Dopo lo scandalo MPS, rileggere la tradizione socialdemocratica.

La Bce si è fatta carico del problema, con l’approvazione di un documento di risposta al rapporto varato dal governatore della Banca di Finlandia Liikanen, che chiede con vigore la separazione degli sportelli dalle attività speculative, come del resto Wolfgang Schauble, il potente ministro delle finanze tedesco. Senza dimenticare che il tema non è oggetto di dibattito solo nel Vecchio Continente, ma anche nel cuore del capitalismo globalizzato, negli Stati Uniti, dove Sandy Weill, l’ex presidente di Citygroup, fautore dell’abrogazione operata dal presidente Clinton del “Glass-Steagall Act”, la legge americana del 1933 voluta da Roosewelt nell’ambito del New Deal, per contrastare la drammatica crisi economica del 1929, provocata, come quella odierna, dalla speculazione finanziaria.
Prima della recente presa di posizione, l’Europa è apparsa reticente sul tema, forse a causa delle posizioni del presidente della Banca centrale Mario Draghi, fautore in Italia della cosiddetta “banca universale” che somma le due funzioni, insieme a Giuliano Amato. Draghi, peraltro, all’epoca dei fatti contestati era governatore di Bankitalia Amato è stato l’autore, assieme a Guido Carli, già al vertice della nostra Banca centrale e ministro del Tesoro nel 1990 (governo Andreotti) della riforma del credito incentrata sulle fondazioni, andata a regime con il Testo Unico bancario del 1993, durante il governo-Ciampi. Una sorta di ircocervo giuridico, in cui pseudo-privati, come le fondazioni, hanno il controllo degli istituti di credito mentre lo Stato (e quindi chi paga le tasse) si assume tutti i rischi: lo scandalo del Monte dei Paschi è paradigmatico al riguardo, oltre al prestito di 3,9 miliardi di euro (7.550 miliardi delle vecchie lire) al tasso del 9%, vi è la garanzia dello Stato sulle obbligazioni già emesse da MPS per un importo non precisato di oltre dieci miliardi di euro.
Non sarebbe più serio che lo Stato assumesse il pieno controllo di Mps e di altre banche eventualmente in difficoltà, nominando gli amministratori per operare ristrutturazioni nell’interesse dei risparmiatori e dei contribuenti e quindi collocarlo sul mercato, attraverso un azionariato popolare e mantenendo una golden share?
Una rivisitazione della tradizione socialdemocratica in materia di banche, non immemore della lezione del grande austromarxista Rudolg Hilferding, che nei primi del ‘900 sosteneva il controllo pubblico delle banche per un governo sociale del mercato, evidenziando la sua straordinaria capacità di leggere quanto è avvenuto ai giorni: la tendenza del capitalismo a smaterializzarsi e a fondarsi su un sistema sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il lavoro, con l’egemonia della finanza sulla politica e sulla produzione.

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