La rivoluzione è donna, questo abbiamo sentito dire ripetutamente negli ultimi cinquant’anni. Ne sanno qualcosa persino i movimenti rivoluzionari sorti in Italia agli inizi degli anni Settanta, e che hanno subito per primi l’urto della “seconda ondata” del femminismo al loro interno, fino all’epilogo della propria dissoluzione, vedi Lotta Continua. Donna al ciclostile, donna a distribuire i volantini, donna a gridare nei cortei, ma mai nei gruppi dirigenti, o a incitare alla rivoluzione dalla cattedra nelle assemblee del Movimento. Il capo del Movement americano è Mario Savio, del ’68 milanese a livello studentesco, Mario Capanna, di Lotta Continua, Adriano Sofri, e così via.
Qualcosa sul ruolo rivoluzionario delle donne ci è arrivato anche dall’antichità, si pensi all’Ecclesiazuse (Ἐκκλησιάζουσαι) di Aristofane, opera che contesta radicalmente la capacità di far politica degli uomini. Ad Atene le hanno provate tutte, che ci provino finalmente le donne. Queste non ci stanno su troppo a pensare, si riuniscono di notte e deliberano il comunismo integrale, anche a livello sessuale.
Beatrice vuole scendere dal “cielo”
Già il sesso, perché hai voglia a girarci intorno, a trovare complicazioni post-moderne di genere, alla fine quel che piace di più e attira è una storia tra un uomo e una donna ―per limitarci alla modernità, da Le affinità elettive di Goethe a Liala, passando per la lirica. E con tale schema essenziale in testa e con la Commedia di Dante tra le mani, Enrico Bernard si deve essere chiesto a un certo punto, ma che “storia” è questa?
E lo dice subito, fin dall’inizio della sua pièce teatrale Beatrice risponde a Dante per le Rime.
Dante
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Beatrice
Tanto gentile e onesta pare… ma come pare?
l’hai scritto tu, l’hai scritto tu,
non guardare altrove come se non ci fossi
ché il sangue mi sale alla testa ancor di più
…
Lo ripeto: colei che tanto gentil e onesta pare,
sarei io, neanche fossi donnaccia di malaffare:
di questa battutaccia sei proprio tu l’autore…
il Sommo Poeta è il mio primo turlupinatore!
A teatro l’opera di Bernard, con lui stesso alla regia, viene rappresentata con Beatrice che, ben interpretata da Melania Fiore ―fazzolettone arrotolato in testa e ciabatte― spazza per terra, stira, lava. E contesta Dante. Non gliene perdona una. Non voglio “apparire”, sono una donna, grida, non sono un simbolo, un’icona, sono una donna in carne e ossa. E si mette pure un reggiseno di pizzo nero per tentarlo, niente da fare, lui continua imperterrito a esaltarla, eterea, celestiale.
Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere di una legge votata in India con cui si proibisce il divorzio secondo la legge musulmana ―che lì è applicata dal 15% della popolazione― perché da secoli il coniuge poteva rescindere il matrimonio semplicemente pronunciando, o anche scrivendola o oggi per Sms, per tre volte la parola “talaq”. Il risvolto negativo per la donna stava nel ritrovarsi in mezzo a una strada da un istante all’altro, magari con tutta la sua prole.
La Beatrice di Bernard parte da una situazione in un certo senso privilegiata, dietro ha il diritto romano, non “deve” insomma per forza di cose essere una rivoluzionaria in senso classico, non vuole cambiare il mondo, vuole solo riaffermare il proprio essere donna e non strumento di potere, fosse pure culturale. E, visto che c’è, cerca anche di smascherare il non-detto di Dante, il quale, forse, sotto sotto, dietro lo schermo di un linguaggio aulico, ci prova pure, e lei: “Non potevi allora chiedermelo con fare più diretto [di volermi portare a letto] invece d’alludere meschinamente?”
