “un uomo per tutte le stagioni” presente, come qualche anno fa a Cannes, con due film entrambi di forte impatto), Alba Rohrwacher e Roberto Herlitzka. Un film di denuncia quindi, non solo su Eluana ma sulle due opposte fazioni, altre storie si intrecciano ed evidenziano l’egoismo e l’amore di chi vorrebbe prolungare la vita (?) ma preso dalla sua battaglia emargina chi avrebbe ancora bisogno di uno sguardo, una parola, di amore. Ben sottolineata la lotta interiore del parlamentare ( Toni Servillo) e della sua crisi di coscienza (secondo le linee del partito dovrebbe votare contro, ma ha accettato la richiesta della moglie di mettere fine alle sue sofferenze, staccando le macchine che la tenevano in vita). Nauseabonda la scena che non esitiamo a credere vera dell’esultanza di molti quando , poco prima del voto, arriva in aula la notizia che Eluana è morta. Un film di denuncia forte contro quella politica che ti porta a far tacere la tua coscienza solo per la poltrona, contro coloro che rifiutano il confronto ma sono capaci solo di scambiarsi l’accusa di “assassini” contro chi grida “libera chiesa in libero stato” ma poi accomoda tutto in nome di un partito, finendo in un’indifferenza che vede solo l’affermazione del proprio interesse al di là e al di sopra di tutto e tutti.
“Non disprezzo i politici, li considero dei casi clinici” ha dichiarato il regista che nel film affida questa sua considerazione all’onorevole psichiatra ( Roberto Herlitzka) che dispensa pasticche e consigli ai colleghi in crisi. Bellocchio si è sempre distinto per la sua correttezza e in Bella addormentata mette al primo posto il rispetto per gli altri. Non è solo Eluana, che peraltro Bellocchio non fa mai vedere, colei che sveglierà un’opinione pubblica che si dividerà e che è tornata in stato comatoso o quasi dopo la sua morte; sono molteplici i piani di lettura e le dinamiche del rapporto genitori/figli tema da sempre privilegiato da Bellocchio e la “mater dolorosa”(Divina Madre), un’algida Isabelle Huppert, che ordina che vengano coperti tutti gli specchi, quasi per cancellare la sua stessa persona , come madre, come attrice, come moglie, che pur non credendo pretende il miracolo, rifiuta la realtà, chiusa nel suo amore per la figlia in coma irreversibile, è anche la madre di Federico (Brenno Placido), aspirante attore che cerca, invano, di recitarle Jacopone da Todi ed è madre/attrice la creatura che distrugge il figlio ancora vivo ma morto dentro nella sua inutile richiesta almeno di attenzione. Dal muro contro muro iniziale per il caso Eluana, le storie che si intrecciano raccontano e delineano personaggi che hanno un po’ torto, un po’ ragione e che, proprio per questo sono in grado di riaccendere, nello spettatore, la voglia di dibattere. Nella tematica del fine-vita, mentre il regista inserisce con intelligenza spezzoni di telegiornali e titoli dei principali quotidiani, relativi alla richiesta di Beppino Englaro di sospendere le cure alla figlia, si citano anche le parole di Papa Giovanni Paolo II “Lasciatemi tornare alla casa del padre”, forse le stesse parole sono state pronunciate dal Cardinale Martini che ha rifiutato l’accanimento terapeutico proprio in questi giorni. Un finale di speranza con l’episodio di Rossa (Maria Sanza), drogata che già tante volte ha tentato il suicidio, impedita nel suo ultimo tentativo dal dottor Pallido che si ostina, vegliandola per notti di seguito, a salvarla. L’ abituerà alla vita. Il film è già nelle sale, Da vedere.

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