
La Generazione Zeta comunica in modo diverso da noi che abbiamo fretta di inquadrarla e dai media con toni millenaristici. Ha altre priorità: è meno materiale di come la raccontano. Per chi è nato dopo il 1997, anche fare la rivoluzione è una parola. O una foto.
«Fare la rivoluzione? È una parola!» è proprio il titolo dell’articolo di Stefano Pistolini sul magazine di Linkiesta in collaborazione con il New York Times. Una contronarrazione all’idea secondo cui i ragazzi di oggi parlerebbero solo di denaro, legando alle loro condizioni economiche eventuali insicurezze e frustrazioni.
Una visione da correggere questa in cui il motore del mondo è la disponibilità economica. «Non dovete credere alla “generazione-apocalisse” immortalata dai media – scrive –. La tormenta digitale pare aver ormai scaricato a terra il suo potenziale centripeto, quel gorgo che ha risucchiato le attenzioni dei teenager per un decennio. Possiamo ipotizzare che stia ricominciando (mezzo secolo dopo l’ultima volta?) un’epoca della parola? Confronto, dibattito, scambio culturale, contrapporsi d’intelligenze».
Tutto è conversazione, di nuovo. Sembra il claim di una piattaforma fallita, magari Clubhouse, una meteora di cui i giornali – per un po’ – sembrarono innamorarsi. Ora associamo la Generazione Zeta a TikTok, che però comincia a “boomerizzarsi”, visto che ci migrano oltre agli investimenti pubblicitari anche fasce anagrafiche più vecchie.
(Italpress)

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