… al “Circolo tuderte”
Ho avuto l’occasione di vedere la rappresentazione dell’opera in formato leggermente ridotto a Todi, con allestimento minimale, nella sede del “Circolo tuderte”, con Bernard che recita Dante e Cecilia Isacco nelle vesti di Beatrice. A completare il set teatrale Laura Toppetti, un soprano tuderte, che ha impreziosito la recitazione con arie di Puccini, Handel, Donizetti e altri autori. Ne è scaturita una serata piacevole, terminata con una cena sociale, a testimonianza della vivacità della provincia-provincia italiana, che si “arrangia” come può per tenere in piedi in qualche modo una vita culturale che sia una, senza filtri e senza aspettare che sia l’istituzione pubblica a provvedervi.

Non so quanto sia presente ai membri del “circolo” quanto sto per dire, ma tutto ciò è molto americano, basterebbe a confermarlo una lettura, anche frettolosa, di Alexis de Tocqueville laddove, con entusiasmo contagioso, descrive le peculiarità, rispetto alla Francia statalista, dell’associazionismo americano, il cui tratto peculiare era ―lui scrive negli anni Trenta dell’Ottocento― ed è l’autofinanziamento, il lavoro volontario (poiché in genere si tratta di persone in pensione, c’è dietro l’idea di dover restituire alla società ciò si è avuto da essa) e la volontà di tenere fuori lo Stato e le istituzioni locali dalle attività sociali, per rimanere indipendenti e far sì che la società civile rimanga tale e si sviluppi.
Nel caso specifico, mi pare doveroso ricordarlo, le attività culturali del “Circolo tuderte” devono molto alla vulcanica Donatella Fedele, insegnante in pensione, che descrive se stessa come “estroversa, sognatrice, curiosa”, con un caratterino niente male, visto che “non sopporta gli stupidi e le stupide”, come scrive lei stessa.
Bernard dissacrante e “impegnato” politicamente
Nella presentazione dello spettacolo a Roma, Bernard parla giustamente di divertissment, di Beatrice che costringe Dante a tornare coi piedi per terra, e guardare in faccia la realtà, da una dimensione umana in cui l’amore non è quello dello Stil Novo, ma è un misto di sentimento e carnalità, intriso di debolezze, con la donna “più simile a quelle fragili e umanissime creature dell’universo di Tennesse Williams“. E tale carnalità la estende al rapporto tra Francesco e Chiara ad Assisi.
Quello che poi combinarono nelle loro celle
lo sa solo Dio: forse dormirono pelle a pelle,
o forse si scambiaron spiritualissimi messaggi
confondendo i termini: i loro erano massaggi!
Chi lo sa!
Ma quand’anche così fosse, rispondi, dove sta
la pietra dello scandalo visto che come insegna
Sant’Agostino è l’erotismo a fornire il primo “la”
all’amor di Cristo che nel cuor l’anima fa degna?
Certamente a Bernard non difetta lo spirito dissacratorio. Ama l’Umbria, dove è di casa, e nei “Frati umbri la Poesia m’arriva ―protesta Beatrice, ormai come il Renzo dei Promessi Sposi, sulla via di mettersi nei guai con la politica― forte e chiara, mentre la tua è pura teoria, una forma di comunicazione tipica della massoneria”. Fino all’invettiva: “Così il popolo resta sottomesso nella volgar ignoranza e il ricco si frega le mani, gongola e si riempie la panza”.
Ma poi abbandona ben presto l’argomento “impegnato”, che gli deve essere caro visto che si forma nei torridi anni Settanta e si laurea con una tesi sul terrorismo in Germania, per tornare ai rimproveri di Beatrice a Dante sia per non aver scelto a modello il volgare umbro, semplice ed efficace, sia per la sua vita dissoluta ―sesso e rock’n roll, diremmo oggi― a causa della dipartita di lei.
La lettura di Bernard della Commedia è ricca di “digressioni”, vi si discute di Dio, del Cosmo, e di tanti altri aspetti, per terminare in un clima heideggeriano con una considerazione sulla “clessidra della vita”, su
il dolore che colpisce l’essere esistente
e che nel cuore in un nodo si traduce
che stringe il petto, l’apre e lo ricuce.
I tre interpreti della pièce tuderte se la sono cavata egregiamente, benissimo Enrico Bernard, con una recitazione fluida ed espressiva, un po’ emozionata Cecilia Isacco alla sua prima apparizione scenica, puntuale, anche se leggermente affaticata, nei suoi intermezzi musicali Laura Toppetti.
Luciano Priori Friggi


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