
La guerra non distrugge soltanto vite umane. Distrugge anche la memoria. Ogni bomba che cade su una città antica, ogni sito archeologico trasformato in polvere, cancella una pagina della storia comune. In Iran, come già accadde in Iraq e in Libia, il patrimonio culturale rischia di essere travolto dalla logica brutale del conflitto e ridotto a un semplice effetto collaterale. Eppure quei luoghi non appartengono solo a una nazione: sono capitoli della storia dell’umanità, tracce di civiltà millenarie che hanno contribuito a costruire ciò che siamo. Di fronte a questo scenario colpisce la distanza che talvolta separa il potere politico dalla consapevolezza del valore della storia. Territori che custodiscono alcune delle radici più profonde della civiltà vengono trattati come scacchiere strategiche, spazi astratti su cui muovere pedine militari. È difficile non provare inquietudine di fronte a questa leggerezza. Perché la storia quando viene distrutta non può essere ricostruita. Una statua abbattuta, una città antica rasa al suolo, un sito archeologico cancellato non tornano più. Ancora più paradossale appare tutto questo quando accade nel cuore stesso del Medio Oriente, una regione che rappresenta una delle culle della civiltà. Qui sono nate scritture, religioni, sistemi politici, idee che hanno plasmato il mondo. Governi e leader che operano in questa parte del pianeta dovrebbero sentire sulle proprie spalle il peso di una responsabilità particolare: custodire una memoria che non appartiene soltanto al presente, ma ai millenni. Nel frattempo la guerra cambia volto. Missili sempre più sofisticati, sistemi guidati dall’intelligenza artificiale, armi progettate per essere “intelligenti” promettono precisione e controllo. Ma la tecnologia non ha mai reso la guerra davvero pulita. Anche gli strumenti più avanzati continuano a produrre rovine, dolore e devastazione. La promessa di una guerra chirurgica resta un’illusione, mentre sul terreno rimangono città ferite, civili colpiti e patrimoni culturali distrutti. Rimane allora una domanda semplice e terribile insieme: perché leader destinati a attraversare solo per pochi decenni la scena della storia sentono il bisogno di lasciare dietro di sé macerie? Il potere politico è per sua natura temporaneo; le civiltà invece parlano ai secoli. Distruggere ciò che appartiene alla memoria comune significa impoverire il futuro. Il 7 ottobre 2023 è stato uno dei giorni più tragici della storia recente del Medio Oriente. L’uccisione brutale di oltre un migliaio di civili israeliani innocenti ha segnato una ferita profonda che nessuna coscienza può ignorare. Ma proprio perché quella violenza è stata così crudele la risposta della storia dovrebbe sottrarsi alla logica della spirale infinita. Quando il conflitto si allarga e travolge popolazioni, città e memorie, la sconfitta non è soltanto di una parte. È una sconfitta dell’umanità. Perché quando la guerra diventa capace di cancellare anche la memoria dei popoli allora ciò che perdiamo non è solo il passato: è una parte del nostro futuro.
Angelo Santoro

Lascia un commento